Le proteste per la morte di George Floyd hanno incendiato gli Stati Uniti, dando luogo ad un’ondata di instabilità che ha rapidamente superato, per vastità, gravità e proporzioni, la celebre rivolta di Los Angeles del 1992. Questa volta, infatti, i disordini non sono rimasti circoscritti alla sede dell’accaduto, Minneapolis, ma si sono estesi su scala nazionale e, soprattutto, hanno assunto i caratteri di una vera e propria guerra urbana, condotta da movimenti organizzati come Antifa e Black Lives Matter, e ricca di elementi ed ambizioni tanto socio-razziali quanto politico-ideologiche.

La brutalità poliziesca si è rivelata una scusante per dare sfogo alla violenza, condurre vandalismi di ogni sorta, abbattere statue di personaggi storici, saccheggiare supermercati e negozi, e promuovere la concretizzazione di visioni utopiche (o distopiche, a seconda della lettura) come i quartieri senza polizia (police-free). Sogni che si sono scontrati con la dura realtà dei fatti, come a Seattle, dove il primo quartiere autogestito e senza forze dell’ordine degli Stati Uniti, ribattezzato Capitol Hill Autonomous Zone (CHAZ), si è scoperto incapace di fermare fenomeni come la dura legge dell’anarchia sociale e l’arrivo delle bande di strada.

Ad ogni modo, quanto sta accadendo oggi non coglie in maniera impreparata e di sorpresa chi, all’indomani della fine della guerra fredda, aveva dato credito alle previsioni pessimistiche di quei politologi appartenenti alla cosiddetta “scuola neomedievalista” delle relazioni internazionali, secondo i quali il nuovo secolo non avrebbe significato, per l’Occidente, una pacifica transizione alla fine della storia, quanto un ritorno al passato: il Medioevo.

Cosa dicevano i neomedievalisti

Il termine neomedievalismo è stato coniato dal politologo australiano Hedley Bull, che lo ha introdotto nel linguaggio accademico nel 1977, anno in cui è stato dato alle stampe “The Anarchical Society“. In quel libro, Bull prevedeva una graduale erosione di potere e legittimità degli stati-nazione westfaliani sull’onda delle pressioni dal basso provenienti da una serie di attori, come le società civili, e provenienti dall’alto, dalla globalizzazione. Trattandosi di una regressione, tanto politica quanto sociale, i paesi sviluppati avrebbero patito duramente il ritorno al Medioevo, scoprendosi dei focolai di violenza e insicurezza diffuse.

La storia ha dato rapidamente ragione a Bull: forze transnazionali dall’enorme potere ed influenza, dalle corporazioni multinazionali all’internazionale jihadista, hanno messo in seria discussione le capacità gestionali e di controllo degli stati del Nord globale, la cui risposta è stata basata, rispettivamente, su una ritirata strategica dall’economia e dai mercati e sulla privatizzazione della guerra. Al tempo stesso, le pressioni provenienti dal basso hanno eroso le fondamenta delle istituzioni e attaccato la stabilità sociale, alimentando polarizzazione e identitarismo.

Il pensiero di Bull è stato recuperato ed approfondito all’indomani della fine della guerra fredda, alla luce dei profondi cambiamenti sociali, culturali, economici e politici occorsi nei paesi occidentali fra la fine degli anni ’70 e la fine degli anni ’90. Lo scienziato politico Philip Cerny nel 1998 pubblicava “Neomedievalism. Civil War and the New Security Dilemma”, accusando la globalizzazione di aver dato vita ad un processo di “disordine duraturo” (durable disorder) il cui esito finale sarebbe stato, appunto, un ritorno al Medioevo.

Questo nuovo Medioevo, secondo Cerny, sarebbe stato caratterizzato, tra le altre cose, dal ritorno in scena dei tribalismi, dall’aumento delle inuguaglianze economiche, dalla frammentazione delle identità e dalla proliferazione di “zone grigie” (grey zones), ossia di enclavi al di fuori del controllo delle autorità, degli stati negli stati dove la legge primaria e prevalente non sarebbe stata quella delle istituzioni. Tutto questo, ovviamente, secondo Cerny, avrebbe avuto delle gravi ripercussioni dal punto di vista della coesione sociale e della sicurezza, alimentando conflitti dalla difficile risoluzione a causa del ritiro degli stati dai loro stessi confini.

Al concetto delle zone grigie di Cerny si lega in maniera significativa la previsione altrettanto distopica sulle cosiddette “guerre civili molecolari” del filosofo tedesco Hans Magnus Enzensberger. La teoria è stata popolarizzata nel 1992 nel libro “Prospettive sulla guerra civile molecolare”, che Enzensberger scrisse in qualità di testimone delle violenze politiche e razziali che stavano avvolgendo la Germania riunificata, afflitta dagli scontri fra estrema sinistra e neonazisti e fra questi ultimi e la sempre più corposa comunità turca.

