Medici, esperti, giornalisti, politici. Tutti ripetono che torneremo alla normalità, ma lo faremo soltanto quando sarà pronto un vaccino contro il Covid-19. Considerando che letteralmente mezzo mondo, cioè quasi 4 miliardi di persone, è bloccato in casa in attesa che la tempesta perfetta cali d’intensità, si capisce quanto sia fondamentale avere tra le mani una cura capace di neutralizzare il nuovo coronavirus.

Al momento non esiste niente di tutto questo, e l’unica arma a disposizione degli Stati resta il distanziamento sociale, da conseguire in forme più o meno estreme e attraverso modalità più o meno coercitive. Si va dal coprifuoco imposto in Thailandia alla quarantena di ferro cinese, dall’ “uscire solo in caso di emergenza” italiano al più morbido controllo degli inglesi.

Insomma, ogni Paese si è attrezzato considerando le variabili con cui doveva fare i conti, fra cui l’età della popolazione (sappiamo che il virus è particolarmente pericoloso con i senior) e i posti in terapia intensiva. Le misure si sono rivelate efficaci ma il vaccino è la conditio sine qua non per tornare alla vecchia quotidianità, fatta di libere uscite, cene di gruppo, viaggi spensierati e volto scoperto da ogni mascherina protettiva.

La corsa al vaccino

Mentre ogni giorno balza agli onori della cronaca un presunto farmaco miracoloso (che nel giro di poche ore si rivelerà essere sostanzialmente inutile alla causa), cinque grandi multinazionali stanno disputando una corsa serrata per trovare il tanto famigerato vaccino anti Covid-19. La competizione è globale e senza esclusione di colpi. Stando a quanto riferito sabato scorso dal think tank Milken Institute, sono in lizza 97 trattamenti farmacologici (si va dall’utilizzo degli anticorpi agli antivirali fino alle terapie basate sull’Rna) e 52 vaccini.

Attenzione ai facili entusiasmi. Prima di assistere alla fumata bianca dovranno passare altri mesi, realisticamente tra i 12 e i 18 mesi. Questo sarà il tempo necessario per effettuare tutti i test clinici del caso, salvo poi individuare il vaccino giusto e avviarne la produzione di massa. Va da sé che il fortunato che prima degli altri uscirà vittorioso con la pozione magica in mano si assicurerà diversi denari.

Le big pharma si preparano quindi a realizzare enormi affari, e più in fretta riusciranno a realizzare un vaccino prima passeranno all’incasso. Per farsi un’idea delle cifre, a detta di Fortune Business Insights alla vigilia dell’esplosione del nuovo coronavirus il mercato dei vaccini avrebbe toccato la soglia degli 83,6 miliardi di euro da qui al 2026. Con l’aggiunta del Covid-19 i numeri saranno ancora più alti.

Costi troppo alti

Scendendo nel dettaglio della corsa al vaccino, scrive Il Fatto Quotidiano, i riflettori sono puntati su cinque multinazionali, le stesse che sono responsabili di quasi quattro quinti delle vendite globali di vaccini. Eccole, una dietro l’altra: GlaxoSmithKline (Regno Unito, che nel 2018 ha registrato un giro d’affari di 34,2 miliardi), Merck (Stati Uniti, 36,83 miliardi), Sanofi (Francia, 34,46 miliardi), Pfizer (Stati Uniti, 46,72 miliardi) e Gilead Sciences (Usa, 19,3 miliardi).

Facciamo un altro esempio per toccare con mano il fiume di denaro che si nasconde dietro l’attività di questi colossi. Nel 2018 il trattamento prodotto da Gilead Science per l’epatite C, lo stesso che ha prodotto tassi di guarigione superiori al 90%, ha fatturato 4 miliardi di dollari; nel 2015, solo negli Stati Uniti, la cifra aveva raggiunto i 12,5 miliardi. Il calo, sottolinea Goldman Sachs, è dovuto al fatto che in tre anni si è ridotto il pool di pazienti curabili.

Guardiamo adesso al futuro. Quando sarà sviluppato un vaccino efficace contro il nuovo coronavirus, potranno permetterselo tutti? A oggi questa prospettiva appare assai complicata, visto che produrre vaccini richiede processi sempre più complessi. E processi più complessi comportano costi più elevati.

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