A metà marzo il Regno Unito aveva deciso quale strada imboccare per contrastare la pandemia di Covid. Nel corso di una conferenza stampa passata alla storia, Boris Johnson fece capire che no, l’Uk non avrebbe intrapreso un lockdown sul modello di quello attuato in Italia. “Abituatevi a perdere i vostri cari”, sentenziò tra lo stupore generale Bojo. Che in realtà non voleva angosciare nessuno, ma soltanto far capire al mondo intero che Londra non si sarebbe fermata, o almeno non completamente.
Dopo qualche settimana il Covid contagiò anche Johnson, che finì ricoverato in ospedale per precauzione. Apriti cielo: il mondo progressista e la stampa liberal, approfittando del bizzarro scherzo del destino, ne approfittarono per schernire il primo ministro britannico, colpevole di aver sottovalutato il nuovo coronavirus. In realtà Downing Street non aveva affatto intenzione di prendere sotto gamba il Covid. L’idea del governo era molto più semplice: affidarsi alla cosiddetta immunità di gregge (herd immunity).
Questo concetto indica una particolare forma di protezione indiretta che si verifica quando una buona fetta di popolazione è vaccinata contro una minaccia esterna, così da tutelare anche i soggetti che non hanno sviluppato direttamente tale immunità. Scendendo nel dettaglio, l’esecutivo britannico spiegò che l’obiettivo coincideva con la riduzione del picco dell’epidemia, in modo da alleggerire la pressione sul Servizio sanitario nazionale. Una strategia coraggiosa, insomma, ma che da un punto di vista scientifico aveva i suoi fondamenti. Ma soprattutto una strategia che niente aveva a che vedere con il liberi tutti raccontato da vari media. Anche perché alla fine Johnson ha attuato alcune misure restrittive, applicando una sorta di quarantena soft.
Dalla “quarantena soft” al ritorno alla normalità
Considerando che il Covid non può essere fermato ma solo contenuto, e mettendo in conto l’ombra lunga della Brexit sull’economia, Johnson decise di non bloccare “tutto” il Paese. Sempre a marzo, Bojo annunciò tuttavia la chiusura di ristoranti, discoteche, club, palestre, centri di scommesse e massaggi, casinò, piscine, teatri e cinema. Praticamente ogni possibile luogo di aggregazione. Non furono invece toccati negozi e farmacie, supermercati e trasporto pubblico. Niente limitazioni neppure per gli spostamenti, anche se il governo, in quei giorni, consigliava di ridurre limitare i contatti sociali.
Dopo tre mesi di blocco a singhiozzo, a luglio, è scattato il semaforo verde con un graduale ritorno alla normalità. Il 6 settembre i dati epidemiologici sono chiari: 344.164 casi e 41.549 decessi. Numeri più alti rispetto alla media europea, ma che tuttavia – sostengono alcuni esperti – avrebbero limitato i danni economici.
Per migliorare la tracciabilità e la prevenzione del virus, il governo britannico ha recentemente affermato di star investendo in un test del coronavirus capace di fornire risultati in appena 20 minuti. In generale la Gran Bretagna ha notevolmente ampliato la sua capacità di test dall’inizio della pandemia, ma i critici affermano che non sta ancora facendo abbastanza per trovare e isolare le persone affette da Covid.
Il mistero di Londra
A questo punto è lecito farsi una domanda. Per quale motivo Londra non ha dovuto fare i conti con la famigerata ondata di Covid, la stessa che ha invece colpito altre città del Regno Unito? Questo è un bel mistero, anche perché era proprio all’ombra del Big Ben che si era formato il più grande epicentro della pandemia di tutto il Paese. Che la tattica di Johnson abbia funzionato?
Il Guardian ha provato a ricostruire quanto accaduto. “È un po’ un’enigma, dato che Londra ha guidato il picco iniziale”, ha spiegato il professor David Alexander dell’Institute for Risk and Disaster Reduction presso l’University College di Londra. Oggi, almeno per il momento, molti ospedali londinesi sostengono di non aver più nessun caso Covid. Lo scenario è identico in tutti e 32 i distretti di Londra, dove il numero di casi per 100mila persone, una settimana fa, variava da 5,7 (a Bromley) a 17,9 (Kensington e Chelsea). Dati decisamente più bassi rispetto ai numeri registrati in città che devono fronteggiare nuove restrizioni, come ad esempio Leeds (27,8) e Manchester (28,7).
Un’ipotesi è che i fattori economici regionali possano giocare un ruolo cruciale, e che i colletti blu impiegati nel settore manifatturiero possano essere più esposti rispetto ai professionisti di Londra, in grado di lavorare anche in smart working. Un’altra spiegazione potrebbe essere da ricercare nel comportamento sociale dei londinesi, colpiti così duramente da essere più disposti a rispettare le misure di distanziamento sociale. Certo, è ancora presto per cantare vittoria. Ma c’è chi ha già ridato legittimità al modello inglese, forse bistrattato troppo in fretta come quello svedese.