Giovedì la Libia ha dovuto annotare il primo caso di coronavirus, una circostanza quest’ultima che inizia a spaventare la già debilitata e impaurita Europa. Anzi, per la verità i timori sono soprattutto nostri: l’Italia, che quando vedrà calare la sua curva di contagi dovrà iniziare a guardarsi dai cosiddetti “casi di ritorno”, dovrà sperare in primo luogo in una mancata accelerazione dell’epidemia in Libia. Qui il sistema sanitario è stato negli anni reso fatiscente dagli eventi bellici e il coronavirus potrebbe diventare un’insidia sia per i libici che per i migranti. Anche per coloro cioè che, una volta calmate le acque nel nostro Paese, saranno pronti a salpare verso le nostre coste.

Il pericolo di un’epidemia tra i migranti

Così come comunicato dallo stesso governo di Tripoli, non appena è stato accertato il primo contagio in Libia, subito le autorità sanitarie hanno iniziato un’opera di sanificazione dei centri di accoglienza. Od almeno così sembrerebbe. In realtà, le strutture in questione anche in tempi ordinari appaiono fatiscenti: manca di tutto, il cibo è distribuito a fatica e, soprattutto, si vive all’interno di locali non in grado di attuare alcuna distanza sociale. In alcune stanze si dorme anche in 20, in alcune strutture per la verità mancano anche le stanze. Non sono quindi soltanto le condizioni igieniche a preoccupare, bensì la disposizione stessa di centri contro i quali spesso anche nel recente passato si è puntato il dito per le condizioni in cui si fanno vivere centinaia di migranti.

Ecco perché dunque appare molto importante evitare che tra chi è ospitato in queste strutture che si verifichino casi di contagio. Se già tra gli abitanti di Tripoli appare difficile poter contenere un’eventuale epidemia visto che, come detto ad inizio articolo, il sistema sanitario locale appare deficitario dopo tanti anni di guerra, la situazione potrebbe diventare ancora più grave all’interno dei centri di accoglienza. Anzi, il coronavirus potrebbe dilagare senza alcun controllo e con il risultato di vedere numerose vittime soprattutto tra i migranti.

I timori per l’Italia

Nel mese dell’emergenza Covid-19, nel nostro Paese sono sbarcati 197 migranti. Nulla in confronto a quanto accaduto a febbraio, quando l’aumento di approdi irregolari rispetto allo stesso mese del 2019 ha viaggiato nell’ordine del 900%. Le Ong sono ferme e con le navi ancorate all’interno dei porti, le ultime che sono entrate hanno avuto gli equipaggi messi in quarantena mentre, dall’altro lato del Mediterraneo, sono stati pochi i barconi messi in mare. Anche la coda dell’inverno di questi giorni, che ha regalato un importante maltempo in tutta l’area, ha contribuito a tenere lungo i litorali libici barconi e gommoni.

Ma non appena la situazione cambierà, c’è da scommettere in un ritorno ad un aumento del numero degli sbarchi. Ed allora per l’Italia potrebbero arrivare due insidie non indifferenti: da un lato, le difficoltà logistiche nella gestione di eventuali approdi in un momento in cui tutte le forze dell’ordine e di sicurezza devono concentrarsi sull’emergenza coronavirus. Dall’altro, lo spauracchio molto forte di assistere allo sbarco di potenziali contagiati provenienti dalla Libia. Se qui, per i motivi sopra descritti, dovesse diffondersi il Covid-19, i pericoli di natura sanitaria per l’Italia sarebbero molto gravi.

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