Il signor Li dà un’occhiata al menù. Scorre le rare prelibatezze presenti finché non trova quello che sta cercando. Il proprietario del ristorante, dopo dieci anni di esperienza, sa riconoscere al volo l’esigenza dei clienti: “Abbiamo tutto. Dalle zampe d’orso alle squame di serpente. Anche i pangolini. Possiamo brasarli o prepararli per farci una zuppa”.

Li è il Ceo di un’azienda cinese che continua a crescere, in patria come nel resto del mondo. Da giorni è in trattativa con alcuni ricchi manager per quello che potrebbe essere l’affare della sua vita. Manca poco per convincere la cordata a firmare una partnership milionaria. Il signor Li non può assolutamente farsi sfuggire questa occasione. Per coprire l’ultimo chilometro che resta al traguardo, decide di far colpo sui suoi interlocutori. Organizza così un viaggio lampo per tutti in Myanmar, a circa tre ore d’aereo da Guangzhou. Prenota un tavolo per cinque in un ristorante a due passi dal Myanmar International airport. Va a colpo sicuro, perché un amico gli ha detto che lì è possibile consumare il pangolino. Un pangolino è proprio quello che serve al signor Li per mostrare tutto il suo prestigio.

Storie come questa, in Cina, erano molto comuni prima che scoppiasse la pandemia di Covid-19. Nell’episodio appena descritto a titolo esemplificativo c’è tutto quello che serve per capire perché i pangolini, pur essendo animali protetti, continuano ad essere serviti in molti ristoranti del sud-est asiatico come piatto rinomato.

Dal momento che oltre la Grande muraglia mangiare pangolini è sempre più complicato, in parte per la stretta governativa e in parte per i costi troppo elevati, i palati più fini si spostano nei Paesi confinanti. Già, perché a Pechino e dintorni, ai sensi della China’s Wild Animal Protection Law, la legge cinese sulla protezione degli animali selvatici, emanata nel 1988, i pangolini sono considerati “class two endangered wildlife”, e quindi protetti.

100 euro al chilo

Esiste una scala che classifica gli animali in pericolo di estinzione: il pangolino appartiene alla seconda classe. In Cina, animali del genere, non possono essere cacciati, venduti o acquistati per preparare cibo. Un emendamento più recente ha rafforzato la protezione vietando anche il commercio di pangolini su Internet. Sul territorio cinese, dunque, la situazione è decisamente migliorata rispetto a qualche decennio fa.

Eppure, i cinesi facoltosi che intendono mangiare pangolini (visto il loro valore, come vedremo, non tutti possono permetterseli), hanno trovato il modo di eludere gli ostacoli: volare in qualche Paese confinante, come il Vietnam o il Myanmar, dove la legge proibirebbe il commercio di pangolini, ma dove le maglie della giustizia sono molto meno stringenti della Cina.

Chi, invece, non ha intenzione di spendere troppi soldi può sempre rivolgersi al mercato nero presente in numerosi wet market. Qui, in teoria, non si possono commerciare animali selvatici o in via di estinzione. Tuttavia, nonostante i controlli, ci sono molti venditori che sotto banco offrono alla clientela mercanzia rara e pregiata.

Chiariamo subito: i più ricchi non hanno alcuna intenzione di entrare in un wet market. Molto meglio farsi qualche ora di aereo per gustarsi una zuppa di pangolino in qualche ristorante birmano o vietnamita. Prendiamo il Myanmar. In questo Paese la legge parla chiaro: cacciare, vendere e commerciare pangolini è illegale. Se le autorità dovessero arrestarti per uno di questi motivi, rischieresti dai tre ai dieci anni di carcere e una multa fino a 700 dollari (che per gli standard locali equivalgono a un mare di soldi).

La vita in Cina durante il Covid-19 (LaPresse)
La vita in Cina durante il Covid-19 (LaPresse)

Le otto specie di pangolino che vivono in Asia e Africa sono elencate nel primo appendice del CITES, acronimo che sta per Convention on International Trade in Endangered Species of wild fauna and flora (ovvero Convezione sul commercio internazionale di speci della fauna e della flora in via d’estinzione), una convenzione globale firmata a Washington nel 1975 che vieta, tra le altre cose, il commercio internazionale dei mammiferi. Tornando al Myanmar, i casi sono due: o i pangolini arrivano in molti ristoranti locali passando attraverso reti di contrabbando, oppure, sempre illegalmente, provengono dal loro habitat naturale collocato nella parte orientale del Paese.

Prima del Covid, in Myanmar, non era certo un’impresa ardua entrare in un ristorante che offriva nel suo menù pangolino brasato o in zuppa. Dal momento che molti cinesi si spostavano nella regione per approfittare di questo vantaggio, i commercianti locali hanno pensato bene di allestire i propri locali secondo il gusto cinese, tanto negli arredi quanto nel linguaggio delle insegne.

Solitamente un pangolino può essere usato un paio di volte: metà per il brasato e metà per la zuppa. Il prezzo è di circa 800 yuan per 1 chilogrammo. Calcolatrice alla mano sono più di 100 dollari: una cifra considerevole, ma comunque sempre più bassa dei quasi mille dollari che dovrebbero essere sborsati nel sud della Cina. Nei migliori ristoranti birmani non serve neanche chiamare in anticipo per farsi preparare il piatto a base di pangolini. Molti hanno scorte in abbondanza e, prima di servirli, sono persino disposti a farli vedere ai clienti.

