Negli scorsi giorni era stata la stessa Organizzazione mondiale della sanità a proclamare la Svezia come possibile esempio da seguire per la gestione della pandemia di coronavirus nella seconda fase della sua lotta: quella della convivenza. La scelta di rinunciare al lockdown per salvaguardare l’economia, preferendo invece un sistema basato più sull’informazione, sulle raccomandazioni e sulla collaborazione della popolazione, è stata una scelta azzardata e duramente criticata a livello internazionale e che ancora non è stata in grado di definire un quadro preciso circa la sua efficacia. Tuttavia, i primi dati raccolti possono già fornire un’idea d’insieme del programma messo in campo da Stoccolma, evidenziando qualche timido successo ma soprattutto una lunga serie di incognite alle quali ancora una precisa risposta deve essere fornita. Soprattutto, in rapporto a quanto accaduto negli altri Paesi della Scandinavia che hanno seguito le direttive dell’Oms.

In Svezia, la mortalità (ufficiale) è oltre il 10%

Stando ai dati riferiti dal ministero della salute svedese, la mortalità del Paese supererebbe la soglia del 10% dei contagiati totali (2.941 su 23.918, dati Corriere della Sera). Tuttavia, mentre questo dato è sicuramente viziato dal basso numero di tamponi effettuati in Svezia, il dato certo è che la percentuale di morti sulla popolazione totale del Paese superi di oltre sei volte quella delle vicine Novegia e Finlandia (291 ogni 100mila, contro le 38 e 45).

Una delle cause principali che ha trasformato quella che doveva essere una “tranquilla” convivenza col virus nel mito nordico della cavalcata selvaggia e che ha contribuito all’aumento di questi dati è stata una crisi ben conosciuta anche nel resto d’Europa: quella delle case di riposo. Nonostante le limitazioni agli accessi messe in campo dal governo, infatti, il numero di anziani nei centri che è stato contagiato ed è in seguito deceduto è molto elevato ed ha spiazzato le alte sfere del Paese. Lo stesso capo della task force sanitaria della Svezia, l’epidemiologo Anders Tegnell, si è detto sorpreso del fenomeno ed ha sottolineato come gli sforzi compiuti sono stati ingenti ma evidentemente non sufficienti per salvaguardare le fasce più deboli della popolazione.

L’immunità di gregge è ancora lontana

La speranza dichiarata sin da subito da Stoccolma consisteva nella possibilità di raggiungere l’immunità di gregge in modo graduale ma più velocemente nel tempo rispetto a quegli Stati che hanno deciso di attuare le misure di lockdown consigliate dall’Oms. A ben guardare il percorso intrapreso da Stoccolma risulta effettivamente più avanzato rispetto al resto della Scandinavia: ma a quale prezzo? E soprattutto, se si considera che i numeri necessari da raggiungere per poter parlare di immunità di gregge si attestano attorno al 60% della popolazione (e che al momento non sono stati raggiunti nemmeno dalla provincia cinese dello Hubei).

In questo scenario, dunque, la sensazione è che tale traguardo sia ancora ben lontano dall’essere raggiunto, con la Svezia che in aggiunta non avrebbe ancora raggiunto il picco dei contagiati e, conseguentemente, col peggio che ancora deve essere vissuto dalla popolazione.

La Svezia ha salvato la propria economia?

Stando a quanto dichiarato dalle autorità della Svezia, tuttavia, i numeri in mano al Paese sino a questo momento sarebbero comunque confortanti, in quanto il tasso di mortalità senza lockdown non è così distante da quei focolai europei che invece lo hanno attuato (come nel caso del Belgio, della Spagna e del Nord Italia); con la differenza di aver tenuto aperti molti più settori economici.

Tuttavia – se si guarda ai dati relativi agli indici azionari della Scandinavia – si può notare come il rendimento della Borsa di Stoccolma sia stato migliore solamente di Helsinki, con Norvegia e Danimarca che hanno perso rispettivamente la metà ed un terzo di quanto accaduto alle società svedesi. Anche sotto questo aspetto dunque, almeno per il momento, la scelta svedese non sembra essere stata così vincente come preventivamente atteso.

La Svezia ha scelto una tattica di guerra

Nonostante i risultati contraddittori ottenuti non si può tuttavia criticare il filo logico ed operativo tenuto dal Paese scandinavo. In fin dei conti, come in una guerra, anticipando la fase due le alte cariche dello Stato hanno giocato sulla tattica (peraltro, in chiaro stile vichingo): affrontare il nemico a viso aperto, lanciandosi al centro della battaglia, sperando in un basso numero di morti e nella possibilità di diminuire la carica dell’attacco.

Tuttavia, sempre secondo le parole di Tegnell e riportate dal Corriere della Sera, grazie alla tecnica messa in campo dalla Svezia sarà proprio il lungo periodo a dare ragione al governo svedese. Infatti, con un maggior numero di contagiati che hanno già superato la malattia, anche senza una completa immunità di gregge l’avanzamento del patogeno verrebbe comunque rallentato. E in questo modo, inoltre, lo stesso sistema sanitario sarebbe messo nella condizione di non andare in crisi.

Per la conferma, però, bisogna ancora essere cauti e attendere i prossimi mesi, quando il quadro storico permetterà una visione d’insieme assolutamente più precisa.

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