Adam Shay e Karen Goodwin condividevano la stessa passione: la pittura. Nonostante i 21 anni di differenza d’età entrambi sono stati premiati nella stessa mostra d’arte, ma i due artisti – legati anche da un’altra bizzarra circostanza: un ex cognato – avevano in comune anche un pericoloso nemico: la dipendenza da sostanze nocive. Adam era progressivamente e lentamente scivolato dagli antidolorifici nell’eroina, il demone di Karen invece era l’alcol. E oggi, pur non essendo parenti, essi condividono la stessa carne e lo stesso sangue, perché un rene e il pancreas di Adam continuano a vivere nel corpo di Karen.

Adam Shay, appena ventunenne quando un’overdose lo uccise nella sua città natale di Mentor nell’Ohio, è stato una delle tante vittime della dipendenza da oppioidi negli Stati Uniti, una terribile emergenza che cinque anni dopo la sua morte è in costante peggioramento. Poche settimana prima del decesso Adam aveva voluto diventare donatore di organi, una decisione che lo inserì in una situazione ritenuta da alcuni il risvolto positivo del dramma della tossicodipendenza: l’aumento dei trapianti di organi donati dai morti per droga.

“Ero la seconda in lista d’attesa” ci ha raccontato Karen, a quel tempo già madre di un figlio. Il primo in lista però rinunciò al “dono della vita”, come Karen lo definisce, perché la tossicodipendenza rendeva Adam un “donatore ad alto rischio”. A Karen non restava più molto da vivere, ma la sua drammatica situazione di salute non fu l’unico fattore che la convinse ad accettare. “All’epoca avevo smesso di bere da 13 anni e pensai che ricevere il pancreas e un rene da qualcuno che aveva perso la sua battaglia contro la dipendenza fosse un segno del destino.”

Negli Stati Uniti le infermità derivanti dal consumo di oppioidi uccidono circa 60mila persone all’anno, un numero molto superiore ai morti da armi da fuoco o in incidenti stradali. Secondo gli esperti l’emergenza è tanto grave da aver contribuito per tre anni consecutivi ad abbassare l’aspettativa di vita del Paese… ma le particolari caratteristiche fisiche dei deceduti per il consumo di stupefacenti permettono ai 120mila malati che languono nelle liste d’attesa di sperare ancora.

Si muore per overdose quando al cervello non arriva più abbastanza ossigeno, una circostanza che se la vittima è portata in ospedale tempestivamente impedisce il deterioramento troppo rapido degli organi interni. Poiché i consumatori di oppioidi generalmente sono persone giovani e senza altri problemi di salute, non stupisce che dal 2000 a oggi il numero dei donatori deceduti per overdose sia aumentato di dodici volte.

Tuttavia il pregiudizio contro i trapianti di organi donati da persone uccise dal consumo di oppioidi è duro da sconfiggere, come ci ha dichiarato la dottoressa Ann Woolley del Brigham and Woman’s Hospital nel Massachusetts, autrice di un recente studio sull’argomento. Secondo la dottoressa Woolley, la paura di essere contagiati attraverso il sangue da malattie come l’epatite C (che si trasmette condividendo le siringhe), non deve impedire l’uso di questi organi per i trapianti. “Risulta dalla nostra esperienza, e dalle analisi condotte a livello nazionale sugli esiti dei trapianti negli Stati Uniti, che non è giustificato escludere le donazioni di organi di tossicodipendenti”, ha dichiarato la dottoressa a Il Giornale.

Dopo un’attenta analisi degli organi i medici attenuarono il timore di Karen di essere contagiata; d’altra parte, come lei stessa apertamente riconosce, “Senza il trapianto sarei morta molto prima. La classificazione ad “alto rischio” di un potenziale donatore non deve scoraggiare chi è in pericolo di vita”. Karen sottolinea che anche chi ha commesso piccoli reati può essere classificato “ad alto rischio”, aggiungendo che il contagio da trapianto di organi è molto raro e che del resto le eventuali malattie trasmesse probabilmente sarebbero curabili.

