Ha iniziato a farsi conoscere tra gli anni Settante e Ottanta esportando tecnologia all’avanguardia sotto forma di elettrodomestici, telefoni cellulari, televisori, videogiochi. Più o meno nello stesso periodo ha continuato a stupire il mondo – ma anche un po’ a spaventarlo – sviluppando automobili tanto economiche quanto funzionali. Ha quindi proseguito, fino ad oggi, inondando i potenziali consumatori occidentali con cartoni, fumetti, gadget, per non parlare di mode, stili e tendenze.
Il Giappone è ora pronto a cavalcare un nuovo trend: quello del J-football, inteso come Japan Football. Di cosa parliamo? Semplice: del movimento calcistico incarnato da calciatori di origine giapponese.
Sono infatti sempre più numerosi i calciatori giapponesi acquistati dalle squadre iscritte ai principali campionati del pianeta, quelli europei in primis. Questo trend gioca ovviamente a favore di Tokyo, ben felice di incrementare il proprio soft power colonizzando culturalmente un settore solitamente appannaggio di altre nazioni.
Il momento d’oro dei calciatori giapponesi
C’è un dato emblematico da tenere in considerazione quando parliamo di J-football. Il numero di calciatori giapponesi, sia uomini che donne, nei più importanti campionati europei ha superato quota 100 (per la precisione 103). Negli ultimi cinque anni, praticamente senza che nessuno ci facesse caso, abbiamo assistito ad un incremento del 90%.
Gli anni d’oro della prima ondata di giocatori nipponici in Europa, andata in scena tra i Novanta e l’inizio del Duemila – quando Hidetoshi Nakata, Shunsuke Nakamura e Kazuyoshi Miura incantavano Roma, Celtic e Genoa – è tramontata in un quasi nulla di fatto. L’ingresso in scena, tra il 2012 e il 2017, di altre due star internazionali made in Japan come Shinji Kagawa e Keisuke Honda, noti per aver indossato le divise di Borussia Dortmund e Manchester United il primo, Cska Mosca e Milan il secondo, avrebbe dato vita ad un secondo fuoco di paglia.
Il Giappone, nonostante qualche buon calciatore, e un cartone animato a “tema pallonaro” conosciuto ovunque come Holly & Benji, sarebbe infatti riuscito soltanto a organizzare un buon movimento calcistico a livello continentale, quindi asiatico, e poco più. Adesso, dopo lunghi anni di apprendistato e globalizzazione, il pallone sembrerebbe aver definitivamente stregato anche il Giappone (un po’ meno i suoi abitanti, non troppo interessati a questo sport).
La nazionale di calcio maschile, reduce da exploit internazionali di rilievo, è ad un passo dall’assicurarsi un posto nella Coppa del Mondo Fifa 2026, mentre tanti talenti locali sono pronti a farsi valere nel calcio europeo che conta. La stagione 2024 della Japan Professional Football League, massimo campionato del Paese noto come J. League, si è intanto appena conclusa. E molti giocatori potrebbero iniziare a trasferirsi in Europa da qui ai prossimi mesi…
Soft power e pallone
Se, all’alba del nuovo millennio, soltanto poche leggende come Nakata e Nakamura si erano trasferite all’estero, ora moltissimi giocatori giapponesi senza esperienza in nazionale – e persino matricole diplomate al liceo – sono pronti a cimentarsi nei campionati internazionali di calcio.
In Europa, la Germania è stata a lungo la porta d’accesso al continente di sconosciute stelline provenienti da semisconosciuti club di Osaka e Tokyo. Adesso i riflettori sono puntati sul Belgio. L’acquisizione del Sint-Truiden VV (STVV), nella prima divisione del Paese, da parte del gruppo giapponese DMM, nel 2017, ha infatti accelerato il trasferimento in loco di giocatori nipponici. Takehiro Tomiyasu e Wataru Endo si sono fatti notare nel STVV, prima di sbarcare in Italia e Inghilterra.
Nel frattempo anche il valore di mercato degli stessi giocatori giapponesi – in passato oggetti misteriosi – e le loro commissioni di trasferimento sono aumentati. Come ha scritto Nikkei Asian, si è creato un circolo virtuoso: i giocatori giapponesi collezionano buone prestazioni all’estero, sempre più club europei sono spinti ad andare a caccia di talenti nipponici in Giappone, sempre più squadre locali sono interessate a sfornare giovani promettenti per incassare lauti compensi.
Compensi elevati, anche se i costi finanziari per reclutare i calciatori della J.League tendono a essere inferiori rispetto a quelli che servono per mettere le mani su stelline europee e sudamericane. La palla passa adesso al Giappone: riuscirà Tokyo a governare il suo movimento calcistico per capitalizzare al meglio la nuova epoca dorata del J-football?