Il governo del Pakistan ha deciso di bloccare i passaporti di oltre duemila mendicanti professionisti. La decisione arriva dopo che il governo di Islamabad ha deciso per un giro di vite per arginare quella che è diventata una vera e propria piaga nel Paese e in tutto il Medio Oriente.
Secondo un rapporto del settembre 2023, reso pubblico dal Ministero degli Affari Esteri pakistano, il 90% dei mendicanti arrestati in tutto il Medio Oriente è di nazionalità pakistana. Iran, Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi e Turchia hanno negli ultimi mesi espresso formali lamentele con il governo pakistano riguardo a questo problema.
Si stima che in tutto il Pakistan siano oltre 25 milioni i mendicanti, a fronte di una popolazione di 235 milioni. Oltre il 10% della popolazione ricorre a questo mezzo di sussistenza.
Tra i duemila passaporti che verranno bloccati per sette anni, il governo sta valutando di far rientrare anche quelli di alcuni funzionari dell’ufficio passaporti che aiutavano a far ottenere il visto di uscita dal Paese.
In Arabia Saudita in particolare molti pakistani si sono recati sfruttando particolari visti concessi dal paese arabo per effettuare la ‘Umrah, il pellegrinaggio nei luoghi santi dell’Islam, spendibile in ogni periodo dell’anno (a differenza del più noto Hajj che invece ha un mese dedicato). A seconda del tipo di pellegrinaggio scelto dal fedele, il governo saudita mette a disposizione due differenti canali per l’ottenimento del visto.
Si è notato come il numero di pellegrini pakistani sia notevolmente aumentato per quanto riguarda la ‘Umrah, mentre sia rimasto pressoché invariato nel mese dell’Hajj nel quale (per ragioni legate all’organizzazione e alla sicurezza) il rilascio del visto in ingresso si ottiene con molte più difficoltà e ha una durata di tre mesi (molto più lunga rispetto al visto per l’Hajj). Le organizzazioni criminali che stanno dietro a tutto questo scelgono di sfruttare i mesi sacri di Ramadan e delle altre festività islamiche per fare leva sulla Zakat (il pilastro dell’islam relativo all’elemosina).
La questione dei mendicanti ha creato non poca tensione lo scorso autunno tra pakistani e sauditi quando un intero gruppo di pellegrini è stato bloccato all’aeroporto di Multan. La comitiva, composta da diversi uomini ma anche donne e neonati, era vestito con i tradizionali abiti dei pellegrini ma, interrogati, hanno svelato le loro reali intenzioni: chiedere l’elemosina per tutti i tre mesi che il visto concedeva loro e poi rientrare in Pakistan dove avrebbero consegnato la metà di quanto guadagnato agli agenti di polizia di frontiera che avevano agevolato il loro viaggio. Sia i sauditi che i turchi hanno chiesto ai loro ambasciatori presenti in pakistan di fare pressione affinché il governo ponga un argine a questo problema. Le carceri di questi paesi sono stracolme di cittadini pakistani arrestati spesso proprio per accattonaggio illegale. Sono almeno 14 mila (ma le stime sono ovviamente al ribasso) i cittadini pakistani attualmente presenti nelle carceri straniere. Molti non hanno assistenza legale, non viene fornito loro un traduttore. La cifra più impressionante è quella relativa al numero di prigionieri nelle carceri degli emirati arabi: ben 5mila. Molti di loro sono lì proprio per reati relativi all’elemosina illegale. Lo scorso marzo la polizia emiratina ha effettuato diverse retate nelle quali sono stati arrestati circa 300 pakistani accusati di far parte di una rete di mendicanti e borseggiatori organizzati.
Oltre a ciò la questione sta ulteriormente rovinando l’immagine dei pakistani in tutto il medio oriente, immagine già non felicissima dato la crisi economica e soprattutto politica che il Pakistan sta affrontando da diversi anni. Anche a causa di questa nomea, i lavoratori pakistani specializzati vengono sottostimati all’estero e non vengono impiegati come manodopera. Il Giappone per esempio aveva recentemente chiesto ad alcune nazioni asiatiche l’invio di 340 mila operai e ingegneri qualificati: solo 200 pakistani sono stati scelti dalle autorità nipponiche che hanno gli hanno preferito decine di migliaia lavoratori provenienti dall’India, dal Bangladesh, Sri Lanka e perfino dal Nepal (che ha una popolazione 10 volte inferiore a quella pakistana).
Alla fine di Ottobre la Commissione parlamentare del Senato pakistano che si occupa dei propri connazionali all’estero ha addirittura chiesto al governo di adottare ogni misura possibile per impedire che casi come questo possano ripetersi. Il presidente della Commissione, il senatore Zulfikar Haider ha dichiarato: “I mendicanti stanno lasciando il Pakistan in massa, spesso viaggiando su imbarcazioni, e poi sfruttando la ‘Umrah e i visti di visita per chiedere l’elemosina ai pellegrini all’estero. Iraq e Arabia Saudita si lamentano continuamente che stiamo inviando criminali nei loro paesi e le loro prigioni sono sovraffollate di mendicanti pakistani. Questo è un problema serio di tratta di esseri umani”.
Il problema dei mendicanti si è dunque propagato al di fuori dei confini pakistani ma all’interno del Paese, nelle sue immense metropoli come Karachi o Rawalpindi, è presente da moltissimi anni e non accenna a peggiorare. L’accattonaggio è divenuta una professione spesso più redditizia di altre. In un paese in cui il 49% della popolazione è sotto la soglia di povertà, ad un lavoro come il costruttore di mattoni che può fruttare al massimo 6$ al giorno, molti preferiscono chiedere l’elemosina ai bordi delle strade e riuscire a racimolare 3-4 $ senza però doversi spaccare la schiena sotto il sole. Il problema maggiore è che questi individui non agiscono in autonomia ma negli anni si è sviluppata una vera e propria mafia i cui thekedar (così vengono chiamati i capi) gestiscono migliaia di indigenti e li inviano nelle proprie zone di competenza. Molti di questi gruppi criminali sono accusati di aver rapito bambini denare di averli accecati o mutilati per poter impietosire maggiormente i cittadini a cui chiedonoo.
Lo stato non fa abbastanza, a Karachi, così come a Islamabad è stata creata un’unità speciale di polizia che si occupa di pattugliare le strade e arrestare i mendicanti. Il problema è che a fine giornata le caserme sono intasate da migliaia di bambini mendicanti. Non ci sono abbastanza centri di rifugio per questi bambini e dunque gli agenti sono costretti a lasciarli andare o a lasciarsi corrompere degli stessi bambini che ritornano così in mezzo alla strada.
La società civile si sta muovendo. Paradossalmente la filantropia in pakistan muove un giro di denaro sorprendente. Recentemente è stato stimato che circa 70 miliardi di rupie vengono donati ogni anno per i più bisognosi. Il problema è che questa donazione non è organizzata e finisce spesso nelle mani degli sfruttatori data l’assenza di un minimo controllo. Moltissimi istituti religiosi adiacenti alle moschee offrono assistenza e istruzione gratuita a questi bambini. Alcune ONG poi pattugliano i vicoli delle metropoli pakistane per convincere questi giovanissimi a cambiare vita ma più di una volta sono stati denunciati pestaggi brutali attuati da bande di criminali per impedire che la preziosa “manodopera” potesse essere allontanata da questa esistenza fatta di precarietà e sofferenza.