Un numero crescente di medici condivide quest’opinione. Secondo un rapporto della Unos, un’organizzazione che si occupa di trapianti, tra il 2014 e il 2017 il numero di organi risultati positivi all’epatite C e ugualmente trapiantati è aumentato del 172%, in parte grazie alla disponibilità di nuovi farmaci antivirali capaci di debellare le infezioni trasmesse con il trapianto.

Il dottor Robert Montgomery, egli stesso un chirurgo specializzato in trapianti, ne è la dimostrazione vivente. Sofferente di una patologia cardiaca terminale, Montgomery accettò il trapianto del cuore di un tossicodipendente infetto del virus dell’epatite C. “Avrei potuto rimanere in ospedale per mesi, o addirittura un anno, prima che si trovasse un’altra persona della stessa corporatura e con lo stesso gruppo sanguigno, e i cuori disponibili non sono poi tanti”, ci ha confidato. Come previsto Montgomery contrasse l’epatite C, ma dopo appena due mesi di terapia farmacologica intensiva era già guarito.

Anche il futuro promette bene. Il dott. Josef Stehlik, del Centro di studi sanitari della Università dello Utah, ha dichiarato a Il Giornale che dall’analisi delle percentuali di guarigione e di sopravvivenza dei trapiantati con organi donati da tossicodipendenti è risultata solo una modesta differenza tra questi pazienti e quelli che ricevono organi da donatori tradizionali, sottolineando che “dai suoi dati risulta l’idoneità al trapianto degli organi [donati da tossicodipendenti], che possono offrire ai trapiantati ancora molti anni di vita”.

Tornando a Karen, cinque anni dopo l’operazione lei afferma di sentirsi “meravigliosamente”. Prima del trapianto faticava a compiere anche solo dieci passi, mentre ora viaggia in lungo e in largo negli Stati Uniti e si gode escursioni in fuoristrada e in teleferica. “Immediatamente dopo il trapianto mi sono sentita come liberata da una caligine che mi avvolgeva da tanto tempo”, ricorda. “Ora i muscoli non mi dolgono più, mi sento piena di energia e ogni risveglio è un’esperienza meravigliosa e sorprendente.”

Una cosa che Karen non potrà mai dimenticare è il costo umano della propria guarigione. Quando la sua situazione rientrò nella normalità, Karen strinse amicizia con la famiglia di Adam e apprese da Marlene, la madre, che prima di morire il giovane aveva ripreso e abbandonato più volte la terapia di riabilitazione. Queste lunghe battaglie contro la tossicodipendenza possono distruggere emotivamente le famiglie delle vittime, e il dolore diventa ancora più acuto dopo la morte dei loro cari. Ma nonostante la sofferenza, ci ha raccontato Karen, la famiglia Shay le disse di esserle grata e addirittura la ringraziò di avere accettato gli organi di Adam. “All’inizio non capii il motivo, ma mi spiegarono che per loro significava moltissimo sapere che l’ultima azione del figlio sulla Terra non era stata drogarsi o diventare un nome in più in un elenco di tossicodipendenti. Era stato un eroe”.

Ogni anno Karen dà a Marlene una monetina, per festeggiare insieme non solo la propria astinenza, ma anche quella di Adam. Per loro due è molto importante parlare frequentemente di Adam, perché così “lui non sarà mai dimenticato”, ci ha spiegato Karen. A volte entrambe lavorano come volontarie nell’ufficio locale dell’organizzazione che promuove la donazione di organi. Il messaggio di Karen a tutti coloro che stanno pensando a diventare donatori è esplicito: fatelo! “Tutti possiamo diventare degli eroi. Nessuno di noi può sapere quando arriverà il suo momento di lasciare questo mondo. Certamente Adam non si aspettava di morire a 21 anni, ma devo a lui se ogni mattina mi sveglio col cuore pieno di gratitudine.”