L’Africa è in allerta per la comparsa del primo paziente contagiato dal nuovo coronavirus. Il ministro della Salute della Costa d’Avorio, Eugène Aka Aouele, ha riferito che una 34enne arrivata ad Abidjan da Pechino è stata ricoverata con sintomi simil-influenzali, tra cui difficoltà respiratoria, tosse, starnuti e naso che cola.

Secondo quanto riportato dal South China Morning Post si tratterebbe di una donna, precisamente di una studentessa che vive in Cina da cinque anni. È stata subito isolata e messa in osservazione. Le sue condizioni non dovrebbero essere gravi ma, come ha spietato Aouele, “vi è il sospetto di un caso di polmonite da coronavirus”, ipotesi confermata da una prima diagnosi.

In attesa delle ulteriori verifiche ivoriane, diversi Stati africani hanno già emesso allarmi e attivato sistemi di monitoraggio per contenere l’epidemia del virus 2019-n-Cov diffusosi dalla megalopoli cinese di Wuhan. La lista comprende Sudafrica, Nigeria, Etiopia, Ghana, Kenya, Ruanda, Zambia e Uganda. Molti governi locali, come ad esempio quello di Pretoria, sono abituati a far fronte a emergenze sanitarie simili. Tuttavia, se le autorità sudafricane possono permettersi di rafforzare la sorveglianza su tutti i viaggiatori provenienti dall’Asia, con test di temperatura e screening sanitario, altri Stati – molto meno affidabili data la loro situazione socio-politica – si stanno arrangiando come meglio possono e con risorse assai più limitate.

Quegli intensi rapporti commerciali con la Cina

Il rischio più grande riguarda la possibile diffusione su vasta scala del coronavirs cinese in Africa. Il motivo è semplice: la maggior parte dei Paesi africani non sarebbe in grado di sostenere un’emergenza identica a quella che ha messo in ginocchio la Cina. Proprio come accaduto in passato con i focolai di zika, ebola e altri agenti patogeni, l’effetto contagio potrebbe massacrare l’intero Continente Nero.

A complicare il contesto ci sono gli ottimi rapporti commerciali tra i governi africani e la Cina. Ricordiamo che l’Africa è diventata la patria di milioni e milioni di immigrati, imprenditori, investitori e lavoratori cinesi. E questo è avvenuto da quando Pechino ha deciso di puntare sul continente, investendo in loco centinaia di milioni e milioni di dollari.

Le industrie del Dragone riversano in Africa tonnellate di prodotti made in China. Numerose compagnie aeree locali, come Kenya Airways, Air Algerie, South African Airways ed Ethiopian Airlines, volano regolarmente verso le città cinesi così come, allo stesso tempo, China Southern Airlines e Air China volano altrettanto stabilmente su scali africani.

Fino a poche settimane fa i collegamenti tra Cina e Africa erano pressoché giornalieri. Considerando che le drastiche decisioni del governo cinese per limitare l’avanzata del coronavirus – comprendenti blocchi di trasporti pubblici e chiusure di numerosi aeroporti – sono arrivate a fine gennaio e che i primi casi di pazienti infetti dal 2019-n-Cov si sono verificati a dicembre, c’è un lasso di tempo enorme “scoperto” durante il quale innumerevoli soggetti possono aver attraversato i due continenti, trasportando nei loro corpi il virus potenzialmente mortale.

Cina, Africa, Europa

La Nigeria è il Paese più popoloso dell’Africa, nonché il secondo importatore di beni cinesi. Qui le autorità hanno annunciato la massima allerta sanitaria. “Consigliamo ai viaggiatori diretti a Wuhan, in Cina, di evitare contatti con malati, animali (vivi o morti) e mercati di animali”, ha avvertito il governo nigeriano, ben consapevole degli intensi rapporti commerciali attivi con il gigante asiatico.

La spinta di Pechino a espandere la sua influenza in Africa significa che adesso gli africani formano una delle più grandi popolazioni di stranieri in Cina. Gli studenti africani sono al secondo posto in assoluto: il loro numero, stando a quanto riferito dall’Afp, nel 2018 era quantificabile intorno alle 80mila presenze, 4.600 delle quali solo nella provincia dello Hubei, dove si trova la “città infetta” da cui è partito il contagio.

In vista della festività del Capodanno cinese, molti africani – non tutti studenti – sono tornati nei rispettivi Paesi di origine. Alcuni lo hanno fatto prima che scoppiasse l’emergenza coronavirus. Adesso numerosi governi dell’Africa si stanno preparando per una possibile epidemia ma potrebbe essere troppo tardi; non è infatti da escludere che la malattia possa essere già entrata nel continente. Dulcis in fundo, vale la pena considerare un ulteriore rischio: quello collegato all’immigrazione. Un soggetto infetto potrebbe rientrare in Africa dopo un viaggio in Cina e, in uno degli affollatissimi aeroporti africani, contagiare altre persone. Magari proprio le stesse che starebbero pensando di approdare sulle coste europee.