Per arrivare da queste parti, in mezzo agli sperduti territori situati nella Cina sud-occidentale, bisogna veramente avere un motivo valido. La provincia dello Yunnan, tra contee autonome e prefetture sconosciute, ospita confini irregolari, alture ondulate, vallate e catene montuose. Siamo distanti anni luce dallo scintillio delle ruggenti megalopoli cinesi. Pechino e Shanghai, giusto per fare un esempio, si trovano entrambe a circa 3mila chilometri; sono molto più vicini il Vietnam, il Laos e il Myanmar.

Va da sé che l’economia locale, per lo più agraria, non ha niente a che vedere con il miracolo che, dalla fine degli anni ’80 in poi, ha travolto il Delta del Fiume delle Perle e, via via, tutte le città costiere cinesi dell’Ovest. Qui siamo ancora indietro ma, da qualche anno, si notano segnali di sviluppo. Il governo centrale ha investito nelle infrastrutture, costruendo strade e ferrovie per fluidificare i collegamenti commerciali con il resto del mondo. Regioni e provincie anonime, hanno così gradualmente iniziato ad assumere una certa rilevanza di fondo. Sono gli effetti della Belt and Road Initiative, uniti alla volontà di Xi Jinping di sradicare la povertà dalla nazione.

Dieci anni fa

Dicevamo che per transitare nello Yunnan più profondo serve una ragione valida. Considerando lo scenario appena descritto, a meno che non abitiate da quelle parti o che non dobbiate trasportare un carico di legname lungo la superstrada G8511, difficilmente vorrete trovarvi sperduti in mezzo al nulla. Certo, il paesaggio naturale, a tratti, è da cartolina e il turismo ha iniziato a crescere. Ma un conto è visitare i parchi o le grandi città, un altro recarsi in un distretto come quello di Tongguan. Se non avete la minima idea di dove si trovi Tongguan, non dovete affatto preoccuparvi. Persino su Google maps è complicato individuare questo luogo (dovete infatti cercare Tonggguanzhen). Qui, nel 2012, si sarebbe diffuso un virus molto, molto simile al Sars-CoV-2. Così tanto simile che alcuni esperti hanno ipotizzato un collegamento tra i fatti di Wuhan e quanto accaduto nel remoto distretto di Tongguan quasi 10 anni fa.

Agosto 2012, Yunnan. Il termometro sfiora i 33 gradi. Sulle tradizionali piantagioni di tè a terrazza piove da giorni e il clima è umido. Siamo in piena stagione dei monsoni. Una piccolo team di scienziati è appena arrivato nel distretto di Tongguan per studiare una nuova, misteriosa malattia letale. Pare che l’epicentro sia una vecchia miniera di rame abbandonata da tempo. Indossano tute bianche ignifughe e maschere protettive. Con coraggio, si addentrano nell’oscurità. In quelle grotte c’è un odore fortissimo. In alto, appesi sui soffitti, lunghe file di pipistrelli; per terra, uno strato di escrementi e tanti topi. Insomma, l’habitat perfetto per microrganismi mutati, agenti patogeni mortali e zoonosi (altro che mercato del pesce di Wuhan).

Qualche settimana prima del sopralluogo degli esperti, sei uomini, tutti entrati nella miniera, vengono colpiti da una polmonite acuta. Tre di loro muoiono. Le autorità, forse temendo il ritorno di fiamma di un virus simile alla Sars – che dieci anni prima aveva messo in ginocchio la Cina -, mandano sul posto gli scienziati per impedire una nuova epidemia. Gli esperti raccolgono campioni fecali, che verranno poi analizzati in appositi laboratori. Anche in quello di Wuhan. L’allarme rientra quasi subito. Ufficialmente non ci sono più contagi, dunque nessuno sentirà più parlare della miniera di Tongguan per una decina di anni.

Dopo l’esplosione del Sars-CoV-2, nel dicembre 2019, inizia una spasmodica ricerca sulle origini del nuovo coronavirus che ha travolto il mondo intero. C’è chi dice che tutto possa esser partito dal mercato ittico di Huanan, nel cuore di Whuan, dove sono stati segnalati i primi casi di infezione. Il governo cinese indaga, poi smentisce; afferma che non ci sono prove, che tutto potrebbe essere partito chissà dove, chissà quando, chissà come. In effetti, tutt’oggi, a distanza di un anno dal primo caso, la comunità scientifica non è ancora riuscita a stabilire l’origine temporale e geografica del Sars-CoV-2. In mezzo a una ricerca difficilissima, le accuse politiche tra Paesi rivali complicano la situazione, alimentano teorie del complotto, offuscano la verità, creano pregiudizi.

