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Società

Ecco perchè è fallita l’iniziativa antiomofobia del calcio inglese

Per il dodicesimo anno la campagna Rainbow Laces ha tinto di pride colors le partite di inizio dicembre della Premier League, il campionato inglese di calcio. Tra scelte controverse e polemiche mediatiche, però, mai quanto stavolta l’iniziativa – nata per...

Per il dodicesimo anno la campagna Rainbow Laces ha tinto di pride colors le partite di inizio dicembre della Premier League, il campionato inglese di calcio. Tra scelte controverse e polemiche mediatiche, però, mai quanto stavolta l’iniziativa – nata per promuovere i diritti della comunità LGBTQ+ e combattere ogni forma di discriminazione legata al genere e alla sessualità – ha messo in evidenza tutti i suoi limiti; quelli di un progetto carente di spontaneità nel coinvolgimento dei suoi ambasciatori, e che anno dopo anno sembra aver perso di credibilità. 

Anche a chi ha meno familiarità con il calcio internazionale potrebbe essere giunta voce degli attriti scaturiti dal rifiuto di Sam Morsy e Marc Guehi, capitani di Ipswich Town e Crystal Palace, di indossare la fascia dedicata all’occasione. A questi due episodi, poi, si è aggiunta l’ambigua scelta dei giocatori del Manchester United di lasciare negli spogliatoi i sopramaglia arcobaleno disegnati ad hoc da Adidas, per assecondare l’opposizione di Noussair Mazraoui a iniziative simili contro la queerfobia (termine ombrello che comprende omofobia, transfobia, bifobia, intersexfobia e acefobia).

Prima di andare più in profondità, va detto che una campagna di sensibilizzazione che infiamma il dibattito pubblico non per i suoi connotati positivi (la voce di chi ha partecipato), ma per quelli negativi (chi non ha aderito), è evidentemente un’occasione mancata. L’obiettivo era infatti responsabilizzare l’audience sportiva e favorire la nascita di un dialogo costruttivo, ma il risultato è stato l’opposto: anziché avvicinare e distendere, ha ulteriormente frammentato e irrigidito il dibattito; ha lasciato oscurare la campagna da chi non ne ha fatto parte, accettando che un’occasione di confronto diventasse terreno di scontro.

“No” rumorosi

Finora non si erano mai verificati episodi troppo controversi nei weekend della Rainbow Laces. La campagna è partita nel 2013 sulla spinta di Stonewall e dell’agenzia di scommesse Paddy Power, prima di entrare stabilmente nel calendario calcistico dall’anno successivo. All’inizio prevedeva che si indossassero semplicemente dei lacci arcobaleno, poi sono comparse fasce da capitano, divise speciali, coreografie, eventi, e via dicendo; una costante evoluzione estetica che però non è stata supportata da un aggiornamento comunicativo.

I casi di Morsy, Guehi e Mazraoui sono diversi per contorni e dinamiche, ma condividono la ragione di fondo: l’inconciliabilità tra credo religioso – Morsy e Mazraoui sono musulmani, Guehi cristiano – e diritti della comunità LGBTQ+: un tema divisivo e complesso, che da tempo contrappone precetti di fede e rivendicazioni sociali di una minoranza, dando forma alle profonde spaccature emerse anche sui campi della Premier League.

Mentre Morsy ha indossato un equipaggiamento normale, Guehi ha optato per una fascia arcobaleno con sopra scritto “I love Jesus” (che è diventato “Jesus loves you” nella seconda partita, dopo il warning della federazione, che non ammette messaggi politici sui campi). In entrambi i casi i club hanno reagito – non senza imbarazzo – riconoscendo la libertà di opinione dei singoli, ma ribadendo allo stesso tempo l’adesione alla campagna. Eppure, sarebbe bastato poco – un altro capitano per un paio di partite, decorazioni arcobaleno aggiuntive sulla divisa – per dare un segnale di solidarietà, almeno, alle persone cui la campagna vuole tendere una mano.

Il caso del Man-U è diverso. Dopo che Mazraoui ha annunciato ai compagni l’intenzione di non indossare la giacca pre-gara, lo spogliatoio – tutt’altro che unanime, secondo il New York Times – ha scelto di abbandonare in toto la dimostrazione. Un’altra occasione sprecata insomma, e poco importa se per solidarietà nei confronti del marocchino, o se per il timore di dare più visibilità al messaggio trasmesso dalla sua mancata adesione. Ciò che conta, e che lascia l’amaro in bocca, è che l’eco mediatica di tutto ciò – al pari dei “no” di Morsy e Guehi – ha sovrastato la risonanza della campagna, nonostante il vano tentativo di Stonewall di porre l’accento sui “sì”.

Impegno parziale 

Il calcio non ha la pretesa né gli strumenti per offrire soluzioni concrete su temi del genere, ma ha un bacino d’utenza immenso e un raggio d’azione lungo quanto l’equatore. E dunque offre preziose occasioni di confronto globale – soprattutto la Premier League, che viene trasmessa in oltre duecento Paesi. È lecito quindi chiedersi – sì, anche negli uffici della federcalcio britannica – se e come sia possibile fare di più per supportare quegli intenti, quell’impegno e quelle battaglie sbandierate ai quattro venti. Se non altro, per mostrare che non sia solo rainbow-washing.

Iniziative lanciate con l’aspettativa che tutti aderiscano sono percepite come imposte dall’alto e non concedono reali spunti di discussione, perché non appartengono a chi se ne fa carico. E così sono diventate poco attuali ed efficaci, in un mondo in cui la dispersività del dibattito e la activism fatigue (sovraccarico da attivismo) rappresentano un costante limite con cui confrontarsi. Sui social, ad esempio, sono circolate foto di Morsy e Mazraoui con loghi di agenzie di scommesse sulla maglia, per denunciare la presunta ipocrisia dei diretti interessati, in quanto la legge islamica è contraria al gioco d’azzardo quanto all’omosessualità. Botta e risposta del genere non portano a nulla di buono, anzi distraggono da riflessioni più utili e interessanti – ad esempio, sulle interpretazioni del Corano (più e meno conservatrici, in materia di diritti LGBTQ+ e non solo) proposte dai leader religiosi islamici.

Viene spontaneo chiedersi se siano argomenti troppo difficili per il mondo del calcio, che ha dimostrato a più riprese di essere disposto ad impegnarsi finchè la complessità dei temi non supera una certa soglia. Tutto ciò ci ha ricordato infatti l’artificiosità di alcune campagne della UEFA contro il razzismo, oppure l’iniziativa che in Italia ha chiamato gli atleti e i club di Serie A a prendere posizione contro la violenza sulle donne, la cui sterilità è ormai ben documentata. Se razzismo e abusi di genere non sono temi divisivi, almeno superficialmente, nel caso della Rainbow Laces si aggiunge un ulteriore elemento ostativo: la polarizzazione, un punto di partenza quando si parla di queerfobia. E serve fare di più, molto di più, perchè quelle fasce arcobaleno aiutino concretamente qualcuno.

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