Le immagini degli ospedali in difficoltà in Italia, delle chiusure delle città in tutta Europa e delle difficoltà che stanno attraversando i paesi del vecchio continente, sono arrivate ovviamente anche al di là del Mediterraneo. E nel Magreb non possono che fare paura: se il coronavirus è stato in grado di mettere sotto stress alcuni dei più efficienti sistemi sanitari del mondo, è lecito che tutti i cittadini di quest’area dell’Africa si chiedano cosa potrebbe accadere se l’epidemia dovesse diffondersi da queste parti. Ed ora i governi provano a correre ai ripari.

Il Marocco è stato il primo ad aver chiuso le frontiere

Occhi aperti a Casablanca così come a Rabat, a Tangeri ed in tutte le principali città del paese. Quando si è intuito che l’epidemia da Covid-19 aveva oramai travalicato i confini cinesi, il Marocco si è letteralmente blindato: stop ai voli dall’estero, chiusura delle frontiere con i paesi vicini, restrizione per tutti i cittadini. Segno di come la paura ha iniziato ad attanagliare tanto la popolazione quanto il governo. Il Marocco ogni anno accoglie milioni di turisti da tutto il mondo, questo crea molta ricchezza al Paese ma, al tempo stesso, lo ha reso tra i più vulnerabili dell’area al cospetto di un’eventuale emergenza coronavirus. Si sa infatti come il morbo si diffonde con gli spostamenti ed i viaggi delle persone infettate, per questo le autorità hanno deciso per una repentina, seppur dolorosa, rinuncia all’economia turistica.

Ne sanno qualcosa alcuni turisti italiani i quali, non appena l’epidemia si è diffusa nel nostro paese, sono rimasti bloccati a Marrakech per lo stop improvviso dei voli verso l’Italia. Così tanta preoccupazione è dovuta soprattutto alla consapevolezza di non avere un sistema sanitario all’altezza: in media, il Marocco può vantare 1.1 posti letto per mille abitanti, molto pochi specie in relazione alla complessità della società marocchina ed all’estensione territoriale del paese. Anche se negli ultimi anni sono stati fatti degli investimenti importanti nel settore, il divario rispetto agli stessi vicini regionali sulla sanità non è ancora stato colmato. Per di più, la rete ospedaliera non è diffusa in modo omogeneo: nelle metropoli le strutture appaiono almeno sufficienti per le esigenze più importanti della popolazione, nelle aree rurali invece la situazione è ancora peggiore. Il Marocco al momento conta 134 contagiati ma, ammettono anche le stesse autorità locali, la cifra è sottostimata. Il governo ha approvati misure ancora più stringenti, ma potrebbe non bastare per il dilagare pericoloso dell’epidemia.

Le preoccupazioni di Algeria e Tunisia

In un’intervista a La Stampa a fine febbraio, la ricercatrice italiana Vittoria Colizza aveva messo in guardia: il coronavirus in Africa potrebbe avere risvolti molto pericolosi, soprattutto perché un’epidemia nel continente nero sarebbe di fatto incontrollabile. E nello studio elaborato assieme al suo team di ricercatori, la studiosa italiana aveva individuato nell’Algeria uno dei paesi più a rischio contagio per via dei suoi legami con la Cina. E così è stato: ad oggi le autorità di Algeri hanno annotato più di 200 casi di Covid-19 accertati, il paese è secondo solo al Sudafrica nel continente per il numero di persone contagiate. Rispetto ai vicini, l’Algeria ha uno dei migliori sistemi sanitari e durante l’era Bouteflika sono stati investiti molti soldi sul settore della salute. Ma nella gestione delle strutture, sono stati spesso rispecchiati gli stessi atavici problemi che affliggono la classe dirigente algerina: corruzione e mancanza di programmazione in primis. E così, ecco che anche qui il numero dei posti letto è sceso negli ultimi anni, così come quello di medici ed infermieri. Per questo il governo sta cercando di correre ai ripari: il 12 marzo sono state imposte forti limitazioni, a partire dallo stop agli assembramenti con la chiusura di locali e delle più importanti moschee.

L’emergenza coronavirus qui ha influito anche sulle manifestazioni che da oramai più di un anno si susseguono per chiedere l’azzeramento della classe politica, partite sull’onda delle proteste contro la ricandidatura dell’ex presidente Bouteflika. Dal febbraio del 2019, ogni venerdì ad Algeri ed in molte città importanti si contano cortei ed assembramenti di manifestanti, non conciliabili con le ultime con le ultime disposizioni contro l’epidemia. Il movimento Hirak, che racchiude le più importanti sigle di manifestanti, si è spaccato: c’è chi, come raccontato su IlFattoQuotidiano, vorrebbe proseguire con i cortei, chi invece invoca ad una protesta diversa, da attuare da casa per rispettare il diritto alla salute di tutti.

E poi, sempre nel Magreb, c’è la Tunisia a preoccupare: anche qui la sanità non è diffusa capillarmente ed in modo omogeneo, per di più il paese sta uscendo fuori da un decennio molto difficile tra sconvolgimenti politici, a partire dal rovesciamento di Ben Alì del 2011, e drastiche misure economiche per ridurre il deficit. E proprio su quest’ultimo fronte, non sono mancati tagli anche alla sanità che hanno ulteriormente depotenziato un settore già di per sé non ancora ben sviluppato. La Tunisia è anch’essa blindata, dal 20 marzo è stato imposto il coprifuoco serale e la gente a casa guarda in tv, non senza paura, quanto accade lungo la sponda europea del Mediterraneo.