Ancora una volta il mondo scientifico si trova diviso di fronte al coronavirus. A tenere banco in questi ultimi giorni sono infatti le sue varianti che, dal nord al sud, stanno interessando l’Italia aprendo un quesito  che rende acceso il dibattito. Gli esperti si dividono circa la possibilità o meno di attuare un nuovo lockdown nazionale. E mentre gli scontri si infiammano, la ricerca risulta impegnata a raggiungere nuovi risultati: le varianti richiedono infatti maggiori studi  per rendere i monoclonali più efficaci.

Caos varianti

La pandemia in corso ormai da un anno non ha smesso di mettere alla prova il mondo scientifico, chiamato ogni giorno a confrontarsi con novità da affrontare e risposte da dare ai cittadini. Dopo i risultati raggiunti con l’elaborazione dei vaccini per prevenire il Sars-CoV-2, adesso un’altra sfida è rappresentata dalla possibilità di debellare anche le varianti del virus. Quest’ultimo per sua natura si modifica ed è destinato ancora a mutare. Fino ad oggi sono tre le varianti rilevate: quella inglese (20I / 501Y.V1, VOC 202012/01 o B.1.1.7), quella sudafricana (20H / 501Y.V2 o B.1.351) e quella brasiliana (P.1). Ma perché il virus si sta modificando? Il motivo lo ha spiegato su InsideOver lo scorso 9 novembre il virologo, nonché presidente dell’agenzia italiana del farmaco, Giorgio Palù: “Il morbo non ha interesse a uccidere l’ospite, altrimenti farebbe estinguere sé stesso – aveva dichiarato lo studioso – Anzi, noi sappiamo che dal progenitore di Wuhan il virus si è evoluto in diverse mutazioni che lo hanno reso molto contagioso ma al tempo stesso meno letale”. In poche parole, un agente patogeno muta per garantirsi la sopravvivenza. Quanto si sta riscontrando in queste settimane appare quindi in linea con il naturale evolversi di un ciclo epidemico.

Il toto-lockdown

“Serve un lockdown totale, lo chiederò a Speranza”: hanno tuonato così il 14 febbraio scorso le parole di Walter Ricciardi per frenare la diffusione delle varianti e consentire l’agevolazione delle vaccinazioni. Un’affermazione che non poteva di certo lasciare indifferente la comunità scientifica che immediatamente si è divisa in due fazioni: i pro lockdown e i no lockdown. L’allarme circa la diffusione delle varianti dal nord al sud Italia cresce ogni giorno di più e questo richiede l’adozione di misure idonee a frenare l’ascesa dei contagi. Ma davvero è necessario attuare la chiusura generale? Di questa misura ne sono convinti alcuni virolog, i quali in queste ore si sono esposti a sostegno del consulente personale del ministro della Salute. Tra loro vi sono Andrea Crisanti e Massimo Galli. I due professori, in diverse interviste, hanno affermato la necessità di attuare le misure restrittive allo stesso modo in tutta Italia per evitare che le varianti del virus finiscano per contagiare un alto numero di persone.

Ad essere sostenitore di misure sì restrittive ma non generalizzate è invece Matteo Bassetti il quale, come aveva già dichiarato su InsideOver il 15 gennaio, ritiene più pertinente il metodo della suddivisione dell’Italia a colori. Il direttore del reparto Malattie Infettive del San Martino di Genova nelle sue pagine social è stato chiaro: “Chiedere un lockdown generale- ha scritto- è una misura barbara, senza razionale scientifico. Le soluzioni sono lockdown mirati, provinciali, localizzati, chirurgici e rapidi. La comunicazione centrale- ha aggiunto il professore- da parte del ministero della Salute e dei numerosi organismi collegati pare non funzionare. Io sono sconcertato. Si sentono quattro voci diverse: Cts, consulenti, Istituto superiore della Sanità e ministero. Io ne vorrei sentire una sola: autorevole e univoca”.

