I thailandesi di Israele: sfruttati dai padroni sul lavoro e rapiti da Hamas

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Società /

Quasi nessuno l’ha notato, ma la Thailandia è una delle nazioni che ha pagato il prezzo più alto nella guerra tra Hamas e Israele. Non tanto per motivazioni militari o geopolitiche, quanto per il numero elevato dei suoi cittadini rimasti coinvolti nella tragedia del 7 ottobre 2023. Tra i 240 ostaggi catturati oltre un anno fa dal movimento palestinese, ben 31 erano infatti thailandesi, il gruppo più numeroso di stranieri rapiti e portati nella Striscia di Gaza.

La vicenda è emersa in tutta la sua rilevanza pochi giorni fa, quando, tra gli ostaggi liberati da Hamas nell’ambito di un ampio scambio di prigionieri con Tel Aviv, sono stati restituiti anche cinque cittadini thailandesi: Surasak Rumnao, 32 anni, Watchara Sriaoun (33), Sathian Suwannakham (35), Pongsak Thaenna (36) e Bannawat Saethao (27). Altri 23 dei 31 erano stati liberati nei mesi scorsi, due sono morti e di uno non si hanno notizie certe.

Ma come hanno fatto così tanti thailandesi a finire ostaggio di Hamas? Per capirlo bisogna accendere i riflettori sulle decine di migliaia di lavoratori thailandesi presenti in Israele, la maggior parte dei quali impegnata nel settore agricolo e operativa all’interno di complessi situati alla periferia dei kibbutz e delle città del Sud del Paese, ovvero i luoghi attaccati per primi dai combattenti filo palestinesi.

Lavoratori invisibili

Se in passato Israele faceva affidamento sui lavoratori palestinesi, in seguito alle tensioni generate dalla Prima Intifada (tra il 1987 e il 1993) Tel Aviv ha iniziato a sostituirli con un elevato numero di migranti. Migranti per lo più provenienti dalla Thailandia e che in breve tempo hanno formato al gruppo più numeroso di braccianti agricoli stranieri presenti sul territorio israeliano. Israele è stato tuttavia duramente criticato per le condizioni di lavoro di queste persone, molte delle quali si sono ritrovate a fronteggiare dinamiche simili a quelle del caporalato.

In un rapporto del 2015, per esempio, Human Rights Watch spiegava che spesso i braccianti thailandesi venivano ospitati in sistemazioni improvvisate e inadeguate, e che “venivano pagati stipendi significativamente inferiori al salario minimo legale, costretti a lavorare per lunghe ore oltre il massimo legale, sottoposti a condizioni di lavoro non sicure e impossibilitati a cambiare datore di lavoro”.

Un report del 2020 realizzato dall’organizzazione israeliana per i diritti dei lavoratori Kav LaOved osservava invece che, vicino alla Striscia di Gaza, i suddetti lavoratori thailandesi sarebbero stati “inviati a lavorare nei campi durante i periodi di conflitto nella zona, anche quando lavorare nei campi è proibito” e che i braccianti “non erano consapevoli del fatto che non dovrebbero lavorare per motivi di sicurezza poiché le linee guida locali dell’Home Front Command sono pubblicate solo in ebraico”.

I motori dell’economia israeliana

Prima dei fatti del 7 ottobre 2023 in Israele c’erano circa 30.000 lavoratori thailandesi impiegati per lo più nelle aziende agricole. Secondo il ministero degli Affari Esteri di Bangkok, durante il conflitto sono stati uccisi 46 cittadini thailandesi, compresi i due morti durante la prigionia nella Striscia di Gaza. Nonostante la loro invisibilità, i cittadini stranieri sono stati a lungo vitali per l’economia israeliana e per i suoi settori a basso salario (agricoltura, edilizia, assistenza domiciliare), almeno fino allo scoppio della guerra tra Tel Aviv e Hamas.

Oggi che gran parte dei braccianti thailandesi ha scelto di tornare in patria, Israele è stato costretto a sostituire quei lavoratori agricoli con persone da reclutare, in fretta e furia, da Malawi, Kenya e Sri Lanka. E Tel Aviv sta ancora cercando lavoratori edili da India, Cina, Moldavia, Uzbekistan e altri Paesi. Per accelerare il processo il ministero dell’Agricoltura israeliano ha persino annunciato incentivi, estensioni dei visti e bonus economici, oltre ad aver ammorbidito varie normative sul lavoro. Sono in arrivo, insomma, nuovi fantasmi da arruolare nei kibbutz e nei cantieri edili.

Lo skyline di Tel Aviv