Secondo il pensatore tedesco, ciò che stava accadendo non era un fenomeno contingente, né tantomeno ristretto al suo paese, ma permanente e destinato ad allargarsi al resto del continente. Il futuro dell’Europa, e a latere del mondo sviluppato, sarebbe stato dominato dalla pervasività e dalla quotidianità della violenza, che avrebbe attanagliato la tranquillità degli “uomini buoni” in diverse forme: microcriminalità diffusa, banditismo urbano (soprattutto a composizione giovanile), periodiche rivolte sociali e razziali, aumento della brutalità e dell’amoralità tanto da parte dei criminali che da parte delle persone comuni.

Infine, lo stato di tensione costante provocato dalle guerre civili molecolari avrebbe comportato la graduale sparizione degli “uomini buoni”, sostituiti per soverchiamento dai violenti ma, anche e soprattutto, da “perdenti e superflui”.

Avevano ragione i neomedievalisti?

È difficile non pensare alla teoria di Cerny sulle zone grigie rivolgendo lo sguardo al problema delle cosiddette “no go zones” (let. aree ad accesso vietato) che affligge sempre più paesi dell’Europa occidentale: dalla Francia alla Svezia, passando per Belgio, Danimarca, Germania e Inghilterra. Si tratta di aree in cui lo stato è assente, dove la lingua maggioritaria della popolazione non è quella degli autoctoni, dove micro- e macro-criminalità dilagano, e dove integrazione e mobilità sociale restano un miraggio.

Questo è il clima che ha permesso ad ideologie esiziali per la sicurezza nazionale e la coesione sociale, come l’islam radicale, di attecchire e proliferare, e la portata del fenomeno è stata compresa pienamente soltanto con l’ascesa dello Stato Islamico, che proprio in questi quartieri ha fatto proselitismo ed ottenuto combattenti volontari da dispiegare nel Siraq e da utilizzare nella stessa Europa per consumare attentati sanguinosi.

Nella sola Francia, le indagini della Direction générale de la Sécurité intérieure (DGSI) hanno appurato l’esistenza di almeno 150 i quartieri, prevalentemente banlieu e zone-dormitorio, fuori dal controllo delle istituzioni e comandati da reti più o meno informali legate al jihadismo e all’islam radicale. Si tratta di quartieri in cui la shari’a ha già sostituito le leggi civili della repubblica e la mai avvenuta integrazione ha creato delle bombe ad orologeria che periodicamente esplodono, lasciando a terra morti e feriti, e che hanno spinto lo stesso Emmanuel Macron a denunciare il rischio di scenari separatisti.

I 150 quartieri identificati dalla Dgsi sono spalmati nell’intero paese, da Parigi a Lione, passando per Marsiglia, Nizza e Tolosa, ma a preoccupare maggiormente è il fatto che si stiano estendendo a macchia d’olio in tutta la Francia, dalle aree metropolitane alle aree rurali. Nei territori perduti, come sono stati ribattezzati, le forze dell’ordine intervengono con estrema cautela, onde evitare di accendere le proteste degli abitanti che potrebbero dar luogo a guerriglie urbane come quelle del 2005 e del 2017, ma gli operatori della sanità e dei trasporti pubblici affrontano gli stessi problemi. A maggio dell’anno scorso fece scalpore la notizia di un autista della Ratp, di fede salafita, che si era rifiutato di far salire una donna sul mezzo perché indossante una minigonna.

Lo stesso discorso è applicabile alle guerre civili molecolari, di cui è sempre più difficile negare l’esistenza. Le metropoli occidentali non sono più sicure di una grande città qualsiasi del Sud globale: Londra è, da diversi anni, colpita da una crescente epidemia di violenza gangsteristica che nel 2018 ha lasciato a terra 132 morti e ha prodotto 14.840 reati con arma bianca; mentre in Svezia, paese senza una tradizione di crimine organizzato e violento autoctono, città come Stoccolma e Malmö sono diventate il teatro di guerre tra bande per il controllo del mercato della droga condotte a colpi di esplosivo.

Il 2019 è stato l’anno nero della Svezia: più di 100 attacchi dinamitardi, ossia il doppio rispetto all’anno precedente, e 76 attentati sventati dalle forze dell’ordine. Malmö è la città più interessata dal fenomeno gangsteristico, luogo in cui è avvenuto un terzo delle esplosioni che hanno interessato il Paese e dove avvengono anche gli atti più cruenti, come una sparatoria in un internet café che nel 2018 ha lasciato a terra tre morti e tre feriti.

La violenza in Svezia ha raggiunto livelli tali che la stessa Volvo, la compagnia automobilistica che ha il quartiere generale a Goteborg, starebbe pensando di spostare all’estero i propri uffici per via delle lamentele dei lavoratori e delle preoccupazioni degli investitori.

