Da tempi remoti l’arte è accompagnata da un dibattito alimentato da chi la vorrebbe come espressione “pura” dell’anima, libera da qualunque vincolo materiale, e realizzata dall’artista che, come un demiurgo, è motivato nel suo atto creativo solo da una necessità interiore, dalla
volontà di rivelare verità profonde o emozioni autentiche. Questa visione illibata dell’arte si contrappone alla realtà storica che invece ha quasi sempre visto l’arte intrecciarsi con interessi pratici, economici e politici che incontrano anche le necessità dei committenti, non di rado potenti, come principi, papi, Stati e mercanti. La prima accezione fu anche il concetto fondamentale alla base dell’estetica elaborata da Benedetto Croce, ed è nota anche come principio dell’intuitività irriflessa dell’arte, che ebbe grandissimo peso nelle vicende artistiche italiane del XX secolo.
Ancora oggi questa visione edulcorata dell’arte persiste, e se forse respingerla in toto può
apparire crudo, bisogna quanto meno riconoscerne una certa limitatezza, in particolare se la si vuole usare come modello per analizzare tutto il percorso delle arti nella storia. Fin dalle sue origini, l’arte ha assolto a esigenze pratiche e funzionali, che fossero di natura religiosa, spirituale, identitaria o sociale. Con il progresso della società, si sono aggiunte finalità economiche, politiche e propagandistiche. Anche nella contemporaneità, l’arte e la cultura continuano a rappresentare strumenti fondamentali per l’organizzazione politica degli Stati: celebrano il potere, ostentano il prestigio, costruiscono e promuovono l’identità nazionale, consolidano la memoria collettiva. Inoltre, sono spesso impiegate a fini propagandistici e svolgono un ruolo rilevante nelle relazioni diplomatiche internazionali.
Il soft power nella storia dell’arte
In tempi recenti, queste applicazioni sono state racchiuse nel concetto di soft power, un termine coniato alla fine del XX secolo dal politologo statunitense Joseph Nye, recentemente scomparso, che indica l’influenza che uno Stato può esercitare non attraverso la forza militare o l’imposizione economica, bensì grazie alla capacità di attrarre e influenzare, in particolar modo attraverso la cultura e l’arte. Benché il termine sia relativamente recente, la pratica di usare l’arte nei complessi equilibri delle relazioni internazionali è tutt’altro che nuova, non estranea a popoli antichi come i Fenici, gli Etruschi e i Greci, che attraverso opere e manufatti espandevano la propria area d’influenza culturale, e non di rado si avvalevano di oggetti artistici durante le trattative diplomatiche o come doni tra sovrani e comunità per cementare alleanze.
Queste strategie furono ampiamente sfruttate e messe a punto durante il corso della storia, e trovano un impiego piuttosto frequente nel Rinascimento: le corti italiane pur nella loro limitatezza territoriale usarono l’arte per alimentare il proprio prestigio, e nello stesso periodo i prodotti dei geni, che si ammirano oggi nei musei, venivano impiegati come dono diplomatico, un esempio sono i bronzetti del Giambologna commissionati dalla famiglia granducale dei Medici destinati a numerosi principi e regnanti europei. Gli stessi artisti venivano talvolta usati per missioni diplomatiche, e forse Peter Paul Rubens ne è uno dei massimi esempi. L’artista belga non solo fu attivo come vero e proprio diplomatico presso la corte di Spagna, in Inghilterra, Francia e tra gli staterelli italiani, ma realizzò anche opere i cui contenuti allegorici furono degli autentici messaggi destinati alla scena internazionale, come il dipinto Minerva protegge la Pace da Marte, nato per suggellare la pace tra la Spagna e l’Inghilterra di re Carlo I.
Arte e dittature
Il valore politico dell’arte non si è affievolito nel corso del tempo, e anzi si è maggiormente
strutturato, prevedendo anche la possibilità di implementare una politica di prestiti e mostre
per imporre la propria influenza culturale. Queste soluzioni non furono certo invise neppure dagli Stati autocratici, si pensi ad esempio ai doni di opere (si dice talvolta a seguito di pressioni) che l’Italia fascista fece alla Germania di Hitler. Celebre esempio di questa volontà di esercitare il potere morbido, è anche la famigerata Mostra d’arte italiana tenutasi nel 1930 alla Royal Academy di Londra e fortemente caldeggiata da Benito Mussolini, che accolse così il desiderio del potente giornalista Ugo Ojetti che scrisse del patrimonio d’Italia come “ornamento e la gloria della
Nazione e il prestigio nazionale, per non parlare della forza economica, e richiede che sia
mandata all’estero.”
