Le voci sulla salute di Kim Jong Un hanno relegato in secondo piano la situazione epidemiologica della Corea del Nord. Esperti e analisti vari hanno smesso di chiedersi se il Covid-19 abbia fatto breccia nella società nordcoreana, preferendo concentrarsi sulle assenze (e ricomparse) di Kim.

Dal canto suo Pyongyang continua a ripetere che all’interno del Paese non esistono casi di infezioni provocate dal nuovo coronavirus. In questi mesi il governo ha adottato misure restrittive, isolandosi letteralmente dal resto del mondo, chiudendo le frontiere e mettendo tutti gli stranieri in isolamento per evitare la nascita di possibili focolai. Eppure ci sono diversi indizi che collidono con la versione ufficiale fornita dalle autorità.

Ad esempio la Cina ha imposto un lockdown a Shulan, una città a due passi dal confine nordcoreano. Un confine da sempre utilizzato dai due Paesi, in strettissimi rapporti commerciali. Dal momento che Pechino non sa spiegarsi l’origine delle infezioni in quell’area, visto il capillare controllo imposto su tutto il Paese dal Dragone, alcuni analisti hanno sospettato che il contagio potesse essere arrivato proprio dalla Corea del Nord.

Zero casi?

Nel frattempo, a dimostrazione di una situazione sotto controllo, i bambini delle elementari sono tornati in classe, seppur bardati con le mascherine di ordinanza. Alcuni istituti superiori e università, invece, hanno potuto riaprire già a metà aprile. Il governo non ha mai dichiarato neanche un solo caso di coronavirus ma, fin da subito, ha preso sul serio la minaccia di contagio.

A partire da febbraio Pyongyang sospendeva voli e treni da e verso la Cina, in aggiunta a una quarantena di 40 giorni (il doppio rispetto alla maggior parte degli altri Paesi) a chi era rientrato dall’estero o aveva avuto contatti con persone che c’erano state. Il New York Times ha scritto che la “Corea del Nord ha preso misure contro il virus tra le più drastiche al mondo, e lo ha fatto prima di molti altri paesi”.Certo è che, oltre al citato legame commerciale che unisce Pyongyang a Pechino, e quindi l’assidua frequentazione di cittadini cinesi all’interno del Paese, dobbiamo considerare altre questioni.

Ipotesi e congetture

Il sito dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), alla voce Corea del Nord, riporta zero casi e zero decessi provocati dal Covid-19. Dall’altra parte i dissidenti nordcoreani che vivono all’estero puntano il dito contro le “bugie” di Pyongyang, tra lazzaretti segreti e intere famiglie scomparse nel nulla. “Dal Paese mi raccontano di episodi agghiaccianti: se hai i sintomi, non ti fanno nemmeno il test ma ti spediscono direttamente tra quelli che chiamano i centri di quarantena“, ha spiegato all’Espresso Yeonmi Park, una delle dissidenti più note.

Radio Free Asia sostiene invece che il primo decesso da Covid avvenuto a Pyongyang risalirebbe allo scorso 7 febbraio; pochi giorni dopo, il 21, sarebbe morta un’altra persona a Chongjin, città non distante dal confine con la Cina. Secondo il quotidiano giapponese Yomiuri Shimbun in Corea del Nord, a causa della pandemia, sarebbero invece morte migliaia di persone, un centinaio delle quali tra gli ufficiali dell’esercito.

Queste informazioni non possono essere confermate, dato il particolare contesto in cui sono state espresse. Fanno tuttavia da contraltare alle informazioni ufficiali fornite dal governo nordcoreano. Impossibile sapere con certezza dove si trovi la verità. Possiamo fare soltanto ipotesi. La prima è che la Corea del Nord sia stata effettivamente colpita dalla pandemia. La seconda è che il virus possa essere effettivamente arrivato nel Paese ma che il governo non sia riuscito a individuare neppure un caso. Infine c’è la terza ipotesi: sfruttando il suo isolamento dal resto del mondo, Pyongyang potrebbe aver veramente impedito al virus di varcare i propri confini

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