Inoltre, tornando alla Francia, quanto accaduto a Digione fra il 12 e il 15 giugno è strettamente collegabile ai temi delle guerre civili molecolari e delle zone grigie. Il pestaggio di un adolescente ceceno da parte di alcuni spacciatori di quartiere di origine magrebina ha dato vita ad una guerriglia urbana, alla quale hanno preso parte centinaia di persone da ciascun lato e durante la quale sono apparse armi pesanti, come i kalashnikov. L’intervento delle forze dell’ordine è stato tardivo e limitato e, secondo Chamil Albakov, capo del servizio stampa dell’Assemblea dei ceceni in Europa, sarebbe stata proprio la percezione di uno stato assente e di un territorio in mano alla criminalità ad aver spinto la comunità cecena ad insorgere e a scegliere la via della giustizia privata.

Il futuro che verrà

L’assenza di un corpo centrale e di una struttura definita e territorializzata si è rivelata l’arma vincente di Antifa e Black Lives Matter, i due grandi protagonisti dell’instabilità sociale e del fermento culturale che stanno avvolgendo l’Occidente e che stanno spingendo migliaia di persone a prendere il controllo delle piazze. Ovunque, la brutalità poliziesca viene utilizzata come scusante per giustificare tagli alla sicurezza, mentre il presunto razzismo strutturale delle società occidentali viene strumentalizzato per portare avanti una chiara agenda politica a base di ridenominazioni di strade e piazze, abbattimenti di statue e monumenti eretti in memoria di personaggi storici, deliri del politicamente corretto come la rimozione dal mercato di prodotti dal nome improvvisamente “razzista” e revisionismo storiografico.

Lo scenario più plausibile è che la combinazione di questi eventi, ossia tagli alla sicurezza e de-occidentalizzazione coatta su richiesta-imposizione di una minoranza, darà luogo a due conseguenze molto importanti che sono, rispettivamente, la privatizzazione del servizio d’ordine pubblico (con annessa erosione del monopolio della forza) e l’aumento delle tensioni interclasse ed inter-etniche.

In entrambi i casi, le prime vittime della regressione al Medioevo delle società occidentali saranno i poveri e le classi meno abbienti, ossia coloro i cui quartieri entreranno nell’orbita della criminalità e pagheranno la parte più consistente del prezzo del ritiro delle forze dell’ordine dal territorio. Le classi agiate, invece, potranno fuggire dalla violenza delle guerre civili molecolari e dalle zone grigie, rifugiandosi nelle comunità chiuse (gated communities) e godendo della protezione di vigilanza armata privata, proprio come accade già oggi in molte realtà del Sud globale afflitte dalla piaga della criminalità pervasiva come Brasile e Sud Africa. 

In Brasile, dove baraccopoli e comunità chiuse crescono allo stesso ritmo, il numero di coloro che decidono di migrare dalle metropoli ai piccoli centri urbani di nuova costruzione, composti da “condominios fechados” (let. condomìni chiusi) il cui prezzo esorbitante li rende appannaggio esclusivo di ricchi ed ultra-ricchi, proliferano da anni studi sociologici sul tema e le stesse agenzie immobiliari si chiedono se “la comunità chiusa è il futuro della casa in Brasile?“.

Il Sud Africa, invece, detiene il triste record di possedere il maggior numero di comunità chiuse del continente, circa 6.500, ed anche la più imponente industria della sicurezza privata del pianeta: oltre 9mila compagnie registrate che impiegano circa 450mila vigilanti, ossia più degli effettivi di forze dell’ordine e forze armate.

Nei prossimi anni, alla luce degli accadimenti attuali, Brasile e Sud Africa smetteranno di essere guardati con occhio distaccato e pregiudizievole perché diventeranno, invece, dei modelli da seguire e studiare nella transizione verso il Nuovo Medioevo; una transizione che si preannuncia traumatica e destabilizzante proprio come previsto dai suoi teoreti. Come dice Hans Magnus Enzensberger in Prospettive sulla guerra civile molecolare, “Osserviamo il mappamondo. Localizziamo le guerre in corso in territori a noi lontani, preferibilmente nel Terzo Mondo. Parliamo di sottosviluppo, non-contemporaneità, fondamentalismo. Questa lotta incomprensibile sembra svolgersi a grande distanza. Ma si tratta di un’illusione. In realtà la guerra civile ha già fatto da tempo il suo ingresso nelle metropoli. Le sue metastasi sono parte integrante della vita quotidiana delle grandi città, e questo non solo a Lima e Johannesburg, Bombay e Rio, ma anche a Parigi e Berlino, Detroit e Birmingham, Milano e Amburgo. […] La nostra è una pura illusione se crediamo davvero che regni la pace soltanto perché possiamo ancora scendere a comprarci il pane senza cadere sotto il fuoco dei cecchini”.

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