L’esistenza di previsioni diverse è uno dei problemi complessi della fase pandemica. La confusione alimentata da pareri difformi è sotto gli occhi di tutti. Alcune scuole virologiche pensano che il Sars-Cov2 si stia indebolendo. Altre insistono sulla mancanza di elementi in grado di descrivere la perdita della virulenza da parte del virus. Tra coloro che sul futuro sembrano ventilare pareri ottimistici, quantomeno sull’utilizzo di alcuni farmaci, è stato spesso citato Didier Raoult. Con un’eccezione specifica, però, che non può non essere evidenziata: il microbiologo aveva rimarcato l’eventualità di un gigantesco pericolo derivante da una pandemia. Era il 2003, ossia ben 16 anni prima che la sindrome Covid-19 esordisse sul globo terrestre. Un risultato che altri scienziati non possono vantare.

La tesi sulla idrossiclorichina

David Quammen, nel suo Spillover, parla di una “Next Big One”, una grande pandemia in grado di sconvolgere l’assetto mondiale. Quammen pronostica anche la tipologia di patogeno capace di mettere in ginocchio i sistemi sanitari. Qualcosa di molto simile a quello che sarebbe accaduto dalla fine del 2019. Un coronavirus o un’evoluzione dell’aviaria, scrive l’autore. Ma il libro del giornalista scientifico americano è del 2012. Le considerazioni di Raoult risalgono ad un decennio prima. Lo stupore può essere più che giustificato. Anche perché i pronostici del francese sfiorano addirittura il laboratorio di Wuhan, quello al centro di una delle “teorie del complotto”, e le foreste del Sud-est asiatico, quelle dove dimorerebbe il pipistrello con in serbo le origini del virus. Il tutto caldeggiato in anticipo rispetto all’interesse delle cronache internazionali.

In questi mesi, abbiamo avuto modo di conoscere i volti e le opinioni di molti esperti. C’è una scienza cosiddetta ufficiale e ce n’è una considerata meno attendibile. Raoult, almeno per alcuni commentatori, fa parte del secondo insieme. Comunque la si veda, microbiologo transalpino è stato tra i primi ad affermare che l’idrossiclorichina e l’azitromicina avrebbero funzionato. Strascichi e polemiche ce ne sono stati, ma le considerazioni del direttore dell’ IHU Méditerranée infection di Marsiglia sono arrivate a marzo, dopo un esperimento che ha coinvolto meno di trenta pazienti. Anche in quella circostanza, Raoult ha aperto il microfono prima di un fatto specifico: prima che Donald Trump dichiarasse di prendere una pasticca di clorichina al giorno per prevenire il rischio di contrarre il Sars-Cov2. Se c’è un elemento che nella storia di Raoult ricorre spesso, è l’anticipazione dei temi. Sul contenuto di queste anticipazioni, tuttavia, è normale e giusto che si discuta: la scienza funziona o meglio dovrebbe funzionare così.

L’efficacia di quella sostanza contro il Covid-19, soprattutto, è ancora al vaglio degli studi randomizzati. Ma Raoult e Trump appartengono a coloro che ritengono il chinino utile. E Trump è il presidente degli Stati Uniti: è complicato pensare che sia stato mal consigliato. Ma i dubbi sugli anti-malarici rimangono persistenti tra la comunità scientifica, compresa quella americana. Vale la pena sottolinearlo di nuovo.

Questo, che arriva in qualche modo ad interessare in via indiretta la salute dell’uomo più potente al mondo, è solo l’ultimo capitolo che riguarda il medico nato a Dakar nel 1952. Un altro passaggio della sua vicenda di presunto visionario è relativa a quello che il microbiologo aveva messo nero su bianco all’interno di un rapporto. Quello, appunto, che Raoult ha scritto nel 2003. Lo stesso che è stato riportato da un’edizione recente de La Verità. Andiamo con ordine, perché i temi toccati dal microbiologo sono molti e tutti attuali. In primis, c’è un paragone che Raoult opera: quello tra un patogeno del futuro e il virus dell’influenza spagnola.

