Esistono dei voli misteriosi, operati da piccole banche statunitensi, che mentre l’attenzione del mondo veniva monopolizzata dal SarsCov2, trasportavano in gran segreto carichi estremamente preziosi. Voli che sono soliti decollare dalla Russia, per atterrare negli Stati Uniti, passando all’occorrenza per il Medio Oriente o l’Africa. Effettuati da aerei che attraverso uno stratagemma legale risultano essere perfettamente in regola, ma il quale proprietario e carico non spesso vengono svelati. Il sospetto è che possano trasportare illecitamente “metalli preziosi“, ma anche che a bordo, all’occorrenza, possano viaggiare denaro sporco, spie, documenti compromettenti, o addirittura terroristi.

A fare nuova luce sull’esistenza di queste tratte oscure del cielo questa volta è stato un think-tank con sede a Ginevra, da sempre crocevia di informazioni e intrighi internazionali. Ma ciò che più affascina (e allo stesso preoccupa), in queste trame da romanzo ambleriano, è l’intricato filo rosso che lega una banca dello Utah a due uomini di cui tutto il mondo ha sentito parlare così a lungo: il magnate e terrorista salafita Osama Bin Laden, e il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin. Nomi altisonanti nella lista di “clienti” illustri che questa compagnia, seconda per segretezza solo alla famosa “Janet Airlines” (che vola sull’Area 51 e per questo vanta l’acronimo di “Just Another Non-Existent Terminal”, ndr), avrebbe contento come presunti passeggeri, accanto a potenti uomini politici dell’Africa e astuti trafficanti ricercati dall’Fbi.

Da un rapporto redatto da “Impact Initiatives”, ad aprile, un volo operato dalla Bank of Utah Trustee ha operato su diverse rotte con scali tra Riad, Addis Abeba, Nairobi, Entebbe e Ahmedabad – la capitale dell’oro dell’India – senza mancare il rendez-vous a Dubai. Si tratterebbe di un Boeing 737, immatricolato come N837DM. Un velivolo senza dubbio capiente. Nel report, accanto al volo misterioso, veniva annotato: “Mentre il proprietario e il carico di questo volo e il suo scopo rimangono sconosciuti, la traiettoria di volo dell’aereo e la sua storia dimostrano la facilità con cui l’oro può essere spostato tra gli hub dell’oro dell’Africa orientale, del Medio Oriente e dell’Asia”. Ma cosa portava quell’aereo? E perché ne stiamo parlando senza prove evidenti?

Se si va a spulciare nelle informazioni consultabili, si scopre immediatamente che non è la prima volta che uno degli aerei di proprietà della Banca dello Utah, fondata ai tempi della guerra di Corea da Mr. Frank Browning, finisce al centro dell’attenzione delle agenzie governative per le strane tratte seguite dai suoi aerei, e per i clienti particolari che ne fanno uso. Sembra infatti che molti facoltosi uomini d’affari di diversi stati dall’Africa Nera e Sub-sahariana nutrano da anni un particolare interesse per le tratte condotte da questi grandi aerei privati. Aerei che per la legge degli Stati Uniti possono essere registrati presso la Federal Aviation Administration, o attraverso la cittadinanza statunitense, o tramite un “contratto fiduciario in cui il titolo di proprietà dell’aeromobile viene trasferito a un fiduciario americano” – in questo caso una banca. Tra gli esempi che si possono annoverare di aeromobili acquistati da facoltosi e potenti uomini africani che hanno utilizzato questo secondo e appetibile escamotage, spiccano il Bombardier Global 5000 acquistato dall’ex governatore, poi ministro dei Trasporti della Nigeria, Rotimi Ameachi; e un secondo jet dello stesso modello, acquistato dal governatore nigeriano Godswill Akpabio, oggi senatore e ministro degli Affari del Delta del Niger. Nome sul quel pende l’accusa di appropriazione indebita di diversi milioni di dollari.

Questi due nomi, insieme a tanti altri “notabili” sui generis, sono comparsi nella lunga lista di clienti della Banca dello Utah, che secondo l’inchiesta condotta dai giornalisti del Süddeutsche Zeitung impegnati nell’indagine sui cosiddetti “Paradise Papers“, “permetteva a ricchi stranieri” – compresi personaggi con ruoli più o meno istituzionali con cittadinanza rilasciata in Stati su cui pesavano le sanzioni statunitensi – “di registrare i loro aerei, proteggendo al tempo stesso la propria identità”. Tra questi, è stato individuato anche l’oligarca russo Leonid Mikhelson, delfino del presidente Putin e vertice della compagnia energetica Novatek, sottoposta alle sanzioni degli Stati Uniti in seguito alla crisi di Crimea. Un uomo da 27 miliardi di dollari che intratteneva affari con un altro magnate russo, Gennady Timchenko, anch’esso investitore di gran parte dei suoi proventi nella Sibur, società russa di trattamento del gas. In queste particolari occasioni, sembra che la banca abbia sempre espresso lo stesso scarico di responsabilità: “In qualità di proprietario fiduciario, la Bank of Utah non mantiene il controllo operativo di nessuno degli aeromobili di proprietà del trust, ma trasferisce tale controllo a un operatore o a un locatario tramite un accordo scritto”. Questo lasciava supporre di quale calibro potessero essere gli altri “beneficiari” della misteriosa flotta aerea della Utah. Una flotta che nel 2017 contava ben 1.390 aerei di varia tipologia, tutti registrati attraverso il l’escamotage trustee. Tutti aerei che potevano potenzialmente entrare ed uscire dagli Stati Uniti sfuggendo ai radar dell’Amministrazione federale dell’aviazione in quanto registrati negli Usa, ma che potevano allo stesso tempo permettere a terroristi, criminali e membri dei servizi segreti stranieri di eludere ogni genere di sanzioni, aggirare gli embarghi e sorvolare le no-fly zone. 

