Gli Stati Uniti sono stati travolti dal Covid più di qualunque altro Paese al mondo. Sono oltre 5 milioni i casi registrati, con un incremento a un ritmo di 50-60mila al giorno, più di 165mila i morti complessivi, e 18mila le persone ricoverate in condizioni critiche. In una conferenza stampa tenuta nella sua residenza a Bedminster, nel New Jersey, Donald Trump ha affermato che “la pandemia sta scomparendo”. Eppure ci sono diversi Stati che devono ancora fare i conti con numeri importanti. È il caso, ad esempio, della California (44.828 contagi negli ultimi sette giorni), del Texas (53.578) e della Florida (47.391), soltanto per citare le aree più interessate dal virus.
In un editoriale al vetriolo, il New York Times si è scagliato per l’ennesima volta contro l’approccio usato da Trump: “Se il Paese facesse i passi giusti – si legge sul quotidiano – molte migliaia di persone potrebbero essere risparmiate dalle devastazioni del Covid-19. L’economia potrebbe finalmente mostrare segni di ripresa e gli americani potrebbero iniziare a godersi qualcosa di più simile alla vita normale”.
I “passi giusti”, a detta del giornale, coinciderebbero con quanto affermato dai più importanti esperti di salute pubblica della nazione: basterebbe seguire le indicazioni degli esperti per un periodo compreso dalle sei alle otto settimane. Negli Stati Uniti così non è stato fatto, ha sottolineato ancora il Nyt, e adesso i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Due virus insieme
Il quadro appena dipinto ci aiuta a comprendere il contesto in cui si trovano milioni di americani. Nonostante le tinte cupe, questo scenario non è neppure il peggiore tra quelli possibili. Già, perché un pericolo reale è rappresentato da una possibile doppia pandemia. La domanda sorge spontanea: se il governo statunitense non è riuscito a tenere a bada l’epidemia di Covid, che cosa succederebbe se accanto al Sars-CoV-2 dovesse diffondersi un altro virus?
A dire il vero una situazione del genere, cioè l’eventualità di affrontare una doppia pandemia, era stata presa in seria considerazione dal governo federale sette anni fa. Nella primavera del 2013, ricorda la rivista The Atlantic, gli Usa si preparavano ad affrontare ben due piaghe sanitarie. In Cina l’influenza aviaria H7N9 aveva contagiato diverse persone, mentre in Medio Oriente un’epidemia di Mers si era diffusa in vari Paesi limitrofi generando il panico.
Beth Cameron, in quei giorni consigliere per la sicurezza nazionale, ha spiegato che c’era l’eventualità che le due malattie dessero vita a feroci pandemie. Alla fine il pericolo fu scampato, ma quella lezione non è stata adeguatamente assimilata dagli amministratori pubblici. Il motivo per il quale è necessario stare all’erta è semplice: un virus non evita di diffondersi solo perché in giro c’è un altro agente patogeno. In altre parole, il fatto che il Covid stia circolando in lungo e in largo non esclude automaticamente che un altra malattia possa fare altrettanto. E, in un’epoca in cui emergono sempre nuove malattie, gli esperti sono convinti che la doppia pandemia sia solo una questione di tempo.
I colleghi del Covid
Basta leggere le ultime notizie per rendersi conto che, oltre al Covid, circolano altre malattie potenzialmente pericolosissime per la salute pubblica. Recentemente la Cina è stata scossa da alcuni casi di peste bubbonica, con un morto registrato nella regione autonoma della Mongolia Interna. Un villaggio è stato messo in isolamento e il livello di allarme è salito per prevenire l’eventuale diffusione della morte nera.
Maiali e pollame rappresentano un’altra bomba a orologeria, visto che nel recente passato abbiamo avuto episodi di peste suina africana e influenza aviaria di vario tipo. Per renderci conto di cosa stiamo parlando, è interessante soffermarci su una statistica: i mammiferi selvatici sarebbero portatori di 40mila virus sconosciuti. Un quarto dei quali a rischio trasmissione agli esseri umani.
Uno scenario da evitare
Se assieme al Covid dovesse emergere una seconda pandemia, non tutti i Paesi sarebbero in grado di gestire l’emergenza sanitaria. Innanzitutto gli ospedali sarebbero presi d’assalto da pazienti di due tipologie: quelli infettati dal coronavirus e quelli alle prese con l’altra malattia. Sarebbe dunque necessario separarli creando nuovi reparti e preparando a dovere il personale medico, sull’orlo di una crisi di nervi.
Dopo di che bisognerebbe osservare attentamente il comportamento dei due patogeni. È probabile che ognuno si troverebbe ad agire su una determinata fetta di popolazione (giovani, anziani, malati), e in quel caso si renderebbe necessario mettere al riparto le fasce più a rischio. Da non sottovalutare, inoltre, l’eventualità che un cittadino possa essere contagiato da entrambi i virus: in quel caso come dovremmo agire? Alcune domande sono ancora senza risposta. Eppure non mancano esempi di Stati presi d’assalto da più virus. Nella Repubblica Democratica del Congo troviamo, contemporaneamente, il Sars-CoV-2, l’ebola e il morbillo. Ecco perché serve una strategia mirata.
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