Siamo tornati al punto di partenza? A distanza di ormai di quasi un anno dai primi casi di Sars-CoV-2 accertati a Wuhan, in Cina, una nuova ricerca scientifica potrebbe cambiare, per l’ennesima volta, la narrazione ufficiale della pandemia.

In base a quanto accaduto nella provincia cinese dello Hubei, il mondo intero ha iniziato a prendere familiarità con il nuovo virus all’inizio del 2020. L’Italia, dopo settimane intere in cui un buon numero di virologi e molti politici ripetevano che il nostro Paese era al sicuro e che non vi era alcun rischio sanitario, ha identificato ufficialmente il primo paziente Covid-19 lo scorso 20 febbraio nella provincia di Lodi.

Ci sono tuttavia tre enormi misteri rimasti ancora irrisolti. Primo: al momento non conosciamo il paziente 0 italiano, ovvero il soggetto infetto che, suo malgrado, ha portato l’infezione in Italia. Secondo: non sappiamo neppure quand’è che il virus ha iniziato a circolare tra le valli della Bergamasca e la Pianura Padana, trasformando la Lombardia nell’epicentro della prima ondata italiana.

Terzo elemento, forse più importante: ignoriamo la provenienza del misterioso agente patogeno, che per alcuni sarebbe arrivato in Italia direttamente da Wuhan, per altri sempre dalla Cina ma via Germania. Lo studio “Unexpected detection of SARS-Cove2 antibodies in the pre-pandemic period in Italy”, pubblicato l’11 novembre sul Tumori Journal e firmata da Giovanni Apolone, direttore dell’Istituto tumori di Milano, ha contribuito a chiarire un paio di aspetti legati alla cronologia della pandemia.

Da settembre a febbraio 2019

La ricerca pubblicata dall’Istituto, in collaborazione con l’Università di Siena, ha dimostrato che il coronavirus circolava in Italia sin dal settembre 2019. Quindi cinque mesi prima rispetto al primo caso accertato dalle autorità sanitarie. Il paper confermerebbe quindi il sospetto sulla circolazione precoce del Sars-CoV-2 all’interno del nostro Paese. Lo studio ha inoltre evidenziato un’altra questione rilevante: nel novembre 2019 molti medici di medicina generale avevano notato la comparsa di strani e gravi sintomi respiratori nei pazienti più anziani, collegati a forme aggressive di influenza stagionale. Una volta scoperta l’esistenza del Covid-19, tutte quelle polmoniti atipiche sono state ricollegate al coronavirus.

A questo punto la narrazione pandemica va incontro a un’inevitabile trasformazione. Se è vero che l’Italia ha avuto a che fare con il Sars-CoV-2 ben prima dei casi rilevati in Cina, allora l’apocalisse di Wuhan, avvenuta a gennaio, non può essere la causa scatenante della pandemia. O meglio: quanto accaduto nel capoluogo della provincia dello Hubei tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 potrebbe essere soltanto la punta dell’iceberg di un processo epidemico in corso da chissà quanto. Ma soprattutto di un processo endemico partito da chissà dove.

Origine spazio-temporale sconosciuta

Oltre allo studio dell’Istituto Tumori di Milano, ci sono altre ricerche che accendono spie e sollevano dubbi. Nella narrazione comunemente accettata tutto sarebbe partito da Wuhan il 31 dicembre 2019, giorno in cui sarebbero stati accertati i primi casi di una “polmonite di origine sconosciuta”. Nel giro di poche settimane sarebbero quindi stati rilevati casi analoghi della medesima malattia in tutti i continenti. Eppure il mercato ittico di Huanan, situato nel cuore della megalopoli di Wuhan, potrebbe essere soltanto il primo epicentro noto della pandemia. Il condizionale è d’obbligo, visto che stiamo parlando di ipotesi non ancora scientificamente confermate.

Uno studio in via di pubblicazione dell’Istituto Superiore di Sanità italiano (Iss) ha scoperto che nelle acque di scarico di Milano e Torino erano presenti tracce del virus Sars-CoV-2 già nel dicembre 2019. In una ricerca condotta dall’Università di Barcellona, con la collaborazione di Aigües de Barcelona, i ricercatori hanno rilevato la presenza del virus Sars-CoV-2 nei campioni di acque reflue di Barcellona raccolti il 12 marzo 2019. C’è poi la considerazione fatta dall’epidemiologo Tom Jefferson del Center for Evidence-Based Medicine (Cebm), presso l’Università di Oxford, secondo cui molti virus resterebbero inattivi fino a quando non si presenterebbero “condizioni ambientali favorevoli”. Stando alla sua ipotesi, Sars-CoV-2 potrebbe non essersi necessariamente originato a Wuhan. Al contrario, avrebbe potuto trovarsi in modalità “dormiente” in tutto il mondo in attesa delle condizioni favorevoli per potersi diffondere.

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