14 maggio 2024. A Rawalpindi, qualche decina di chilometri dalla capitale Islamabad, è da poco passata la mezzanotte. Il poeta e giornalista Ahmad Farhad sta rientrando a casa dopo una cena in compagnia di amici. Prima di mettere piede nel proprio appartamento, Farhad si volta e nota tre veicoli dai vetri oscurati parcheggiati proprio sul marciapiede opposto. Un presentimento si fa largo nella mente del trentottenne attivista pakistano: quelle auto sono lì per lui.
Rientrato in casa non fa nemmeno in tempo a salutare la moglie che subito bussano alla porta. Quattro individui in uniforme scura e dal volto coperto entrano nella sala, gli legano le mani dietro la schiena e gli bendano gli occhi tre le urla disperate della moglie e dei figli. Nel frattempo altri due uomini danneggiano le telecamere di sicurezza e si portano via la scheda di memoria con le registrazioni dell’aggressione. Un lavoro rapido, ben orchestrato, sicuramente organizzato da tempo.
Farhad è caricato su una delle auto dopodichè i rapitori si allontanano a tutta velocità; da quel momento, per due intere settimane, nessuno ne saprà più nulla.
Syeda Urooj Zainab, la moglie, disperata si è attivata fin da subito per avere notizie del marito. Ha fatto pressioni, insieme al suo avvocato, direttamente all’Alta Corte di Giustizia del Pakistan; hanno pochi dubbi: a rapire il marito è stata certamente una delle agenzie di sicurezza pakistane.
L’esercito in Pakistan detiene un potere quasi illimitato e si serve dei suoi tre servizi di Intelligence per silenziare qualsiasi tipo di opposizione.
Rapimenti, torture e omicidi sono all’ordine del giorno soprattutto nelle zone calde e periferiche del Paese come Baluchistan o Kashmir per limitare i movimenti di resistenza nazionalista o antigovernativa. Col passare del tempo si sono estesi anche ai principali centri urbani e utilizzati dall’esercito per silenziare il dissenso.
Intelligence Bureau (IB), Military Intelligence (MI) e soprattutto Inter-Service Intelligence (ISI), sono le tre sigle che da decenni terrorizzano i pakistani. Le tre agenzie si sono macchiate di crimini spesso impuniti per sedare il dissenso in Pakistan e non solo: il giornalista investigativo Arshad Sharif è stato raggiunto dai sicari mentre era rifugiato in Kenya.
Tra le tre agenzie L’ISI è considerato di gran lunga quello più potente, una sorta di “Stato nello Stato”, sostenitore di una politica il più delle volte contraria a quella del governo.
L’ISI è responsabile, tra le altre cose, dell’addestramento e l’ascesa dei talebani e di Al-Qaeda nel vicino Afghanistan durante la guerra contro l’Unione Sovietica (1979-89).
Dal 2011 sono state segnalate più di 10mila sparizioni forzate. Il Pakistan deve ancora ratificare la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate. Questo significa che, nei fatti, questa pratica non è criminalizzata e non è prevista alcuna protezione per le vittime dei rapimenti. Ci sono stati alcuni casi di cittadini rapiti più volte. La maggior parte delle famiglie delle vittime non hanno possibilità di cercare supporto legale, né è previsto per loro alcun tipo di aiuto o risarcimento.
L’ultimo tentativo di fermare questo vero e proprio cancro che affligge il paese avvenne nel 2021 sotto la spinta dell’allora primo ministro Imran Khan. Il disegno di legge che mirava a modificare il codice penale fu approvato dall’assemblea nazionale ma una volta arrivato al Senato per l’ultima autorizzazione è come se si fosse volatilizzato.
Sono in molti a credere che dietro allo scioglimento e all’arresto dell’ex primo ministro Imran Khan dello scorso gennaio ci siano proprio i servizi segreti.
Migliaia di attivisti sono spariti negli ultimi anni, i pochi che riappaiono vivi non parlano perché torturati brutalmente e minacciati in cambio del loro silenzio. Molti altri invece vengono ritrovati, orrendamente mutilati ai bordi delle strade o in riva ai fiumi anche dopo anni. A farne le spese sono anche i familiari dei dissidenti. Una delle sparizioni più note degli ultimi mesi è stata quella di Ghulam Shabbir, fratello del portavoce del TPI il partito dell’ex premier Imran Khan. Rapito il 15 luglio scorso, di lui si sono perse completamente le tracce.
