All’inizio della pandemia di coronavirus, il Perù aveva ottenuto i complimenti mondiali per essere stato uno dei primi Paesi ad aver imposto il regime di lockdown, imponendo delle durissime restrizioni ai suoi cittadini col fine di prevenire i contagi. Benché i danni all’apparato economico fossero divenuti evidenti sin dal principio, la politica peruviana è rimasta ferma nelle sue decisioni, con l’unico scopo di garantire la salute dei cittadini. Adesso, però, la situazione per il Paese sembra essersi messa in modo diametralmente opposto rispetto alle premesse: con 87,53 morti ogni centomila persone, infatti, Lima ha superato anche il record negativo del Belgio (fermo ad 85,2 ogni centomila, secondo i dati della Johns Hopkins University). E soprattutto, si è rivelato essere il Paese del blocco geografico americano ad essere stato maggiormente colpito dalla pandemia, “battendo” addirittura il Messico ed il Brasile, dove le grandi difficoltà anche dei settori sanitari sono state in molti casi discriminanti.

Lima non ha fatto i conti con le sue problematiche

Secondo quanto analizzato dalla testata giornalistica argentina La Nacion, il Perù non avrebbe fatto adeguatamente i conti con quelle che sono state storicamente le sue problematiche sociali e che hanno reso la battaglia al coronavirus una sfida molto più ardua delle attese. In primissimo luogo, proprio sul sistema sanitario: elemento principale alla base delle oltre 28mila vittime registrate sino a questo momento nel Paese.

Gravemente vessati dai pochi investimenti degli ultimi anni e con pochi posti letto disponibili, gli ospedali del Perù non sono stati in grado di far fronte all’ondata di malati e di infetti che si sono riversati nei reparti. Senza avere a disposizione dunque il numero minimo di dispositivi medici e gli strumenti per garantire l’accoglienza e le cure della popolazione, il sistema sanitario peruviano è entrato in crisi sin dalle prime settimane di pandemia. Inoltre – e in classico stile d’oltreoceano – il settore sanitario del Perù rimane in buonissima parte a pagamento, escludendo di fatto dalla possibilità di cure quella moltitudine di persone che non gode di entrate lavorative sufficienti e che non può contare sulle rimesse di denaro dai familiari emigrati all’estero. Infine, non bisogna dimenticare come, all’inizio della pandemia, in tutto il Paese fossero presenti solamente cento posti letto di terapia intensiva contro i 1660 attuali – che rimangono comunque irrisori rispetto ai numeri reali di contagio. E con questa premessa, dunque, la tragedia è stata in larga parte inevitabile.

Prevenzione ed ossigeno: la mancanza dei fondamentali

La carenza delle terapie intensive ha però distratto il governo del Paese dalla vera battaglia che nelle difficili settimane iniziali andava combattuta: quella della prevenzione e dello sprone al cambiamento delle attitudini sociali che hanno contribuito all’impennata dei casi. Concentrando le proprie forze sul potenziamento dell’apparato sanitario, infatti, rispetto agli altri Paesi il Perù ha svolto pochissima formazione delle persone – spesso addirittura all’oscuro di cosa stesse succedendo e non in grado di comprendere sino in fondo la realtà del problema – rendendo dunque meno efficaci le misure anticipate di lockdown per le quali era stato precedentemente lodato.

Come riportato sempre dal quotidiano argentino La Nacion, un altro problema che ha colpito gli ospedali, gli ambulatori e la stessa popolazione peruviana è stato quello della mancanza delle bombole d’ossigeno necessarie per intubare i malati. Non più in grado di respirare autonomamente e nelle condizioni estreme dettate da molte regioni del Paese site ad oltre tremila metri sul livello del mare, la situazione dei malati è diventata rapidamente ingestibile, obbligando il governo peruviano ad acquistare forniture d’ossigeno dall’estero per 25 miliardi di dollari. Tuttavia, e come anche in altre occasioni, l’eccessiva lentezza nel riuscire a reperire le forniture hanno contribuito all’accrescimento del problema e delle morti a causa elle complicazioni del Covid-19, gettando il Paese nel triste scenario attuale.

Le colpe del governo e della popolazione

Non sono state però soltanto le difficoltà sanitarie a contribuire ai numeri che si sono creati: nelle ultime settimane sono state sempre maggiori le critiche rivolte al governo andino ed alla popolazione che non ha rispettato le normative di distanziamento sociale – come nel caso dell’arresto di 14 persone avvenuto a Lima soltanto pochi giorni fa. Sommando dunque la lentezza nella risposta nelle fasi centrali e cruciali della pandemia dell’apparato governativo anche a causa della poca liquidità a disposizione e il malcostume popolare, la situazione è definitivamente uscita di mano, destinando il Perù al triste primato mondiale.

Adesso però lo sguardo è rivolto ai prossimi mesi, in una situazione che ancora non sembra essere in procinto di migliorare e con le tensioni anche sociali che aumentano sempre di più. In uno scenario che, purtroppo, lascia ben poco su cui sperare per Lima.

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