Il lato oscuro della medicina tradizionale cinese

In Cina i pangolini appartengono alla seconda classe della “fauna selvatica in pericolo”. Questo significa che possono essere cacciati, comprati e venduti per alcuni scopi specifici, tra cui studi scientifici o altri “usi autorizzati“. Tale dicitura è molto ambigua e contribuisce ad aprire una grande lacuna nella legge. La guida ufficiale sulla medicina tradizionale cinese, infatti, elenca i pangolini tra gli ingredienti ammissibili.

Da sempre le scaglie di pangolino sono impiegate nella medicina cinese per migliorare l’allattamento delle donne dopo il parto, per stimolare il flusso mestruale e per calmare dolori articolari di vario tipo. Da un punto di vista tecnico, queste squame (che costano circa 350 dollari al chilo) sono formate principalmente da cheratina, lo stesso materiale delle nostre unghie. Si tratta di una proteina protettiva comunemente ricercata e impiegata per molti disturbi nella medicina tradizionale.

A proposito di medicina tradizionale e la sua efficacia, ci limitiamo a dire che, pur essendo impiegata da secoli, questa medicina manca di ciò che in Occidente potremmo definire “prove basate sull’evidenza”. Fatto sta che in Cina ci sono almeno 200 tipi di medicinali che includono l’uso legale dei pangolini, anche se spesso le cliniche sono riluttanti all’idea di doverli prescrivere ai pazienti.

Diventare ricchi

Se negli anni ’60 in Cina si catturavano 160mila pangolini all’anno, oggi quegli animali sono completamente spariti. La domanda è aumentata ma gli animali sono diminuiti. È così che i commercianti hanno iniziato a importarli dal sud-est asiatico e dall’Africa. Nel 2015 il Pangolin Reports ha parlato di 50mila pangolini importati illegalmente nell’ex Impero di mezzo. Per spiegare un fenomeno simile, l’aumento della richiesta dei pangolini, bisogna concentrarci sullo sviluppo economico della Cina.

Se fino a 30-40 anni fa gli abitanti del Paese vivevano nella povertà (o quasi), oggi, su 1,4 miliardi di persone, ci sono sempre più cinesi appartenenti alla classe media. Mostrare agli altri di avercela fatta vuol dire molto, e accumulare ricchezza è diventato un metro di paragone comune.

La ricchezza non è data soltanto da grandi automobili, orologi d’oro o vestiti di marca. Nella cultura popolare, anche mangiare cibi ricercati e usare medicine costose sono aspetti che contribuiscono a migliorare l’immagine di una persona. Ecco: basta moltiplicare l’enorme aumento della classe media cinese con il numero potenziale di soggetti che potrebbero voler consumare una zuppa di pangolino o utilizzare le sue scaglie per qualche medicinale. Morale della favola: decine e decine di milioni di persone acquistano prodotti del genere, alimentando un business miliardario, decimando i pangolini e rischiando pericolose zoonosi.

Pangolini e Covid

È notte fonda lungo il confine che separa il Myanmar dalla Cina. Un uomo tira fuori un pangolino da un sacchetto di nylon e lo appoggia su un cestino di bambù. La piccola bestiola, attiva e ancora piena di energia, cade a terra. Sta cercando di scappare. Il commerciante la colpisce sulla testa. Il pangolino, quasi paralizzato, si arrotola in una palla di squame. Viene raccolto, messo in un sacchetto e venduto a un anonimo acquirente.

Quel pangolino finirà probabilmente in un retrobottega di qualche wet market cinese, dove verrà venduto sotto banco, oppure in un ristorante del sud-est asiatico. Difficile che il proprietario di un locale cinese decida di accollarsi un rischio così grande, a maggior ragione dopo la stretta che ha spinto le autorità a inasprire i controlli. Più facile che se ne assuma tutti i rischi un birmano o un vietnamita. I soldi facili fanno gola a tutti, anche a costo di infrangere la legge.

Il problema più grande, al di là degli enormi guadagni che comporta il commercio illegale di pangolini, è che questo animale potrebbe essere l’ospite intermedio della Sars-CoV-2. Non ci sono ancora certezze assolute, ma molti scienziati ritengono tale ipotesi più che plausibile. La zoonosi, cioè il salto di specie, potrebbe aver agito nel seguente modo: dai pipistrelli ai pangolini e dai pangolini agli esseri umani mediante qualche brasato o zuppa.

Anche se fosse davvero andata così no, la soluzione per scongiurare nuove epidemie non sarebbe quella di eliminare dalla faccia della terra tutti i pangolini esistenti. Loro sono innocenti. Anzi: sono fondamentali per tenere sotto controllo formiche e termiti, di cui vanno ghiottissimi. Basi pensare che un pangolino può mangiare fino a 20mila formiche al giorno, 73 milioni circa in un anno. Insomma, un bel servizio per la comunità.

I pangolini, a metà strada tra formichieri e armadilli, sono gli unici mammiferi al mondo dotati di scaglie. Sono molto timidi, indifesi e vivono per lo più di notte. Non mordono e non utilizzano i loro artigli per graffiare. L’unica cosa che sanno fare è arrotolarsi quando fiutano un pericolo o – in alcune specie – appendersi agli alberi grazie alla loro coda prensile.

Ma i pangolini possono contenere uno dei segreti per comprendere il Covid-19. Un articolo apparso sulla rivista Frontiers in Immunology sottolinea come il sistema immunitario di questi animali non sia robusto come quello dell’uomo. Eppure, quando un virus li colpisce, i pangolini non si ammalano, proprio come se avessero una sorta di “vaccino incorporato”. E allora, nel caso in cui davvero fossero i pangolini ad aver trasmesso il nuovo coronavirus agli esseri umani, il loro trucco genetico potrebbe risolvere più di un enigma. A patto che i commercianti senza scrupoli smettano di infrangere la legge ed evitino ulteriormente di scherzare con la natura.

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