Questo genere di “benefici” sarebbe sfruttato, ad esempio, da Osama Bin Laden, erede del magnate dell’Arabia Saudita Mohammed Bin Laden, più noto per essere fondatore del gruppo terroristico islamista Al Qaeda e mandante degli attentati dell’11 settembre. Ma anche e da Mohammed bin Salman, principe ereditario al trono dell’Arabia Saudita che, secondo il caso denunciato da Impact Initiatives, starebbe sfruttando questi voli per trafficare l’oro la cui estrazione e non si è mai fermata – nemmeno durante i picchi massimi di contagi dal Coronavirus. Secondo le informazioni in possesso del think-tank di Ginevra infatti, l’estrazione dell’oro non si è mai interrotta, né si è interrotta l’esportazione illecita di ciò che veniva estratto e che doveva necessariamente essere raffinato per acquisire il suo massimo valore sul mercato in un momento dove si potevano fare davvero affari d’oro. Ciò prevede una partenza dall’Africa orientale per i mercati internazionali, rispettando una regola semplice: ciò che può essere trasportato con un solo viaggio, conduce una tratta, mentre i carichi più elevati prevedono uno stoccaggio e uno spostamento in più tranche.

Di raccordo a questa storia ci sarebbero alcune affermazione dei fratelli Goetz, commercianti d’oro statunitensi che sono finiti sotto la lente delle autorità governative, e che riguardo al “traffico d’oro” hanno affermato: “per i commercianti d’oro, questa è un’opportunità unica nella vita, ma solo se si riesce a tirarlo fuori dall’Africa per trasformarlo in denaro”. Un’esternazione a tratti ambigua che lascia intendere come l’oro africano debba necessariamente “volare via” da quei siti di scavo ai margini di luoghi dimenticati – dove ancora vige la legge del più forte -, e come debba arrivare lontano – meglio se in fretta e in aereo – per essere raffinato e piazzato sul vero mercato che lo acquista o vi investe. Tra le informazione confermate, ci sarebbe ad esempio quella del traffico illecito dell’oro del Congo, ex-colonia belga, che passando per Kampala o Entebbe in Uganda, atterra direttamente a Dubai o Istanbul e da lì chissà dove. Altri viaggi dell’oro sono stati scoperti dall’Fbi sulla tratta Santiago del Cile / Miami. Ma si suppone che l’oro da raffinare non fosse stato “scoperto” in Cile.

Sebbene in traffico illecito dell’oro non sia una delle prime preoccupazione di Washington, la possibilità che questi voli misteriosi vengano impiegati per spostare carichi o per aggirare le sanzioni che l’America ha spinto il Congresso a scoperchiare questo vaso di Pandora in più occasioni. Siverse indagini e report sono state portate a termine degli ultimi dieci anni, e tra questi spicca un audit dal titolo quanto mai evocativo, “Secrets in the sky”, nel quale l’Ispettorato generale del dipartimento dei trasporti non si è risparmiato nell’osservare come molti di queste voli “operassero o fossero registrati in circostanze discutibili e forse illegali”, mostrando legami con entità bancarie puntualmente identificate come fiduciarie degli aerei in questione. Per questo motivo un membro della sottocommissione per la sicurezza nazionale e della sottocommissione per il terrorismo e il finanziamento illecito del Comitato per i servizi finanziari, ha presentato l’atto numero 393 , noto come “Aircraft ownership transparency act”: un atto che fosse entrato in vigore avrebbe obbligato gli operatori dei voli misteriosi a divulgare informazioni sulla proprietà effettiva degli aeromobili e il fine della registrazione “per garantire che il Registro civile abbia un quadro più completo su chi possiede un aeromobile prima di approvare un certificato di registrazione negli Stati Uniti”.

In assenza di queste informazioni infatti, il Registro Aeronautico Civile americano continua e potrebbe continuare a registrare aerei che non soddisfano i “requisiti” adeguati. Sottoponendo la sicurezza nazionale ai seri rischi dei quali è già stata fatta menzione. L’atto presentato nel 2017, e ripresentato nel 2019, non è mai stato approvato, ed rimasto alla Camera dei rappresentati in attesa d’esame; lasciando liberi i trustee di continuare a garantire per una flotta di oltre 10mila aerei misteriosi – potenziali cavalli di troia volanti che al loro interno possono covare e traghettare mezzi e artifici per ogni tipo di illecito – di volare in lungo e in largo nel mondo, facendo libero scalo negli Stati Uniti.

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