Non fosse per le continue manifestazioni che hanno interessato la capitale Baghdad nei giorni scorsi, saremmo quasi portati a pensare che, dopo la deposizione di Saddam Hussein del 2004 e dopo la sconfitta dell’Isis del 2017 l’Iraq sia finalmente giunto alla fine di un percorso. Se ne sente parlare di rado, è risaputo che sia democratico e soprattutto che sia stato in grado di garantire l’uguaglianza religiosa, simbolicamente rappresentata dalle tre cariche più importanti: presidente della Repubblica di stirpe curda, primo Ministro sciita e presidente del Parlamento di estrazione sunnita. La realtà però, come al solito, è molto differente.
In questi lunghi anni, l’Iraq è stato tormentato da profonde guerre civili che non hanno permesso al governo centrale di operare adeguatamente, soprattutto nel nord-ovest del Paese. Il ritiro repentino dell’esercito americano nel 2011 e la crisi successiva dettata dal terrore dello Stato islamico sono state crisi che hanno rallentato lo sviluppo dell’Iraq, impedendo quel processo di stabilizzazione di cui necessitava dopo 25 lunghissimi anni di dittatura.
Il danneggiamento delle vie di comunicazione non ha permesso alle zone più remote del Paese, separate decine di chilometri dai centri abitati di maggior importanza, di potersi sviluppare, rimanendo fondate su un’economia di sussistenza, se non addirittura ad essa regredite.
L’economia agricola è stata gravemente danneggiata dai continui conflitti, rendendo il Paese soggetto all’importazione dei beni di primaria necessità, che non riesce a bilanciare con l’esportazione del petrolio, nonostante i 2/3 dei giacimenti siano stati nazionalizzati negli anni Settanta del secolo scorso. Nonostante inoltre rappresenti la culla della civiltà e abbia patrimoni culturali databili sin dall’età dei sumeri, non ha dalla sua parte il turismo, scoraggiato dalle instabili condizioni belliche e politiche degli ultimi due decenni.
La popolazione irachena al di fuori di Baghdad vive ancora di sussistenza, non essendo state portate a termine importanti riforme sociali che potessero migliorare le condizioni del paese. Dalla caduta del regime di Saddam infatti tali riforme sono state volte a favorire maggiormente la nascita di un ceto oligarchico, piuttosto che un apparato che fosse in grado di fare della meritocrazia il suo pilastro fondante. Non è un caso infatti che nei giorni scorsi si sia votatala proposta di legge di abbassamento del 5% delle indennità parlamentari, decise però meno di 15 anni fa, a favore dei disoccupati, per cercare di arginare le proteste di piazza, assieme alla promessa della creazione di 25mila posti di occupazione per la popolazione diplomata.
L’Iraq, da questo punto di vista, è l’esempio perfetto del fallimento del tentativo di esportazione della democrazia occidentale secondo il modello americano. Sebbene infatti nelle basi fondanti lo Stato sia estremamente moderno, considerando soprattutto la vicinanza con la più socialmente retrograda Arabia Saudita, non è stato in grado di adattare questa contemporaneità con la gestione accurata della popolazione, quasi specularmente al Libano di Hariri ed all’Egitto di Al-Sisi. Questa somiglianza nelle recenti manifestazione di piazza sta portando gli storici a considerare questi eventi come il preludio di una nuova Primavera araba, sottovalutando gli effetti dello sbagliato modus operandi dell’esportazione della democrazia di stampo americano.
Indubbiamente l’Iraq, data la sua storia, sarà in grado di uscire al più presto da questa crisi, forse cambiato in meglio dalle rivolte di questi giorni. Il suo processo democratico non è ancora però terminato e ciò è evidenziato dal metodo di gestione delle manifestazione, che hanno portato ad un bilancio di oltre 100 morti, numero destinato ancora a crescere nei prossimi giorni.