Grazie alla volontà del governo fascista oltre 600 dei capolavori più importanti della nostra
Penisola lasciarono la loro sede per essere portati nella capitale inglese a bordo del piroscafo
Leonardo da Vinci, che nel viaggio rischiò anche il naufragio. In meno di tre mesi le visite
furono oltre 540 mila. Nel 1938 il governo fascista si fece invece promotore della Mostra del
ritratto italiano a Belgrado con il proposito di rafforzare i rapporti con Milan Stojadinović,
primo ministro della Jugoslavia; mentre l’anno successivo altre opere, tra cui anche la Venere
del Botticelli, furono esposte a New York e a San Francisco.
L’imposizione di un modello culturale: gli Stati Uniti
Forse queste politiche fecero scuola negli Stati Uniti, che dal termine della Seconda guerra
mondiale intensificarono il proprio progetto di egemonia culturale, non solo attraverso la
musica, i prodotti e il cinema ma ugualmente con una grande attenzione verso le arti visive:
il gruppo degli espressionisti astratti, considerato come un manipolo di anarchici bohémien
fortemente influenzati dal surrealismo europeo e osteggiati dalla propaganda anticomunista,
venne successivamente rilanciato come il massimo risultato dell’arte mondiale. Furono
presentati come autentici rappresentanti di un movimento autoctono, privo di legami con le
esperienze artistiche europee precedenti, e promossi in mostre in tutta Europa grazie ai fondi
del Piano Marshall.
Nel 1964, secondo quanto scrive Demetrio Paparoni nel libro Il bello, il buono e il cattivo.
Come la politica ha condizionato l’arte negli ultimi cento anni, la CIA intervenne direttamente sulle sorti della Biennale di Venezia, con un trasporto notte tempo delle opere di Robert Rauschenberg, per permette all’artista di vincere l’ambito premio del Leone d’oro e al gruppo dei New Dada di imporsi sulla scena internazionale. Come scriveva il critico inglese Philip Dadd la CIA “prendeva l’arte molto sul serio, e si può così arrivare alla tesi veramente perversa secondo cui la CIA fu il miglior critico d’arte in America negli anni Cinquanta, perché venne in contatto con opere che avrebbero potuto essere considerate opposte alla sua visione, realizzate da artisti della vecchia sinistra, derivate dal surrealismo europeo, ma riconobbe il valore potenziale di quel tipo d’arte e la sostenne. Non si potrebbe dire lo stesso di molti critici d’arte di quel periodo”.
E oggi?
In un mondo dove la diplomazia si gioca sempre più su canali paralleli alla politica ufficiale,
l’arte continua ad affermarsi come una delle armi più raffinate del soft power. Non spara, non
impone, non minaccia, eppure conquista. Cinema, musica, architettura, design e letteratura
diventano strumenti di influenza globale, capaci di plasmare l’immaginario collettivo, creare
ponti tra popoli e rafforzare l’identità nazionale oltre i confini. Non è un caso che le grandi potenze investano cifre colossali nella promozione culturale all’estero: non per filantropia, ma per strategia.
I musei come teste di ponte
Sulla scena si inseriscono anche nuovi attori come i musei, i quali aprono filiazioni ed
esportano i loro modelli. Celebre è il caso del Guggenheim, che dopo l’originaria sede di New
York, ha aperto sue “filiali” a Venezia, Bilbao, Berlino e dal 2026 perfino ad Abu Dhabi; sullo
stesso solco si era messo anche l’Ermitage di San Pietroburgo, che prima dell’inasprirsi del
conflitto con l’Ucraina aveva una sede anche ad Amsterdam e intesseva mostre e prestiti con
tutto il mondo. Tra gli altri perfino il Louvre non ha resistito ad esportare il proprio brand,
scegliendo Abu Dhabi. E qui si mostra un altro risvolto del soft power, perché se alcuni musei
promuovono la cultura nazionale in terre straniere, magari lastricate d’oro come gli Emirati
Arabi Uniti, d’altro canto, Paesi che non godono fama di consolidate democrazie, scelgono
volentieri di mostrare una propria immagine più “civile” legandosi all’arte.
Arte contemporanea e propaganda
La Turchia espande oggi la propria sfera d’influenza culturale, non solo attraverso soap opera
e musica, ma anche mediante le sue biennali d’arte, diventate peraltro un modello seguito da
molti altri Paesi. La Cina orchestra tutte le sue uscite pubbliche, come nel caso delle Biennali di Venezia, con la volontà di mettere in crisi la sua immagine di liberticida, e al contempo di allontanare lo stereotipo di arretratezza, proponendo opere che riflettono sulla globalizzazione, l’industrializzazione, l’alienazione urbana, ed evitando al contempo di toccare delicate
questioni interne o criticare il regime. In tutti questi casi si può parlare di art-washing.