Dallo Yunnan allo Hubei: le ipotesi (non confermate)

Alcuni sostengono invece che il virus possa essere fuoriuscito per errore dal laboratorio di Wuhan, dove lavora Shi Zhengli, una delle più importanti virologhe della Cina. La signora Shi ha passato anni interi ad archiviare coronavirus provenienti dagli animali, in primis dai pipistrelli (non a caso è stata soprannominata Bat woman, o anche “signora dei pipistrelli”). Il suo obiettivo: riconoscere virus mortali e nocivi per l’uomo. Secondo quanto riportato dal Sunday Times, ci sarebbe una notevole somiglianza tra il Sars-CoV-2 e il virus trovato nelle profondità della miniera di Tongguan e archiviato dalla stessa Bat woman.

Come se non bastasse, nella famigerata spedizione nello Yunnan, nel 2012, c’era anche la dottoressa Shi. Anzi: era proprio lei che guidava il team di scienziati. La task force prelevò campioni di feci da 276 pipistrelli. I risultati di quegli studi mostrarono come la metà delle bestiole frequentatrici della miniera fosse portatrice di coronavirus. Molti pipistrelli possedevano contemporaneamente più geni di uno stesso genere di virus. Una condizione pericolosissima, che avrebbe potuto generare una miscela di patogeni potenzialmente mortali per l’uomo.

Nell’alternanza tra passato e presente, ci spostiamo nel 2016. In quell’anno, Shi pubblica uno studio intitolato: “La coesistenza di multipli coronavirus in diverse colonie di pipistrelli in una miniera abbandonata”. La dottoressa scrive che due sequenze genetiche trovate in sei specie di pipistrelli erano dello stesse genere che provocò la Sars nel 2003. Uno di questi coronavirus, prelevato nel pipistrello chiamato Rhinolophus affinis, è stato rinominato RaBtCoV/4991. Si rivelerà essere quasi identico al Sars-CoV-2 (il 96,2% del genoma). Spuntano le prime ipotesi, ovviamente non confermate. La prima: considerando che il laboratorio di Wuhan è vicinissimo al mercato ittico di Huanan, è possibile che uno dei ricercatori che stava studiando il virus parente del Sars-CoV-2 possa esser stato infettato e, poiché asintomatico, possa aver diffuso l’infezione all’esterno della struttura. La seconda: un animale infettato dal virus (ospite intermedio), forse un pangolino, potrebbe aver viaggiato dal sud o dal sud-ovest della Cina fino al wet market di Wuhan. Qui sarebbe avvenuta la zoonosi, prima dell’apocalisse.

Riflettori (di nuovo) sulla miniera di Tongguan

Nel dicembre 2020 è tutto pronto per la missione dell’Oms a Wuhan. Un gruppo di esperti viene inviato nella capitale dello Hubei per ricostruire il mosaico relativo all’origine del virus. Parlando con la Bbc, Miss Shi, alla guida dell’istituto di virologia di Wuhan, invita il team dell’Oms a visitare la struttura da lei diretta. Chiaro l’intento: smentire, una volta per tutte, le voci della possibile fuoriuscita del Sars-CoV-2 dal laboratorio di Wuhan. “Saranno i benvenuti”, rassicura la signora dei pipistrelli. Il problema è che quello era soltanto il pensiero di Shi; non certo del laboratorio, il cui ufficio stampa chiude la questione avvertendo che la dottoressa ha parlato a titolo meramente personale. Morale della favola: non è prevista una tappa dell’Oms all’interno della struttura.

Proprio in quei giorni di fine dicembre 2020, una troupe della Bbc è in viaggio verso il remoto distretto di Tongguan. Vogliono visitare la miniera di rame abbandonata ma non riescono nel loro intento. “Agenti di polizia in borghese e altri funzionari in auto senza contrassegni ci hanno seguito per miglia lungo le strade strette e sconnesse”, si legge in un articolo pubblicato il 21 dicembre 2020. E ancora: “Abbiamo trovato ostacoli sulla nostra strada, incluso un camion “in panne”, che la gente del posto ha confermato essere stato posizionato dall’altra parte della strada pochi minuti prima del nostro arrivo”. Il messaggio sembrerebbe essere chiaro: i giornalisti della Bbc non devono andare a Tongguan. Sorge subito un dubbio: non è che le misteriose morti avvenute nei pressi della miniera di rame nel 2012 possano essere in qualche modo collegabili all’origine della pandemia di Sars-CoV-2? Impossibile, al momento, avere risposte certe.

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