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Società

Il 10 gennaio 2016 il mondo si svegliò senza David Bowie. Dieci anni dopo lo cerchiamo ancora tra le stelle

Come Picasso nella pittura, Bowie ha attraversato epoche artistiche diverse, ogni volta ponendosi all’avanguardia.

Esattamente dieci anni fa, il 10 gennaio 2016, il mondo si svegliava con una notizia che sembrava scritta da lui stesso: David Bowie, il “Duca Bianco” del rock, se n’era andato. Non con un lento e prevedibile declino, ma con un’uscita di scena improvvisa, teatrale, quasi cinematografica – come se avesse voluto dirigere anche il proprio sipario finale.

Due giorni prima, l’8 gennaio, aveva compiuto 69 anni e regalato all’universo il suo ultimo capolavoro e testamento artistico, Blackstar, album registrato dopo la diagnosi di cancro al fegato. Nessuno lo sapeva. O quasi nessuno. Il cancro che lo stava consumando da diciotto mesi era rimasto un segreto gelosamente custodito, condiviso solo con la famiglia e pochissimi collaboratori. Bowie aveva scelto di morire come aveva vissuto: reinventandosi fino all’ultimo respiro, trasformando persino la fine in un’ultima, magistrale performance. L’album è pieno di riferimenti alla morte e si conclude con un senso di accettazione in “I Can’t Give Everything Away“, ma il vero miracolo, come nota Allmusic, è che rimane un lavoro vivo, persino giocoso, nonostante parli di morte.

L’amico di sempre, il geniale produttore Brian Eno, rivelò che Bowie gli scrisse pochi giorni prima di morire: “Ho ricevuto una sua email sette giorni fa. Era divertente come sempre, e altrettanto surreale, piena di giochi di parole, allusioni e tutte quelle cose che facevamo di solito. Finiva con questa frase: ‘Thank you for our good times, Brian. They will never rot’. Ed era firmata ‘Dawn’. Ora capisco che mi stava salutando”.

David Robert Jones, questo il suo nome di battesimo, ha pubblicato circa un centinaio di album – tra lavori in studio, dischi dal vivo, colonne sonore e raccolte – tra la fine degli anni Sessanta e il 2016, vendendo oltre 140 milioni di copie in tutto il mondo. Eppure, più che questi numeri già di per sé straordinari, ciò che davvero colpisce è la sensazione netta che David Bowie non appartenesse veramente a questo pianeta.

Come Picasso nella pittura, Bowie ha attraversato epoche artistiche diverse, ciascuna volta ponendosi all’avanguardia: dal glam rock alieno di Ziggy Stardust al gelido ed elegante Thin White Duke, fino alla leggendaria “trilogia berlinese” realizzata insieme a Brian Eno e Robert Fripp, che ha regalato alla storia tre capolavori immortali: Low, Heroes e Lodger. Ognuno ha il “suo” Bowie del cuore.
Pochi artisti, nella musica del Novecento, hanno saputo incarnare un eclettismo così radicale, così libero, così costantemente proiettato verso il futuro. Pop, elettronica, avanguardia, glam rock: per Bowie ogni confine musicale era fatto per essere valicato, ogni cliché smontato con chirurgica precisione.

E che dire di David Bowie attore? Immortale Jareth in Labyrinth – Dove tutto è possibile (1986), enigmatico e perturbante in Fuoco cammina con me di David Lynch (1992), straordinario nel ruolo di Tesla in The Prestige di Nolan. Un interprete di razza. Un artista completo, senza tempo.

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