Un’altra affermazione contraria alla necessità di ricorrere al lockdown nazionale è quella fatta su Facebook dal direttore sanitario dell’Istituto nazionale malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, Francesco Vaia: “Voglio dire un no netto e chiaro all’utilizzo delle varianti come ‘clava politica’ – si legge nelle sue dichiarazioni – La scienza sia sempre libera da interessi economici e politici”.

L’incognita sui monoclonali

Il perché le varianti stanno monopolizzando l’attenzione scientifica, lo si può vedere anche nel dibattito in corso relativo all’uso dei farmaci monoclonali. Dopo il via libera dato dall’Aifa il 3 febbraio scorso, anche nel nostro Paese sarà possibile usarli. Si tratta di anticorpi che, una volta usati sul paziente, consentono all’organismo di agire contro il virus. E infatti, come ha specificato su InsideOver il virologo Antonio Cascio, primario del reparto malattie infettive del policlinico di Palermo, “i monoclonali potrebbero essere utilizzati nelle prime fasi della malattia, in cui il virus è presente nel sangue e in cui non si è avuta ancora la risposta infiammatoria esagerata”. Un risultato importante quest’ultimo, visto che eviterebbe l’ospedalizzazione di diversi pazienti.

“L’utilizzo degli anticorpi – ha infatti proseguito Cascio – è stato pure associato ad una riduzione della percentuale di ricoveri o visite al pronto soccorso”. Al contrario, nessun beneficio aggiuntivo è stato dimostrato negli studi che hanno coinvolto pazienti ospedalizzati, “forse perché le fasi successive della malattia – ha dichiarato ancora Cascio – sono determinate non tanto dal virus di per sé quanto dalla risposta infiammatoria del paziente”. Ma è lo stesso virologo ad invocare prudenza. Questo per via proprio della presenza delle varianti: “Il funzionamento degli anticorpi monoclonali potrebbe essere inficiato dall’emergenza di nuove varianti”, è il pensiero del primario. Lo ha dimostrato uno studio sudafricano del 19 gennaio scorso sulla variante diffusa in questo Paese. Così come anche alcuni report inglesi riportati sul The Guardian.

E infatti Eli Lilly e GlaxoSmithKline, due aziende americane impegnate nella produzione di monoclonali, hanno avviato comuni sperimentazioni per superare i problemi relativi alle varianti. Ma questo ha fatto sorgere, in seno alla comunità scientifica, un’altra più inquietante domanda: se le mutazioni del virus mettono a dura prova i monoclonali, è così anche per i vaccini?

Le varianti mettono in subbuglio la politica

Fin qui il dibattito scientifico. Ma alla fine è la politica che, in relazione alle misure da attuare per contenere i contagi, deve prendere le decisioni. E il mondo politico in Italia nelle ultime settimane è stato interessato dal cambio di governo. Mario Draghi a Palazzo Chigi ha preso il posto di Giuseppe Conte. Quest’ultimo, all’insorgere dell’epidemia, ha dato ampio spazio al comitato tecnico scientifico. Sarà così anche con il nuovo esecutivo? Da un lato c’è quella parte della comunità scientifica che vorrebbe continuare ad avere voce in capitolo. E questa corrisponde grossomodo a chi è favorevole a misure più rigorose. Dall’altro lato invece, c’è chi invoca maggiore prudenza anche per salvaguardare un’economia già a pezzi.

Le ultime decisioni di Roberto Speranza, ministro della Salute nel Conte II e riconfermato nel nuovo esecutivo, hanno suscitato non poche polemiche. In particolare, la chiusura degli impianti sciistici a 12 ore dalla loro riapertura ha innescato la furiosa reazione di molti amministratori locali ma anche di una parte della nuova maggioranza, così come di chi, tra i virologi, non ha apprezzato la “fuga in avanti” repentina del ministro. L’episodio ha forse innescato il primo di una lunga serie di duelli tra chi, all’interno della scienza e della politica, sostiene due linee profondamente differenti. L’impressione è che dalle scelte che verranno prese per bloccare le varianti si capirà molto del complessivo piano anti Covid del governo Draghi.