“Lunga vita al re…” il tono di scherno, gli artigli neri, gli occhi verde smeraldo e quella cicatrice a solcare il muso allungato. Da trent’anni Scar, lo zio brutto e cattivo, popola i nostri incubi di ex bambini. E poi quel volo dalla rupe, l’urlo di Simba. Fino al momento topico: Mufasa – il re – steso a terra, gli occhi chiusi. E quel batuffolo giallo che cerca un abbraccio che non può più stringerlo: “Papà, alzati, dobbiamo tornare a casa”.
Il 15 giugno del 1994 Il Re Leone usciva nelle sale americane (in Italia sarebbe arrivato il 25 novembre dello stesso anno) e da allora il trauma della morte di Mufasa ha segnato almeno tre generazioni di bambini e bambine.
Il 32° classico Disney – il quinto del cosiddetto Rinascimento del marchio – spicca nel panorama dei cartoni animati per diverse ragioni: non solo per essere il lungometraggio animato ad aver registrato il maggiore incasso al botteghino nella storia; non solo per la colonna sonora indimenticabile (dall’epica “Il cerchio della vita” alla scatenata “Voglio diventar presto un re”, dalla romantica “L’amore è nell’aria” alla cupa e malefica “Sarò re”). Il Re Leone è passato alla storia per aver segnato indelebilmente le coscienze di chiunque l’abbia visto.
Pochi minuti di angoscia pura che caratterizzano una pellicola che ovviamente è anche molto altro. Un espediente narrativo di una drammaticità unica, tale da far sospettare una punta di sadismo nell’opera degli sceneggiatori. E a poco valgono i momenti di evasione, quell’Hakuna Matata che per molti è diventato un tormentone e che ancora oggi caratterizza un modo di affrontare la vita e i suoi problemi. L’uccisione di Mufasa per mano di Scar resta una barbarie imperdonabile, pari soltanto all’uccisione della mamma di Bambi. O alla scena in cui Dumbo viene cullato dalla mamma rinchiusa in gabbia.
A pensarci bene, la Disney potrebbe essere considerata corresponsabile delle turbe psichiche di tante persone sparse per il mondo. E pensare che le nostre mamme si preoccupavano di lasciarci guardare cartoni come “L’uomo tigre”, “Ken il guerriero”, “Ryu”. Li consideravano violenti.. pivelle.
Ma traumi a parte, Il Re Leone resta un successo intramontabile. E ogni volta, nel guardarlo, non possiamo non tornare bambini e ricordare le emozioni provate la prima volta che siamo rimasti incollati allo schermo per gli 89 minuti più lunghi e indimenticabili della nostra vita.