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Il Messico è l’ultimo Paese entrato nel club. Il vaccino cinese è sbarcato anche in America Centrale, confermando il notevole successo fin qui riscosso dal siero in giro per il mondo. Il governo messicano ha annunciato l’approvazione per l’uso in caso di emergenza di CoronaVac, sviluppato da Sinovac, e dell’antidoto targato CanSino. Dal Pakistan al Marocco, dalla Serbia all’Ungheria, dal Perù all’Ucraina: i vaccini prodotti da Pechino sono sbarcati nei cinque continenti e promettono di espandersi ancora.

La Cina, che fin dallo scoppio dell’emergenza sanitaria ha ripetuto di essere una “potenza responsabile”, sta fornendo assistenza sanitaria a quante più nazioni possibili. È riuscita perfino a far breccia nell’Europa orientale, dove, a causa dei ritardi di Bruxelles, Budapest e Belgrado hanno accettato di buon grado le dosi provenienti dall’estremo oriente. Da questo punto di vista, altri governi europei – attenzione alla Repubblica Ceca – potrebbero seguire le orme del pragmatico Viktor Orban e riconoscere l’onore del merito al Dragone.

Vaccini e vaccinazione

Mentre la diplomazia del vaccino cinese, come è stata rinominata da alcuni esperti, procede a gonfie vele, la vaccinazione interna va a rilento. Dando un’occhiata ai dati grezzi, la Cina ha inoculato circa 40,5 milioni di dosi, necessarie a coprire il 2,8% della sua popolazione. Negli ultimi sette giorni il ritmo si è appiattito, complici anche le festività, e sui grafici che registrano la quantità di dosi iniettate nel tempo è apparsa una linea orizzontale.

A metà gennaio, Pechino era convinta di poter raggiungere l’ambizioso traguardo di vaccinare 50 milioni di persone, il 3,5%, prima dell’inizio delle vacanze previste per il Capodanno cinese (11 febbraio). A giudicare dai numeri, la missione è fallita. Attenzione però, perché sarebbe un grande errore parlare di fallimento tout court.

Se è vero che la marcia forzata che sarebbe dovuta concludersi in vista della Festa di Primavera non è andata a buon fine, è pur vero che, al di là del lato organizzativo, la Cina era comunque riuscita a tenere a bada il virus anche prima di sfornare un vaccino. Detto altrimenti, con il Sars-CoV-2 contenuto a dovere, il Dragone non doveva – e non deve – fronteggiare particolari urgenze sanitarie tali da spingerlo a corse sfrenate verso l’immunizzazione totale. Che, in ogni caso, prima o poi dovrà essere conseguita.

La corsa all’immunizzazione

C’è chi fa notare come il tasso di inoculazione della Cina sia in ritardo rispetto a quello degli Stati Uniti. Verissimo, anche se bisogna considerare un paio di variabili non da poco. Intanto, come spiegato, la situazione sanitaria nei due Paesi è ben differente. Dopo di che, è giusto considerare l’aspetto logistico. Pechino è chiamata a coprire 1,4 miliardi di persone, più del doppio della popolazione americana. Al di là di tutto questo, è interessante soffermarci su un altro dato.

Ovvero: è più elevato il numero di vaccini cinesi finito all’estero che non quello fin qui iniettato nelle braccia dei cittadini dell’ex Impero di Mezzo. La sensazione, hanno sottolineato alcuni analisti, è che il Dragone stia dando maggiore priorità alla diplomazia dei vaccini che non al suo programma di inoculazione nazionale. I produttori farmaceutici cinesi, insomma, stanno esportando più dosi di quante non ne stia somministrando il governo cinese al di là della Muraglia. Il South China Morning Post ha fatto notare la discrepanza confrontando gli almeno 46 milioni di vaccini spediti in tutto il mondo (o pronti per essere inviati oltre oceano), con le 40,5 milioni di dosi inoculate in Cina.

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