Restituzioni per sotterrare le colpe dell’imperialismi
L’arte offre anche l’opportunità di prendere le distanze dalle colpe del passato coloniale:
opere e manufatti importati in Occidente attraverso traffici illeciti o durante periodi di
dominio extraterritoriale possono infatti essere restituiti ai legittimi proprietari, ottenendo il
plauso della comunità internazionale. Fu l’Italia tra le prime a restituire la Dea di Butrinto,
l’antico busto di marmo ritrovato in uno scavo archeologico in Albania che fu portato a Roma,
taluni dicono irregolarmente altri come dono di Zog I a Mussolini, e poi restituito negli anni
Ottanta; mentre negli anni 2000 ad essere riconsegnato all’Etiopia fu l’obelisco di Axum.
Nel 2021 è stato invece il turno della Francia di Macron di alienare quelli che erano considerati
fino a quel momento beni statali, restituendo al Benin e al Senegal le 26 opere, tra statue,
scettri, troni, bassorilievi e porte, appartenenti al Tesoro di Béhanzin, portate vie dall’esercito
francese come bottino di guerra. Lo Stato francese fu seguito a ruota dalla Germania, che nel 2022 decise di riconsegnare i 21 bronzi del Benin presenti nelle sue collezioni. E nonostante il British Museum di Londra continui a tergiversare sulla questione dei fregi del Partenone — a differenza del Vaticano, che grazie alla decisione di Papa Francesco ha restituito tre frammenti in suo possesso —, non rinuncia comunque a dedicare una sezione dei suoi spazi museali a un mea culpa sulle razzie compiute durante il periodo coloniale, e tanto basta.
Il caso italiano: un gigante dormiente?
Davanti a un patrimonio sconfinato e già di per sé noto in tutti i continenti non sembra esserci
una politica sistematica. Sono ancora troppo pochi i sostegni pubblici all’arte contemporanea
di casa nostra e anche il mercato interno sembra piuttosto premiare gli artisti stranieri,
ridimostrando una certa tendenza esterofila degli italiani. In materia di prestiti invece non ci facciamo mancare niente, poiché come aveva già affermato l’ex ministro per i beni culturali Dario Franceschini, “la Cultura è per definizione la base del soft power italiano”.
Negli ultimi anni, alcune delle opere più iconiche dell’arte italiana sono volate all’estero come
ambasciatrici silenziose del nostro patrimonio. Molta attenzione sembra essere improntata a
una maggior collaborazione con la Cina, proprio lo scorso anno alcune opere di Leonardo da
Vinci come la Scapigliata custodita alla Galleria Nazionale di Parma, undici fogli del Codice
Atlantico dalla Biblioteca Ambrosiana, oltre a due disegni di Michelangelo da Casa Buonarroti,
e altri dipinti di discepoli di Leonardo, sono volati in Oriente per cinque mesi circa, per prender
parte alla mostra dello Shangai Museum dal titolo Who is Leonardo da Vinci. Le opere italiane
figuravano insieme ad opere cinesi di varie epoche, col tentativo come si leggeva nel
comunicato di mostra, di “raccontare ai visitatori cinesi l’armonia tra Oriente e Occidente con
le loro caratteristiche distinte e la perfetta fusione tra arte e scienza”. Manco a dirlo le opere
sono uscite d’Italia senza troppa réclame.
Il potere del bello
In un mondo dove la forza militare spesso produce rigetto e dove le opinioni pubbliche sono
sempre più sensibili alle identità culturali, il soft power artistico può diventare una chiave
diplomatica decisiva. Non si tratta solo di “bellezza”, ma di influenza. Quando un Paese
conquista l’immaginario collettivo di altri popoli, quando riesce a raccontarsi come luogo di
creatività, libertà, storia e futuro, ha già vinto metà della battaglia geopolitica. Oggi, chi riesce a creare contenuti culturali capaci di far viaggiare, emozionare e ispirare, ha una voce più forte nei consessi internazionali. E in un mondo multipolare dove le grandi potenze si contendono lo spazio narrativo, l’arte torna ad essere — come ai tempi dei mecenati e delle corti rinascimentali — uno strumento di potere. E forse la bellezza non salverà il mondo come si legge in Fëdor Dostoevskij, ma certamente lo può conquistare.