Ahmad Farhad Shah rientra perfettamente nell’identikit della possibile vittima di rapimento: originario del Kashmir Pakistano, intellettuale, membro dei sindacati, giornalista per diverse testate indipendenti, autore di articoli e poesie molto critiche nei confronti dello strapotere dell’esercito che con un eufemismo lui definiva “il sistema”. Negli ultimi mesi Farhad aveva pubblicato sui suoi canali social alcuni appelli alla popolazione del Kashmir in rivolta contro il governo, accusando l’esercito di aver usato la Costituzione “come un giocattolo”. Nel 2023 una sua poesia intitolata “Isy utha lo!” (Prendetelo!) in cui denunciava proprio la pratica delle sparizioni forzate era divenuta virale.
“Pensa di sua spontanea volontà, prendetelo!.
Chiede di quegli straccioni analfabeti che sono stati presi tempo fa, prendetelo!
Gli è stato anche detto cosa dire, cosa non dire.
Ma parla per lo stesso, prendetelo!.
Si lamenta della gestione dell’ordine pubblico
Questa è una questione di ordine pubblico, prendetelo!.
Gli hanno detto: “Non fare domande, guarda e basta”.
Ma lui osserva e riflette, si pone domande, prendetelo!
Questo pazzo mette in discussione i nostri limiti.
Ha superato i suoi limiti, prendetelo!”
Pochi giorni prima della sua sparizione si erano interrotte violentissime manifestazione nel capoluogo kashmiro di Muzzafarrabad; tre giovani avevano perso la vita dopo che il governo centrale aveva inviato l’esercito a sparare sui manifestanti che protestavano per il rincaro sui prezzi del grano e dell’energia elettrica.
A causa delle sue prese di posizione così radicali, Ahmad Farhad aveva ricevuto diverse minacce di morte, telefonate anonime e pedinamenti da parte dei servizi di sicurezza pakistani. Era solo questione di tempo prima che lo rapissero e lo facessero sparire.
Le pressioni esercitate dalla moglie del poeta e da diverse associazioni per i diritti umane sull’Alta Corte Suprema hanno portato però a qualche risultato.
Il giudice Moshin Akhtar Kayani ha convocato i responsabili delle tre agenzie di sicurezza, nonché funzionari di alto rango dei Ministeri degli Interni e della Difesa, chiedendo spiegazioni su dove si trovasse Farhad. Se non lo avessero riportato a casa, ha avvertito il giudice, avrebbe chiesto spiegazioni direttamente al primo ministro Sharif. Nel corso dell’udienza il giudice ha poi criticato il governo riguardo la mancanza di progressi nei casi relativi alle migliaia di persone scompare, affermando: “Vergognosamente, l’intera nazione sa chi sta facendo cosa, me compreso, ma abbiamo tutti chiuso gli occhi, tutti!”. Una presa di posizione coraggiosa visto il rischio che anche questo giudice potrebbe correre nei prossimi mesi per aver pronunciato una frase del genere. Per tutta risposta il portavoce dell’ISI e del Dipartimento della Difesa hanno negato di essere a conoscenza persino dell’esistenza di Ahmad Farhad.
Due settimane dopo però Ahmad Farhad è riapparso, visibilmente malato e dimagrito, in una cella in Kashmir, a 200 km da Islamabad dove era stato prelevato. Secondo i militari avrebbe organizzato la sera del 14 maggio un posto di blocco illegale impedendo alla polizia di raggiungere i manifestanti; cosa alquanto improbabile dato che in quel momento si trovava a casa sua a Rawalpindi.
Il 21 luglio Farhad è stato rilasciato su cauzione e ha raccontato la sua versione dei fatti agli organi di stampa.
Dopo essere stato rapito è stato sbattuto in una minuscola cella maleodorante e malmenato. Durante gli interrogatori i suoi rapitori hanno minacciato lui e la sua famiglia di morte chiarendo che le ragioni del suo rapimento erano legate ad una sua poesia in cui criticava direttamente l’operato dell’esercito e un suo recente post in cui chiedeva le dimissioni del generale Rizwan Akhtar, direttore responsabile dell’ISI. Tra le altre accuse c’era quella di essere un membro del TPI, il partito dell’ex premier Imran Khan ora in carcere oltre che essere al soldo del governo indiano.
Farhad ha ovviamente negato tutto e ha resistito eroicamente alle torture e alle pressioni psicologiche. Solo dopo due settimane lo hanno trasferito in Kashmir, non prima di avergli intimato di non rilasciare interviste e di non usare più i social media.
Farhad non ha taciuto. Debole e malato continua ancora oggi a rilasciare interviste e pubblicare poesie ed articoli. “Temo che mi uccideranno per aver parlato” ha detto ai giornalisti pochi giorni fa. “Ma credo di dover raccontare la mia storia. Pubblicherò a breve una raccolta di poesie sulla resistenza. So chi mi ha rapito e non tacerò”.

