Una ventina di giorni dopo le violenze di Amsterdam, torna in campo nelle coppe europee il Maccabi Tel Aviv, impegnato giovedì sera in trasferta contro i turchi del Beşiktaş. Non si temono grandi disordini, questa volta: già prima della gara in Olanda, le autorità turche avevano chiesto di spostare la partita da Istanbul a un campo neutro, e dopo quanto avvenuto ad Amsterdam la UEFA non ha potuto che acconsentire. D’altronde, il supporto popolare in Turchia alla causa della Palestina è ben noto, e un confronto tra gli ultras di estrema destra del Maccabi e i Çarşı del Beşiktaş, dichiaratamente anarchici, si preannunciava ben più che teso.
Così la partita si terrà in quella che è diventata la nuova casa delle squadre israeliane – sia di club che delle selezioni nazionali – per i match UEFA: l’Ungheria. Dall’ottobre 2023, infatti, il paese di Viktor Orbán si è offerto di ospitare le partite di calcio degli israeliani, data l’impossibilità di giocare a Tel Aviv o ad Haifa a causa del conflitto in Medio Oriente: anche l’Italia, lo scorso 9 settembre, ha dovuto recarsi a Budapest per affrontare Israele in Nations League. La scelta dell’Ungheria si deve soprattutto a due motivi: i vari stadi all’avanguardia costruiti negli ultimi anni grazie agli ingenti finanziamenti governativi (e generalmente sgombri nei turni infrasettimanali, data la scarsa presenza dei club magiari nelle coppe europee), e la forte amicizia tra Orbán e Netanyahu.
Sebbene il partito Fidesz sia stato spesso accusato di antisemitismo, nel corso di questi anni i leader di Ungheria e Israele si sono avvicinati molto, tanto che nel 2018 Netanyahu definì Orbán “un amico di Israele”. Al di là delle forti affinità politiche, dal nazionalismo all’ostilità verso gli arabi, il rapporto tra i due ha avuto importanti motivazioni strategiche. Grazie a Orbán, Netanyahu ha potuto avvicinarsi ai paesi dell’alleanza di Visegrád, trovando nuovi partner in un’Europa che non lo ha sempre visto proprio di buon occhi. Per contro, il leader magiaro ha sfruttato l’amicizia con quello israeliano per stabilire dei rapporti con Donald Trump e proiettarsi come una figura di riferimento della destra a livello internazionale.
Ciò non toglie, però, che la situazione delle squadre israeliane in Europa stia diventando sempre più motivo di imbarazzo per la UEFA. I disordini di Amsterdam e le polemiche politiche che sono seguite non hanno fatto una buona pubblicità al calcio europeo, e da questo punto di vista è andata anche peggio con Francia-Israele di Nations League del 14 novembre. La partita ha fatto registrare il poco invidiabile primato di incontro dei Bleus con meno tifosi della storia dello Stade de France: appena 16.611 spettatori, che rappresentano uno smacco anche per la Nations League, la giovane competizione inventata dalla UEFA per portare più pubblico alle gare stagionali delle nazionali.
Israele è membro della UEFA dal 1994, vent’anni dopo la sua espulsione dalla confederazione asiatica AFC, e se le sue trasferte internazionali hanno spesso dato adito a contestazioni in passato solo nell’ultimo anno la questione è divenuta realmente sensibile. Disputare sistematicamente incontri in campo neutro, solitamente blindati da parte delle autorità di Budapest (come avverrà col Beşiktaş) per scongiurare contestazioni politiche, non fa certamente piacere ai vertici del calcio europeo. Ma ancora più complicata è la situazione relativa alle trasferte, che, come si è visto ad Amsterdam e Parigi, rischiano di diventare sempre più spesso teatro di disordini o di repressione delle tifoserie. Allo Stade France sono state vietate le bandiere palestinesi, e nei giorni precedenti il governo era intervenuto duramente per condannare una coreografia per la pace in Medio Oriente esposta in Champions League dai tifosi del PSG.
Il paradosso tra l’atteggiamento del governo francese, che ha costretto il club parigino a prendere provvedimenti contro i propri tifosi, e la UEFA è esemplificativo di quanto stia diventando controverso ospitare gli incontri delle squadre israeliane nell’ultimo periodo. La confederazione europea aveva infatti precisato che la coreografia degli ultras del PSG non violava alcun suo regolamento, nonostante quanto detto inizialmente sia dal Ministro dell’Interno Retailleau che dal Ministro dello Sport Avérous. 4.000 agenti delle forze dell’ordine sono stati schierati allo Stade de France, 1.000 erano invece presenti a Udine per Italia-Israele del 14 ottobre, match che la FIGC ha voluto organizzare in un piccolo stadio in una città periferica del Nord-Est, proprio per limitare al massimo possibili contestazioni. Pure in quel caso uno stadio quasi deserto, con solo 11.700 spettatori (e ore 2.000 manifestanti pro-Palestina in città), mentre a marzo, per Fiorentina-Maccabi Haifa di Conference League, al Franchi c’erano state appena 7.000 persone presenti.
In tutto questo, si attende ancora che la FIFA prenda una decisione sulla possibile sospensione di Israele dal calcio internazionale. L’11 dicembre si terrà un congresso straordinario dell’organizzazione in cui si dovrebbe (condizionale d’obbligo, visti i continui rinvii da maggio scorso) deliberare a riguardo. La UEFA, semplicemente, ignora la questione e attende che sia la FIFA a esprimersi, ma sta diventando evidente che i match dei club e delle selezioni nazionali israeliane sono oggi un fastidio che sempre meno paesi in Europa si vogliono sobbarcare.
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