“Le bare, invece di essere distrutte dopo le procedure di esumazione delle salme, come vuole la procedura, venivano smontate e finivano nei forni a legna delle pizzerie della zona: girava anche voce che le pizze venissero più buone così“.
Prima di spiegarvi questa frase che ha un sapore gore, lasciatemi fare una premessa. Dovessi consigliare un solo posto da vedere al turista di passaggio a Napoli – lo dico da anni senza esagerare – è il suo cimitero. Non capita spesso di trovarsi di fronte a un luogo tanto caotico quanto risparmiato dalla gentrificazione di quello stesso caos. Il Cimitero monumentale di Poggioreale dovrebbe essere una specie di Père Lachaise napoletano: un museo a cielo aperto, pieno di cappelle ottocentesche, statue, iscrizioni memorabile, il Quadrilatero degli uomini illustri con Croce, De Sanctis, Gemito, Totò, Caruso. Un luogo in cui la città onora i suoi morti più celebri e racconta la propria storia.
E invece, Poggioreale ha conquistato le cronache fuori dai confini campani per una scena che sembra uscita da un film dell’orrore: file di loculi sventrati, casse di legno che sporgono nel vuoto, resti umani visibili a occhio nudo. È successo più volte, a partire dalla notte tra il 4 e il 5 gennaio 2022, quando due grandi congreghe sono crollate nella parte più antica del cimitero. Il Comune chiuse il cimitero, la procura aprì un’indagine, l’area fu sequestrata.
Quando, dopo nove mesi, Poggioreale riaprì parzialmente al pubblico, il sollievo durò poco: a ottobre 2022 un altro colombaio di quattro piani, vicino al nuovo crematorio, crollò lasciando di nuovo una decina di bare in bilico nel vuoto. Per giorni le famiglie dei defunti hanno guardato le operazioni di recupero con il binocolo, senza sapere se e quando i resti dei propri parenti sarebbero stati identificati.
L’idea che ci si fa di Poggioreale leggendo le cronache è quella di un luogo fatiscente e pericoloso. Ma questo cimitero, progettato dai razionalismi dell’età napoleonica, poi inaugurato nel 1837 in piena Restaurazione e subito straboccante di salme oltre ogni capienza consentita, è anche un immenso labirinto, che si estende su una collina splendida dalla quale si vede il Vesuvio, il porto e la zona industriale.
È diviso in più sezioni: il Monumentale, il Cimitero della Pietà – nato per le classi meno abbienti – e il Cimitero Nuovissimo, costruito negli anni Trenta del Novecento e oggi usato soprattutto per le sepolture più recenti. L’ingresso del Monumentale è un piccolo tempio neoclassico con colonne doriche coperte dalla muffa: risalendo dalle viuzze ristrette laterali, un’impresa per gli anziani – il viale principale è chiuso per lavori -, ci si imbatte immediatamente in estranei che ti sussurrano gli incredibili accadimenti del luogo: a volte freschi di giornata, a volte risalenti a molti anni prima, ma trascinati dal passaparola nel tempo presente, in versioni sempre nuove e talvolta incongrui.
Così si viene a sapere di fiorai che s’improvvisano custodi del cimitero, con i veri custodi che firmano le presenze, ma non ci sono, e poi dell’immancabile aggiornamento sui marmi spaccati e trafugati, sulle cappelle saccheggiate per qualche targa in rame. A volte nel cimitero di Poggioreale scorrazzano motorini: in due e tre senza casco, entrati non si sa come. Ci sono addirittura auto parcheggiate in doppia fila. “A Napoli ‘o muort nun more mai…”, sospira qualcuno.
Una signora, tempo fa, si lamentò di una statua dedicata a un calciatore morto negli anni Trenta derubata della palla in ferro che giaceva ai suoi piedi, sostituita con un SuperSantos che marcì poco dopo. Per i vicoli del cimitero si insinuano impresari delle pompe funebri, spesso giovanotti dai modi cortesi appesantiti dalle beghe burocratiche e dalle liti con i familiari di fronte ai loculi. Nel tempo Poggioreale è anche diventato terreno di gioco per la criminalità organizzata: la camorra ha occupato loculi e cappelle, ha gestito in modo informale compravendite di tombe, e in alcuni casi vi ha nascosto armi.
La storia delle bare, quella che vi raccontavo all’inizio, si tramanda di generazione in generazione, pare suffragata da diverse indagini della Procura. E intanto, per chi pratica il cosiddetto “necroturismo”, ovvero la visita dei cimiteri come luoghi d’arte, insieme alle catacombe e al cimitero delle Fontanelle, Poggioreale è una tappa memorabile: una città nella città con viali, piazze, passaggi sotterranei, cunicoli che si diramano per chilometri, con un piccolo esercito di lavoratori ufficiali e informali che si muove nelle sue viscere, in un ecosistema che sembra uscito da un altro tempo. Non è raro che i visitatori si perdano davvero, tra cappelle disegnate nello stile più disparato, dal neogotico al neoclassico, dal liberty al neo-egizio kitsch.
Nel cuore di una piazzetta, oggi, c’è perfino un’area di stoccaggio temporaneo che ospita bare contenenti resti scheletrici recuperati dopo il crollo, due anni fa, di alcuni columbari a più piani. Una scena surreale, che racconta meglio di qualunque discorso lo stato di abbandono della zona.
Il cimitero monumentale appartiene al Comune di Napoli, che è responsabile della manutenzione generale, ma molte delle congreghe e dei columbari sono proprietà di confraternite religiose, come l’Arciconfraternita del SS. Rosario, o di soggetti privati. È una gestione a più mani che rende difficile stabilire responsabilità chiare su controlli, restauri e lavori strutturali.
I crolli hanno mostrato anche un’altra zona grigia: quella delle grandi opere infrastrutturali. Secondo le prime ricostruzioni della procura, il cedimento del 2022 sarebbe collegato allo scavo del tunnel della metropolitana sotto il cimitero.
Poggioreale è lo specchio di una Regione dalla capacità amministrativa ormai assottigliata: tombe svuotate e rivendute illegalmente, marmi trafugati, lavori improvvisati che diventano norma. Eppure, paradossalmente, proprio questa anarchia lo rende uno degli ultimi luoghi non turistificati e ancora autentici di Napoli. Un labirinto decadente dove, e non è una réclame da guida Lonely Planet, vale la pena perdersi davvero.