La previsione del 2003

Quando i jihadisti colpiscono gli Stati Uniti è l’11 settembre del 2001, e le autorità istituzionali d’Oltralpe cominciano a ragionare di scenari improvvisi. Utilizzando un’espressione divenuta d’uso comune, si potrebbe dire che a Parigi iniziano nel 2003 ad interrogarsi su un cigno nero e sulle sue caratteristiche. Cosa accadrà nella storia? Quale evento potrà modificare per sempre le logiche geopolitiche? La Francia, per la parte medico-scientifica, incarica anche Raoult, che teorizza la possibilità di una guerra batteriologica. Un conflitto che, se vuole provocare disastri veri, non può che passare da un patogeno respiratorio. Le “Big One”, non fosse altro che per la facilità di trasmissione, hanno sempre a che fare con le vie respiratorie. Gli altri canali di contagio sono più facili da contenere. Gli effetti di un patogeno così vengono associati dal microbiologo a quelli della spagnola. E questa è solo l’introduzione del ragionamento, che è molto più complesso.

Raoult, ad una prima lettura, sembrerebbe quasi ragionare di teoria del caos, di un battito d’ali che procura effetti tragici sull’altro lato del pianeta. Forse nei suoi scritti c’è anche questo, ma di sicuro l’imprevedibilità non è l’unico aspetto toccato. La sua è una disamina precisa. Il microbiologo è il fautore di una tesi ipotetica e di due certezze: l’ipotesi riguarda la possibilità che un’arma batteriologica, costando meno di un’arma tradizionale, venga prima o poi sviluppata; le certezze del suo “rapporto” sono relative invece all’accelerazione dei contagi che un mondo come il nostro avrebbe alimentato in caso di comparsa di un virus, naturale o no che fosse, e alla necessità che i laboratori fossero sottoposti ad un controllo meno lassista di quello dell’epoca. E la Francia, prescindendo dall’analisi di Raoult, inizia a collaborare con la Cina. Un’opzione che ci porta dritti dalle parti di Wuhan.

Il Wuhan National Biosafety Laboratory viene messo in campo nel 2003, l’anno della prima Sars, che rispetto al Sars-Cov2 ha un tasso di mortalità superiore, e quindi potrebbe essere scomparsa per la stessa natura del virus: le morti dei contagiati non consentono al patogeno di replicarsi in altri organismi. Ma questa è un’altra storia. La Francia, stando a buona parte delle ricostruzioni, è parte del progetto. Raoult non ha un ruolo specifico nella edificazione del laboratorio, ma lo scienziato aveva affermato che l’unico modo di circoscrivere per tempo, e dunque bloccare, l’insorgenza di patogeno pandemico, era quello di lavorare nelle zone in cui l’incidenza di un episodio di quel tipo gli appariva più probabile: la Cina, appunto. Per una serie di fattori che anche Quammen condivide: la densità abitativa e la coabitazione di specie animali molto diverse che negli ecosistemi non verrebbero naturalmente a contatto. Pipistrello e pangolino, per citare il caso più attuale.

Raoult, però, non si è solo limitato ad indicare la strada migliore per la prevenzione, ha anche caldamente consigliato al P4 di Lione, il laboratorio francese collegato a quello di Wuhan, elencando anche i team arruolabili, d’incardinare all’interno del laboratorio di Wuhan degli “ufficiali di sicurezza”. Ufficiali francesi, come quelli di Marsiglia e di Grenoble. Raoult li nomina proprio. Il resto è cronaca dei giorni nostri, con tutto quello che è stato detto sul laboratorio, sulla inchiesta dell’Oms, sulla difesa di Xi Jinping e così via. Complottismi ingiustificati? Per qualcuno sì, per altri no. Intanto il “rapporto Raoult” è lì.

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