La Croazia, dal 1 gennaio 2020, ha assunto la presidenza dell’Unione europea per il canonico periodo di sei mesi. Il Paese, che rappresenta insieme alla Slovenia il blocco che discende dall’ex-Jugoslavia, conosce molto bene il dramma dell’emigrazione, che ha toccato il Paese già durante il XX secolo ed è ripreso dopo la disgregazione dell’unione balcanica. Per questo motivo, le volontà del premier Andrej Plenkovic sono quelle di portare all’attenzione della comunità europea il dramma migratorio che sta affrontando il suo Paese insieme al resto dell’Europa dell’Est e al momento sembra aver attirato l’interesse anche degli altri Paesi aderenti all’Unione europea.

I numeri della Croazia

La Croazia è una delle economie attualmente più povere dell’Unione, soprattutto per quanto riguarda la popolazione che risiede nelle provincie dell’entroterra, al confine con l’Ungheria. La regione della Slavonia, già tra le meno abitate dello Stato, perde ogni anno a causa del fenomeno migratorio oltre 15 mila persone. Un po’ come se nello stesso lasso di tempo una città come Sondrio si trovasse completamente spopolata. Le cause del fenomeno sono da ricercarsi, secondo il governo croato, in due principali fattori: la povertà delle regioni causata dal basso sviluppo economico e la libera circolazione all’interno del territorio europeo, che facilita gli spostamenti.

In virtù di ciò, l’Europa comunitaria dovrebbe lavorare non solo sul disincentivare le partenze, ma anche sullo sviluppo delle aree rurali dell’Unione. In caso contrario, interi territori rischierebbero col tempo di ritrovarsi spopolati, danneggiando ulteriormente le basi economiche dei Paesi, in una spirale nella quale l’Est Europa non vuole assolutamente incappare.

L’invecchiamento della popolazione

La maggioranza delle partenze provengono dalla fascia più giovane della popolazione, che migra all’estero in cerca di fortuna e, se possibile, di aiutare i propri cari rimasti nel Paese di origine. È un fenomeno che si ripete, quasi specularmente, dall’inizio del XX secolo e che ai giorni nostri si è esteso anche ai Paesi extracomunitari.

Mentre però, per quanto riguarda l’Africa, l’Europa ha ben poca voce in capitolo, per quanto concerne gli spostamenti interni un cambio di rotta è invece possibile. Questo soprattutto per evitare che le economie dei Paesi già più poveri si ritrovino con una popolazione composta nella maggior parte da anziani, con il sistema previdenziale e quello sanitario che raggiungerebbero celermente il collasso totale. Il crescere dell’età media della popolazione, a onor del vero, è una problematica che attanaglia tutti i paesi dell’Unione europea e, in generale, il mondo occidentale. Tuttavia, il peso dell’assistenzialismo statale si sente soprattutto nelle economie più fragili, come nel caso dei Paesi dell’Est europeo.

Il compito di supervisionare gli spostamenti di massa ed elargire finanziamenti speciali e mirati per lo sviluppo delle aree rurali è stato preso con serietà dalla Commissione guidata da Ursula von der Leyen, che ha assegnato il ruolo alla croata Dubravka Suica. Il portafoglio di nuova introduzione sarà incaricato di studiare metodi idonei a disincentivare le partenze tramite misure mirati che incoraggino la fertilità e la ripresa economica.

I tentativi dei paesi dell’Est

Mentre la Croazia per la prima volta ha avuto il merito di portare l’argomento sui tavoli di discussione europei, Paesi come l’Ungheria di Viktor Orban e nella Polonia di Andrzej Duda stanno lavorando da anni a piani speculari. Mentre Varsavia ha incrementato la spesa pubblica a favore delle famiglie, Budapest ha dato forti incentivi alla fertilità, tramite la nazionalizzazione di sei cliniche specializzate. Tuttavia, le mosse messe in atto dai Paesi da soli si sono rivelate insufficienti, nonostante i risultati occupazionali raggiunti sempre dalla Polonia, con la disoccupazione più bassa dell’intero panorama europeo. La carenza di prospettive future ed il basso livello salariale garantito in patria disincentiva le persone a rimanere, mentre al tempo stesso operare direttamente sui livelli dei redditi danneggerebbe i comparti produttivi, peggiorando di conseguenza la situazione.

Per questo motivo, il piano della Croazia consiste in primo luogo nell’elargizione di finanziamenti al settore agricolo delle aree rurali dell’Unione, per permettere alla popolazione di riavvicinarsi al territorio e creare solide basi per la permanenza futura. Questione assolutamente non facile da attuare anche per la carenza di fondi sufficienti, i quali dovrebbero comunque aumentare nel periodo 2021-2027, come auspicato dal premier croato Plenkovic.

I numeri della migrazione

Come riportato da IlSole24Ore, ci sono Paesi nell’Europa dell’est che hanno perso oltre un quarto della popolazione dalla dissoluzione dell’Unione sovietica, come nel caso della Bulgaria, che fondava la quasi totalità della propria economia con Mosca, prima di aderire all’Unione europea. I Paesi Baltici, invece, hanno visto ridursi la propria popolazione di oltre il 15%, con i migranti economici principalmente diretti verso Germania, Francia ed Inghilterra.

Numeri analoghi, inoltre, sono riscontrabili nei Paesi dell’Ex-Jugoslavia e dell’Europa centrale, secondo le stime proposte dal centro di studio Gri e nei prossimi anni non segneranno un’inversione di tendenza. Alla base del fenomeno, come spiegato da un ricercatore del gruppo, ci sarebbe il tracollo economico causato dalla caduta dell’URSS ed il piano stesso di allargamento dell’Unione, che ha permesso maggiore facilità negli spostamenti e maggiori garanzie per i migranti interni.

Un percorso da invertire

Come sottolineato dal premier croato Plenkovic, tale situazione non può e non deve pro-iterarsi negli anni. L’Unione europa ha l’obbligo morale di trovare una soluzione al fenomeno, al fine di garantire alle persone stesse un migliore percorso di vita e di preservare la salute dei sistemi economici e sociali dei Paesi di partenza. Tuttavia, per arrivare a stabilizzare i tenori di vita dell’Unione occorre tempo e, soprattutto, denaro, come sottolineato dallo stesso premier croato. Questa, in fondo, è proprio la richiesta che il Paese ha fatto alla Commissione, che per la prima volta sembra essersi decisa a muoversi seriamente sulla questione.

Nonostante la libera circolazione sia principalmente un danno economico per i Paesi dell’Est, essa è uno dei pilastri sulla quale è basata la comunità europea. È necessario quindi lavorare a soluzioni che non diminuiscano il funzionamento di Schengen. Al contrario, bisogna lavorare per offrire maggiori opportunità nei territori, disincentivando a monte le partenze e permettendo, col tempo, di riportare il saldo in positivo. Una sfida ardua e complicata, slla quale l’Unione sembra però – e questa volta per davvero – interessata a lavorare.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME