I giapponesi, com’è noto, sanno invecchiare molto bene. Ma il signore che cammina in strada mentre si ripara dal temporale d’autunno con uno straccio in testa avrà almeno settant’anni. Indossa ciabatte di gomma appena capaci di isolare i piedi dall’acqua e una canottiera lurida. Un altro, all’incrocio tra due grandi arterie di periferia, è più organizzato, e approfitta di una pensilina per restare più asciutto mentre sorseggia una delle tante bibite alcoliche da pochi euro acquistabili nei distributori automatici che in giro per Tokyo saranno centinaia di migliaia. Ha di fianco a sé buste piene di lattine di alluminio, vuote, che raccoglie per 100 yen (poco meno di un euro) al chilo.

Un altro ancora, portato a spalla da un giovane poliziotto, ha la bocca sporca di sangue. Segno evidente di una probabile colluttazione finita male. Se non fosse per queste scene di ordinario disagio, Sanya somiglierebbe molto a qualsiasi altro sobborgo dell’antica Edo, capace di trasmettere ordine, tranquillità e benessere: case ben arredate, supermercati e ristoranti fast-food. In lontananza, svettanti sopra i tetti e la rete di linee elettriche aeree campeggia l’inconfondibile sagoma dello Skytree di Tokyo, la torre più alta del mondo (634 metri). La sua costruzione, ultimata nel 2012, aveva permesso ad un intero quartiere, Sumida, di cambiare completamente volto. Sanya, però, è stato solo lambito da uno sviluppo urbano così vicino ma proprio per questo così beffardo. Resta infatti, per distacco, il quartiere più povero di Tokyo. Resta nel senso che è nella sua natura, fin dal 1600, rappresentare una casa per gli emarginati.

Il quartiere scomparso dalle mappe

Già durante il periodo Edo (1603-1868) i lavoratori precari che non potevano permettersi di alloggiare nelle locande sparse in altre parti della città approfittavano degli economici kichinyado (simili come concetto ai moderni B&B, strutture che offrono una sistemazione ma non servono pasti) di Sanya. Forse anche per questo suo DNA da centro d’accoglienza per accampati, dopo la Seconda guerra mondiale divenne sede di tendopoli per le persone che erano rimaste sfollate a causa dei bombardamenti americani. Le tende militari, donate dalle forze d’occupazione, hanno gradualmente lasciato il posto agli ostelli di legno e tatami. Nel 1953, circa seimila persone vivevano in cento ostelli; al suo apice, un decennio dopo, la popolazione di lavoratori giornalieri aveva raggiunto le 15.000 persone, sparse in più di 220 alloggi. Oggi Dio solo sa quanti siano diventati, ma quel che è certo è che, oltre agli autoctoni, li prendono dall’assalto anche i turisti in cerca di sistemazioni umili e a basso costo (con 20 euro a notte è possibile trovare una camera privata in un ostello pulito, ordinato e silenzioso). In una città in cui si vive tutt’altro che a buon mercato.

L’afflusso di backpackers sta rendendo Sanya man mano sempre più cool. Lo si vede dai graffiti sui muri, dalle attività commerciali aperte (e in generale non sono molte) dedicate all’arte tradizionale giapponese, dai giovani in monopattino. Ma sono tutti ospiti nel regno degli hiyatoi rodosha, i lavoratori a giornata. È un esercito di manovali che hanno di fatto costruito il Giappone moderno e i suoi simboli: la Tokyo Tower, le strutture per le Olimpiadi del 1964, la fitta rete metropolitana e altre infrastrutture. Oggi sono qualche migliaio, hanno tra i 60 e i 70 anni, vivono con i sussidi di disoccupazione o pensioni esigue. Le famiglie medio borghesi che a Sanya stanno riqualificando i ruderi per farne abitazioni ultramoderne non li gradiscono molto. E così la tensione, amplificata dal malcontento, dal consumo di alcol e dalla depressione (che in Giappone è quasi vietato ammettere anche solo a se stessi), aumenta. È come se le nuove generazioni si siano dimenticate di chi ha materialmente contribuito a consegnare loro una città in cui milioni di persone sognano di vivere.

Addirittura Sanya è scomparsa ufficialmente dalle mappe circa 40 anni fa. Il nome del distretto è stato tolto dalle cartine geografiche nel tentativo di risollevare l’immagine di una zona empia, di un ghetto conosciuto solo per il grado di povertà, il crimine e il malcontento sociale. Oggi è divisa in due distretti: Kiyokawa e Zutsumi. Anche per questo, chiedere indicazioni stradali non aiuta molto. La maggior parte della gente del posto sostiene che sia sempre “un po’ più in là” rispetto a dove vivono o fanno affari. Anche se non è vero. Nel settore alberghiero, la risposta “a nord di Asakusa” è la più gettonata. Minami-Senju sulla linea della metropolitana di Hibiya è la stazione più vicina.

Un sobborgo di fantasmi

Le persone, qui, vengono per sparire. Così come le loro insegne. Sia chiaro, si tratta di un clima impossibile da paragonare con i ghetti delle megalopoli occidentali. Non è il South Side di Chicago, per intendersi. È un quartiere ormai stanco, dove fino agli anni ’80 e ’90 venivano combattute aspre lotte sindacali, dove le organizzazioni di destra e di sinistra si fronteggiavano. Anche fisicamente. E dove la yakuza faceva affari d’oro grazie agli appalti immobiliari che impiegavano circa l’8% dell’intera forza lavoro giapponese (rispetto al 2%, 3% nella maggior parte dei paesi industrializzati). Un ritmo impossibile da sostenere a lungo. Una trentina di anni fa l’esplosione della bolla ha fatto cadere il Giappone in una recessione durata due decenni e tutta Sanya nella disperazione più totale.

Da allora, in attesa di sparire per sempre, i nuovi burakumin (la classe sociale più bassa nell’era feudale) sopravvivono. Quasi come fantasmi. Eredi diretti di quanti svolgevano le mansioni più “impure” al servizio dello Shōgun. Macellare gli animali, prendersi cura delle carni, dare la caccia ai criminali che venivano poi sepolti in fosse comuni. La statua del Buddha che si può vedere dal treno che si avvicina a Minami-Senju segna il sito dei campi di uccisione dove riposano più di 200mila anime, probabilmente non in pace. Sul lato opposto della stazione si trova l’incrocio del Ponte delle Lacrime, Namidabashi. Il ponte in sé per sé non c’è più da tempo, ma il suo nome è stato lasciato in vita per ricordare la triste traversata che porta al campo di esecuzione.

Qualcosa di cui vantarsi, però, a Sanya ce l’hanno ancora: aver mantenuto un senso di appartenenza al quartiere e uno stile di vita comunitario impossibile da trovare altrove nella scintillante Tokyo degli zaibatsu (i conglomerati industriali), del lusso sfrenato e dello stile di vita occidentale. Cose che ai “nuovi” giapponesi interessano ben poco. Di Sanya non vogliono più sentir parlare. E non vedono l’ora, col passare degli anni, che i cittadini fantasma scompaiano per davvero per poter rimuovere quell’alone di malcontento simboleggiato da uno dei cartelli stradali che meglio di tutti rappresenta il ghetto di Tokyo est: “I guidatori facciano attenzione ai pedoni che camminano o dormono in strada”.