«Noi siamo parte della Russia: il suo destino è il nostro destino, la sua libertà è la nostra libertà, la sua rinascita è la nostra missione. Viviamo con essa e lasciamo ai nostri figli il compito di lottare per il suo futuro. Difenderemo i suoi interessi, le rimarremo fedeli e continueremo a servirla. Ma non dobbiamo nulla all’Unione Sovietica: né lealtà, né obbedienza, né impegno. Anzi, quanto prima e con quanta più fermezza il popolo russo riuscirà a sottrarsi all’influenza della Terza Internazionale, rifiutando di obbedirle, sostenerla o servirla, tanto meglio sarà».
C’è un nome che pesa (molto) più del citatissimo – spesso a proposito – Aleksandr Dugin nella genealogia ideologica del putinismo, ed è rimasto per decenni ai margini del dibattito italiano: Ivan Aleksandrovič Il’in, fondamentale intellettuale russo di formazione giuridico-filosofica (1883-1954). Ibex Edizioni colma questo vuoto pubblicando I nostri compiti, selezione antologica degli articoli scritti dal filosofo tra il 1948 e il 1954, a cura di Flavio Menozzi, con prefazione di Alessandro Volpi e postfazione di Lorenzo Maria Pacini.
Espulso dalla Russia sovietica nel 1922 sulla celebre “nave dei filosofi” voluta da Lenin, Il’in scrive questi testi dall’esilio svizzero, guardando a una Russia scomparsa e progettandone una ancora da venire. Come nota Volpi in prefazione, si tratta del pensatore «più citato da Vladimir Putin», la cui salma fu fatta rimpatriare e riseppellire a Mosca nel 2005, alla presenza dello stesso Putin. Dal 2014 I nostri compiti è lettura raccomandata dal governo russo ai quadri delle amministrazioni regionali.

Il cuore del pensiero di Il’in – ed è ciò che lo rende particolarmente attuale – è il rifiuto della Russia come Stato-nazione convenzionale: per Il’in è un «organismo vivente», indivisibile, geografico e spirituale insieme. Da qui discende il capitolo più attuale, quello sullo smembramento della Russia, dove il separatismo ucraino viene descritto come un «fenomeno artificioso» alimentato da potenze straniere per indebolire il nucleo russo. «Dobbiamo essere pronti al fatto che i fautori dello smembramento della Russia tenteranno di realizzare il loro esperimento ostile e assurdo persino nel caos post-bolscevico, spacciandolo ingannevolmente come il trionfo della “libertà”, della “democrazia” e del “federalismo» – scriveva – «a danno dei popoli e delle etnie russe; a vantaggio di politici in carriera in cerca di successo e dei nemici della Russia. Dobbiamo essere pronti a questo, in primo luogo perché la propaganda tedesca ha investito troppo denaro e sforzi nel separatismo ucraino (e forse non solo in quello ucraino)».
Estremamente rilevante è la critica di Il’in, oltre che al bolscevismo, alla democrazia liberale occidentale, giudicata un vuoto «aritmetico» di voti che porta al potere demagoghi e «plebaglia». Al suo posto propone la Democrazia Creativa, una selezione dei migliori legata alla maturità civile del cittadino, dentro una cornice di Stato etico venata di misticismo ortodosso: l’Occidente, scrive, è dominato dal Logos e dal calcolo, la Russia dal Cuore Contemplativo.
Non mancano le note più «scomode» nella biografia di Il’in: negli anni Venti e Trenta guardò con simpatia, seppur temporanea, sia al fascismo italiano sia al nazionalsocialismo tedesco, letti come argini al bolscevismo. Menozzi ricostruisce il suo silenzio iniziale sulle persecuzioni degli ebrei, pur ricordando che Il’in rifiutò poi di firmare i protocolli razziali del partito nazista e sviluppò una critica sempre più dura verso entrambi i regimi, arrivando a bollare il fascismo come un «cesarismo idolatrico» incompatibile con il monarchismo legittimo che invece auspicava.
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