Era il novembre del 2002, negli uffici del ministero della Sanità canadese alcuni funzionari avevano iniziato a fare anche le ore piccole. Si lavorava e si elaboravano dati fino a notte fonda. C’era qualcosa che non quadrava: dalla provincia cinese del Guandong arrivavano informazioni strane su una possibile nuova epidemia. I funzionari in questione erano quelli dell’agenzia Gphin, acronimo di Global Public Health Intelligence Network. Un vero e proprio servizio di intelligence per scovare le pandemie. Da quegli uffici canadesi il mondo scientifico ha intuito di ritrovarsi davanti a una grave epidemia da coronavirus. Perché 17 anni dopo la stessa cosa non è accaduta con il Covid-19? Semplice: il Gphin nel maggio del 2019 aveva chiuso i battenti, salvo poi riaprirli 440 giorni dopo. Quando oramai il mondo era in piena pandemia.

Come nasce il Global Public Health Intelligence Network

Era la metà degli anni ’90 quando il Canada è stato travolto dalla paura dell’improvvisa epidemia di peste polmonare scatenatasi in India. Quel virus non previsto ha messo in discussione tutto o quasi, comprese la possibilità di continuare i viaggi e le relazioni economiche con il Paese asiatico. Da quel momento si è compresa la necessità di dar vita ad un sistema capace di individuare in tempo possibili focolai generati dai virus, in modo da poter intervenire in tempo nel sistema di prevenzione e promulgazione di un allarme generale. Un sistema di difesa ideato e voluto dai funzionari sanitari canadesi che pochi anni dopo è divenuto realtà con la fondazione del Global Public Health Intelligence Agency (Gphin). Il principio dell’idea era semplice: prevenire la diffusione di un virus per contenerlo il più possibile.

Nel 2000 il Gphin è stato assorbito dal Global Outbreak Alert and Response Network (Goarn), un sistema composto da numerose istituzioni del campo della salute pubblica per prevenire e contenere le minacce pandemiche, appartenente all’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nel 2002, la conferma che quel sistema poteva veramente funzionare: il Gphin è stato in grado di individuare e contenere il focolaio di una grave epidemia, ovvero quella della Sars. Da quel momento l’agenzia è stata fortificata attraverso l’assunzione di medici ed epidemiologi specializzati con la funzione appunto di rilevare in tempo i focolai.

L’importante ruolo del Gphin nelle pandemie

Reso più sofisticato dopo l’allarme Sars, il Gphin ha intensificato la sua attività di intelligence grazie al personale altamente specializzato. Un’attività basata su una serie di algoritmi attraverso i quali esaminare le più importanti notizie di tutto il mondo grazie al lavoro degli esperti che analizzano in nove lingue indizi attraverso i social, i blog, i dati ospedalieri e le fonti mediche. Un tipo di lavoro che ha consentito di prevenire o contenere gravi problemi, alcuni meno noti agli occhi della comunità mondiale fino ad arrivare a quelli che hanno messo in allerta il mondo. Al Gphin si attribuisce infatti il merito di aver individuato in tempo il pericolo legato all’epidemia del virus Zika in Africa  nel 2007, dell’influenza suina del 2009 in Messico, del virus H5N1 in Iran nel 2006, del Mers nel 2012 in Arabia Saudita, dell’Ebola nel 2014 in Africa occidentale. Il 20% delle informazioni avute negli ultimi anni dall’Oms, si legge nelle informazioni delle istituzioni sanitarie canadesi riportate nei media locali, proviene dal Gphin.

Perché il Gphin ha chiuso?

Nonostante l’importanza rivestita dall’agenzia canadese a livello globale, qualcosa ha iniziato a cambiare sul finire del 2018. A ricostruire la vicenda è stato il giornalista canadese Grant Robertson sul Globe and Mail: “Alla fine del 2018 – si legge nell’articolo – agli analisti è stato detto di concentrarsi su progetti considerati più preziosi per le priorità del governo”. Secondo il governo di Ottawa non c’erano minacce pandemiche globali: “Per questo i federali hanno deciso – sottolinea ancora Robertson – di orientare l’attività del Gphin verso incarichi di monitoraggio interni”. È stato il preludio della fine. Il 24 maggio 2019 l’agenzia canadese ha terminato la sua attività, tutti i suoi dipendenti sono stati spostati verso altre mansioni e non è stato più emesso alcun avviso.

Mai decisione è stata forse meno opportuna. Perché appena pochi mesi dopo il mondo all’improvviso si è ritrovato immerso nella più grande pandemia degli ultimi cento anni. In proporzione, è come se un Paese si privasse di un sistema di intelligence alla vigilia di una guerra mondiale. Nessuno però si era accorto della chiusura dell’agenzia. Soltanto il 25 luglio scorso lo stesso Grant Robertson ha portato sotto i riflettori la vicenda, scatenando aspre polemiche in Canada e non solo. L’opinione pubblica ha puntato il dito contro una scelta che ha privato il mondo scientifico della possibilità di intercettare, con un certo anticipo, l’insorgere del coronavirus.

La domanda a molti è arrivata spontanea: perché chiudere un servizio che aveva già mostrato la propria vitale funzione? Un vanto del sistema sanitario canadese ridotto in cenere nonostante gli allarmi su possibili pandemie in realtà non sono mai stati ridimensionati: “Già dal 2007 – ha ricordato lo studioso Pierluigi Fagan su InsideOver – ci sono allarmi sui coronavirus”. Le polemiche hanno portato alla riapertura del Gphin già ad agosto. Ma su quei 440 giorni di silenzio dell’agenzia adesso anche la magistratura canadese vuole vederci chiaro. Il premier Justin Trudeau ha accusato i tagli alla sanità effettuati dal predecessore, Stephen Harper. Quest’ultimo a sua volta ha incolpato il governo in carica.

Forse si poteva intervenire prima

Se tra i politici canadesi è iniziato il rimpallo di responsabilità, a livello obiettivo è indubbio che la scelta politica di chiudere il Gphin è stata a dir poco infelice. Torniamo per un attimo al novembre del 2002. Scandagliando media locali e informazioni tra i medici cinesi, l’agenzia ha potuto lanciare l’allarme sulla Sars. L’Oms già a dicembre di quell’anno ha chiesto informazioni al governo cinese, mettendo in pre-allerta l’intero pianeta. Quando l’epidemia nel marzo 2003 è diventata un caso mediatico, il mondo scientifico già sapeva che qualcosa in Cina non andava. Il Covid-19 ha invece colto tutti di sorpresa. Ancora oggi uno dei misteri irrisolti è quando realmente l’epidemia è iniziata.

L’assenza di attività del Gphin probabilmente non farà mai rispondere a questo quesito. Chiudendo i battenti nel maggio 2019, nessun funzionario ha potuto prendere visione della situazione a Wuhan nell’estate successiva, nessuno scienziato ha avuto la possibilità di capire che qualcosa forse non andava bene prima del novembre 2019, mese in cui ufficialmente le autorità cinesi hanno registrato il primo caso di contagio. Il silenzio dell’agenzia canadese non ha permesso di rintracciare in tempo il sorgere dei primi sospetti. Ed è forse questo che ha impedito alla comunità internazionale di evitare la pandemia.

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