Ha fatto scalpore nel Regno Unito la vicenda attorno a Kenya Scarlett, una donna britannica impiegata al G4S – uno dei più grandi centri di test anti-Covid del Paese – che ha denunciato alla stampa il suo licenziamento, a suo dire causato da atteggiamenti razzisti all’interno dell’azienda sanitaria. Come riportato dal quotidiano britannico The Guardian, secondo Scarlett tutto sarebbe nato da un episodio dello scorso giugno, quando durante le fotografie ricordo del team nel quale operava il personale si sarebbe opposto alle sue richieste di posare con il saluto “nero” del BLM.

A seguito di ciò, le sarebbe stato emesso un richiamo – mai consegnatole – che si è trasformato in licenziamento dopo una discussione con uno dei manager della società. E questo accadimento – contestualizzato all’interno di quanto sta succedendo anche sul piano internazionale – avrebbe generato ancora una volta lo sdegno da parte dell’opinione pubblica britannica.

Tuttavia, secondo la ricostruzione fatta sino a questo momento dal The Guardian i fatti potrebbero essersi svolti diversamente da quanto affermato dalla donna – non unica persona di razza mista operante all’interno della struttura. E in modo particolare, il licenziamento avrebbe fatto seguito a episodi multipli di insubordinazione portati avanti nei mesi e che si sarebbero conclusi con pesanti insulti nei confronti della dirigenza aziendale durante l’ultimo giorno di lavoro, a seguito del quale abbandonò il posto d’impiego.

“Al G4S non si licenzia per razzismo”

Secondo quanto riferito dagli ex colleghi di Scarlett e dai dirigenti della società, nessuno avrebbe mai mosso critica alcuna nei confronti delle opinioni politiche della donna, anche quando sono state portate avanti in modo particolarmente vigoroso. E in modo particolare, il richiamo a seguito dell’episodio legato alla foto di gruppo era dovuto non alla richiesta della donna – sul quale i manager non hanno posto obiezioni – bensì sul battibecco nato dopo il rifiuto di una parte del personale di inginocchiarsi con il pugno alzato e che avrebbe fatto infuriare Scarlett.

A seguito dell’episodio e del richiamo, la donna sarebbe stata infatti chiamata a spiegare la sua posizione, con la dirigenza che ha sottolineato anche in quell’episodio come le richieste della donna fossero legittime e condivisibili e che il richiamo fosse causato invece dalla violenza verbale da lei utilizzata. E per quanto riguarda il licenziamento, invece, sarebbe stato dovuto alle parole forti – condite da bestemmie e insulti per personale e struttura – utilizzate nel dialogo verbale con un dirigente societario.

Come detto infatti dallo stesso direttore della struttura, Martin Hall, e non confutato dal personale, il razzismo non sarebbe minimamente ala base del licenziamento della donna – come provato dall’ambiente multietnico del G4S. E nonostante Scarlett si sia detta disposta a perseguire la società anche tramite vie legali, non ci sarebbero preoccupazioni da parte dell’istituto: il licenziamento, infatti, sarebbe dovuto esclusivamente all’ennesima scenata in pubblico fatta dalla donna.

Il paradosso del BLM

Dopo l’episodio della morte del cittadino americano George Floyd il mondo ha visto la rinascita dei movimenti neri che avevano segnato la seconda metà del secolo scorso, soprattutto nei territori di lingua anglofona. Da quel momento in avanti, sono state molteplici le accuse di razzismo dirette ai politici, ai dirigenti societari e in generale alle persone poste in posizioni di potere, non diversamente da quanto successo anni fa con il movimento #MeToo per i diritti delle donne. Ma dietro a queste accuse – come successo anche in quell’occasione -non sempre si celano reali comportamenti razzisti, quanto più l’odio ed il disprezzo per un determinato stile di vita sociale tipico della popolazione bianca anglofona.

È in questo modo dunque che un licenziamento altro non può essere che un comportamento razzista, così come un arresto o così come la risposta delle forze dell’ordine a seguito di attacchi dei manifestanti compiuti con ordigni molotov. Ogni comportamento tenuto dal forte – anche se giustificato e in sé corretto – diviene razzista, spostando ancora una volta l’attenzione verso una crisi sociale che, invece di migliorare, sembra peggiorare sempre di più. E in questa situazione, in conclusione, nasce quello che sarà uno dei più grandi paradossi di questo secolo e che rischia di mettere troppe volte il “furbo” dalla parte della “vittima” e la “vittima” dalla parte del “colpevole”.

Il BLM è un attacco alle tradizioni?

Come evidenziato anche dal fatto recentemente accaduto in Gran Bretagna, il movimento del BLM – al quale la donna aderiva, venendo intervistata dallo stesso Guardian gli scorsi mesi – si è trasformato da denuncia delle ingiustizie ad attacco nei confronti della cultura occidentale. In particolare, è diventato una critica di quelle figure e di quegli stili di vita propri della popolazione bianca europea ed americana – come accaduto nel caso del G4S.

È un attacco ai successi personali ed ai valori tradizionali, portato avanti purtroppo sotto lo sguardo ed il compiacimento anche di molti esponenti politici – principalmente appartenenti al mondo progressista. Ma in tutto questo, però, che cosa é legittimo se ad essere accusate sono persone che non hanno infranto regolamento alcuno ed hanno semplicemente esercitato quelli che che sono i propri diritti (come licenziare un membro insubordinato del personale, indipendentemente dal suo colore della pelle)?

In questa situazione, però, tutto potrebbe diventare il cerino pronto a far scoppiare una nuova ondata di proteste, facendo leva su quella che è soltanto una delle tante sfaccettature – e versioni – di una vicenda ben più articolata. Una situazione la quale, però, rientra all’interno delle logiche di paura e di continua pressione sociale tanto cara alle sinistre e che combinata alle difficoltà economiche odierne contribuisce a creare il clima di “terrore” sul quale si fonda la propaganda progressista del XXI secolo.

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