Mentre il “taglio del nastro” della campagna vaccinale è già alle nostre spalle e i Paesi occidentali contano di accelerare nel 2021 la ricerca di una crescente immunità contro il Covid-19, diversi vaccini dopo l’entrata in scena del siero Pfizer-Biontech si preparano ad entrare in campo. E per tutti enti come la Commissione europea e il governo statunitense stanno siglando atti e accordi di acquisto con le case produttrici che spiccano per un particolare comune: la segretezza.
Compito di un’informazione sana ed efficace è quello di capire alla radice i perché e le cause degli avvenimenti, e sensibilizzare circa i rischi di comportamenti rischiosi per gli equilibri politici e sociali, e dunque la profonda clausola di riservatezza che vincola fornitori e utenti dei vaccini per il Covid non può non farci sorgere diversi dubbi. In primo luogo, perché si rischia così di giocare col fuoco di complottisti e negazionisti anti-scientifici. In secondo luogo, perché di fronte a una pandemia globale capace di causare oltre un milione e mezzo di morti i vaccini finanziati con miliardi di dollari e euro di fondi pubblici delle maggiori economie del pianeta dovrebbero essere sviluppati nella maggiore trasparenza possibile. In terzo luogo, perché vincolare a dinamiche di mercato le questioni più importanti connesse alla salute pubblica rischia di far percepire che vi sia, tra fornitori e utenti, qualcuno sospettabile di non concepire il vaccino come un bene pubblico globale.
La pandemia ha fortemente accelerato la necessità di un vaccino contro il coronavirus capace di essere efficace in tempi ben più compressi rispetto alle normali prescrizioni delle autorità mediche che ora, forzando le procedure, stanno dando via libera ai vaccini complice l’emergenzialità del contesto. E dietro questa vicenda si apre una battaglia politica importante: quella per i dividendi scientifici, industriali e d’immagine garantiti dalla messa in campo dei vaccini più efficaci.
Dimostrabile dal caso della guerra legale condotta dalle autorità sanitarie Usa contro il vaccino Oxford-AstraZeneca, che si contraddistingue per costi ridotti e maggiore trasportabilità rispetto al concorrente Pfizer ma è stato sviluppato con test che, per il principio di serendipità, hanno trovato sulla scia di errori nei primi trial la formula ideale di inoculazione. Chiamando in causa Galileo, possiamo dire che è normale nella scienza procedere per tentativi: e se l’Istituto superiore di sanità ci ricorda che la fase cruciale di sperimentazione di un vaccino, la terza, normalmente dura dai 2 ai 4 anni, il fatto che sia stata in larga misura compressa dalle compagnie in pochi mesi non può non far sorgere dubbi. Anche perchè casi virtuosi come quello del vaccino britannico, con i due partner desiderosi di spiegare con pubblicazioni scientifiche le motivazioni della loro scoperta, ci mostrano come il metodo scientifico debba rimanere la Stella Polare di questi processi di ricerca.
La Fase Tre della ricerca sui vaccini, normalmente, leggiamo sul sito della fondazione Humanitas, “a venire testati sono decine di migliaia di volontari, la cui risposta al virus viene comparata a quella di altri volontari a cui, invece, è stata somministrata una sostanza placebo. Qui si valuta l’effettiva efficacia del vaccino nell’indurre resistenza all’infezione e non solo risposta immunitaria” e la presenza di eventuali effetti collaterali. Superata la fase, un vaccino normalmente è pronto per l’ingresso in commercio. Quindi: il vaccino che supera la fase in questione è efficace sulla malattia, ma a seconda della durata dei test gli effetti collaterali possono essere valutati in profondità. Ma cosa ci potrà esser scritto in quegli accordi che la Commissione ha firmato nei mesi scorsi quando il via libera all’utilizzo di determinati vaccini non era ancora stato garantito dalle autorità mediche? Sono previsti risarcimenti per i produttori che non supereranno la fase tre ma avranno già venduto anzitempo le loro dosi? Scudi penali contro i casi (ancorchè minimo, stando alle statistiche sui vaccini precedenti) di pazienti che svilupperanno effetti collaterali non adeguatamente testati? Qualcuno leggerà il vaccino come un’opportunità di business?
Gli Usa hanno leggi e protocolli che forniscono uno scudo legale ai produttori di farmaci approvati sotto l’egida delle loro autorità sanitarie, il Regno Unito ha invece pubblicato un protocollo per permettere segnalazioni e ricorsi per i soggetti che, in numero ridotto, si troveranno a dover far fronte agli effetti collaterali dei vaccini. Ma l’Unione europea non ha ancora sciolto la riserva e mantiene la segretezza: perchè si nega ai cittadini europei un coraggioso atto di trasparenza che segnalerebbe la scelta a favore della salute degli europei nel dibattito con l’interesse corporativo e d’impresa?
Chiediamo questo proprio per togliere terreno con domande concrete agli avvelenatori di pozzi, ai diffusori di fake news e di notizie pericolose per la salute pubblica e la sicurezza nazionale abituati a giocare col complotto. “La trasparenza è l’unico modo per creare fiducia nei cittadini”, sono le parole della Verde tedesca Jutta Paulus pronunciate all’Europarlamento a novembre durante l’audizione della Commissaria alla salute, la cipriota Stella Kyriakides. Dello stesso avviso anche organizzazioni come Medici Senza Frontiere. E per abituare alla positività di un messaggio virtuoso sui vaccini, l’operazione trasparente e la forza della scelta di AstraZeneca, che ha voluto spingere per dare sostanza alla “Fase Tre” a costo di veder ritardato il via libera ai suoi vaccini rappresentano scelte encomiabili, un messaggio fondamentale in un’epoca in cui aggiungere incertezza a incertezza rischia di creare problemi. Dopo la pandemia, resterà forte il rischio infodemia. E autorità sanitarie, governi, media e case farmaceutiche hanno il dovere di evitarlo.