La Repubblica Ceca è stata travolta dalla seconda ondata dalla pandemia. Il Paese dell’Europa Centrale, dopo essere riuscito ad evitare problemi più seri in primavera, è alle prese con una vera e propria esplosione di contagi. I nuovi casi, stando ai dati del Centro Europeo per la prevenzione ed il controllo delle malattie, hanno raggiunto quota 303 ogni 100mila abitanti nelle ultime due settimane: si tratta del tasso di riproduzione del virus più alto del Vecchio Continente dopo quello della Spagna. L’esecutivo sovranista del premier Andrej Babis è dovuto correre ai ripari ed è stato costretto a promulgare lo stato d’emergenza. Il provvedimento avrà una durata di trenta giorni ed è destinato ad imporre nuove chiusure, come quelle delle scuole secondarie nelle aree più colpite ed a rafforzare i principi del distanziamento sociale, vietando la presenza di spettatori agli eventi sportivi e riducendo il numero dei partecipanti ai matrimoni.

Emergenza totale

Le nuove infezioni giornaliere provocate dal virus SARS-CoV-2 hanno toccato quota 3793 nella giornata di venerdì, il punto più alto di sempre ed il neo-ministro della Salute Roman Prymula ha definito il numero di nuovi casi giornalieri come ” uno dei peggiori al mondo”. Jan Paces, virologo presso l’Accademia Ceca delle Scienze, ha dichiarato ad AlJazeera che ” la situazione è fuori controllo, la trasmissione del virus è ormai diffusa a livello comunitario, il sistema di tracciamento non funziona e gli ospedali raggiungeranno presto il limite”. Le restrizioni introdotte nelle ultime settimane, come la chiusura anticipata di bar e ristoranti alle 10 di sera ed il limite di 10 partecipanti agli incontri conviviali che si svolgono all’interno e di 50 partecipanti a quelli che si svolgono all’aria aperta, non sembrano aver sortito effetto.

I successi del passato

Praga deve affrontare una situazione molto complessa dopo essere riuscita, nei primi mesi dell’anno, a contenere il Covid-19 grazie ad una serie di misure drastiche. Le autorità avevano agito precocemente, nel mese di marzo, imponendo una serie di misure restrittive molto dure, come la chiusura delle attività economiche non essenziali e dei confini nazionali, l’uso obbligatorio delle mascherine negli spazi chiusi e la sospensione delle attività scolastiche. Il governo era riuscito a contenere la diffusione del virus e la Repubblica Ceca, che è stata tra i primi Paesi europei ad eliminare le restrizioni, era stata lodata per il proprio comportamento. Secondo Martin McKee, professore presso la London School of Hygiene and Tropical Medicine e sentito dal Telegraph, “la nazione ha riaperto troppo presto” e ” la risposta iniziale è stata efficace perché precoce e per l’imposizione dell’uso delle mascherine facciali”.

Errori imperdonabili

Nel mese di luglio si era svolta una grande festa collettiva sul Ponte Carlo, nel centro di Praga, per dare “l’addio” al virus. Molte persone avevano preso parte al banchetto, su un tavolo lungo 500 metri, in totale promiscuità, senza distanziamento e condividendo le vivande alimentari. L’evento culinario è stato solo il primo di una lunga serie di errori commessi dal punto di vista epidemiologico. Durante l’estate hanno riaperto pub e discoteche, l’uso dei dispositivi di protezione personale si è fatto molto sporadico ed è stata autorizzata la partecipazione di migliaia di persone ad eventi culturali e sportivi. Un’atmosfera di leggerezza che ha coinvolto anche il Primo Ministro Babis, che ha recentemente ammesso di “essersi lasciato trascinare dall’estate e dai comportamenti sociali”. Un errore piuttosto grave che ha dato nuovi margini di movimento al virus che, lentamente ma esponenzialmente, è tornato a crescere con foga e che, come un boomerang, ha colpito con estrema durezza il Paese.

Il blocco di Visegrad

Il fallimento di Praga potrebbe rivelarsi disastroso anche per gli altri Paesi del Blocco di Visegrad. La Repubblica Ceca, oltre ad essere un pericolo per se stessa, rischia di diventare una vera e propria bomba virale in grado di diffondere il morbo negli Stati confinanti e vicini, tra cui ci sono Polonia, Slovacchia ed Ungheria. Il collasso del sistema sanitario nazionale potrebbe poi portare, nel medio termine, al tracollo del governo, che potrebbe essere sostituito, in attesa di nuove elezioni, da un esecutivo di grande coalizione per affrontare l’emergenza sanitaria. L’asse di Visegrad perderebbe, così, uno dei suoi tasselli più importanti e come se non bastasse la stessa Ungheria, colonna portante del blocco, è alle prese con l’esplosione dei contagi. Viktor Orban deve tenere sotto controllo la recrudescenza dei contagi in patria e non ha modo, al momento, di aiutare gli Stati alleati. Praga, abbandonata al suo destino, rischia di affondare e di creare una crepa molto pericolosa nell’alleanza sovranista dell’Europa Centrale. Una minaccia che potrebbe concretizzarsi ancor di più una volta esauritasi questa ondata pandemica.