Ogniqualvolta arriva l’annuncio di un nuovo vaccino capace di procurare un’immunità attiva contro un determinato tipo di infezione, la comunità internazionale tira un sospiro di sollievo e applaude il traguardo raggiunto dalla scienza. Se, da un lato, la scoperta dei vaccini consente all’umanità di proteggersi da malattie altrimenti dannose, tanto a livello individuale quanto collettivo, dall’altro rappresenta pur sempre un business piuttosto ricco, soprattutto per le grandissime aziende che operano nel settore farmaceutico.

L’industria dei vaccini – ma in realtà tutto l’ecosistema che la circonda – aveva già lanciato segnali di rapida crescita ben prima della pandemia di Covid-19 con sviluppi di estrema importanza, tra cui l’approvazione di un vaccino contro l’herpes zoster da parte della Food and Drug Administration americana. La comparsa del Sars-CoV-2 su scala planetaria ha semplicemente accelerato i tempi e, in un certo senso, gonfiato una sorta di “bolla“.

La corsa per creare un vaccino anti Covid ha chiamato in causa centinaia di soggetti, tra multinazionali, start-up e istituti di ricerca. Pochi hanno tuttavia raggiunto traguardi importanti, sfornando prodotti interessanti. Costoro, i più fortunati, hanno potuto godere di lauti finanziamenti pubblici seguiti da guadagni stratosferici, in aggiunta a crescite esponenziali in borsa.

Lo sviluppo di nuovi vaccini

È grazie a tecnologie moderne come l’uso dell’mRNA che è stato possibile accelerare lo sviluppo di vaccini anti Covid. Non solo: questo meccanismo ha il potenziale per accelerare lo sviluppo di vaccini per combattere altre malattie infettive, e portare avanti trattamenti personalizzati contro il cancro. In attesa della prossima rivoluzione dei vaccini, non mancano le aziende che si sono già tuffate nel ghiottissimo mare appena creatosi.

Come ha ben evidenziato Bloomberg, l’elenco spazia da aziende biotecnologiche, come Moderna e BioNTech a importanti Big Pharma, tra cui Pfizer e Johnson & Johnson. Da qui ai prossimi anni, alla luce del sostanziale successo ottenuto dal vaccino anti Covid, è lecito attendersi un boom di vaccini contro le più disparate malattie.

“La bellezza della tecnologia dell’mRNA è la velocità, in quanto una volta che hai la sequenza genetica, puoi identificate ciò che inserire nel codice del tuo vaccino e stai dando istruzioni al bersaglio a cui il sistema immunitario può rispondere. Cambia davvero l’intera dinamica sulle malattie infettive“, ha affermato John Bowler, manager dello Schroder Global Healthcare Fund.

Nuove opportunità, nuovi rischi

A proposito dell’mRNA, grazie a questa tecnologia potrebbero presto sbarcare vaccini per fronteggiare Zika, melanoma, HIV, virus respiratori multipli, Epstein-Barr e perfino malaria. Si parla anche di un vaccino antinfluenzale più efficace, visto che quelli attuale riducono il rischio malattia dal 40% al 60%. Insomma, ci troviamo in una specie di periodo d’oro per produrre i vaccini, e molte aziende vogliono approfittarne.

Non solo per fornire all’umanità armi fondamentali con le quali sconfiggere i nemici invisibili, ma anche per incrementare valore e guadagni. Accanto alle novità, più o meno imminenti, dobbiamo considerare le nuove versioni del vaccino anti Covid, ovvero quelle lavorate appositamente per contenere le varianti, e quelle da somministrare per via orale o nasale.

È ovvio che il grande gioco dei vaccini, così come mette sul tavolo possibili guadagni stratosferici, comporta anche vari livelli di rischio. In ogni caso, nessuna azienda è cresciuta così velocemente dall’inizio della pandemia a oggi come Moderna. Fondata nel 2010 a Cambridge, nel Massachusetts, Stati Uniti, ha aperto la strada alla ricerca nell’uso dell’mRNA per curare le malattie; è diventata pubblica nel 2018. Ogni azione, all’epoca, valeva 28 dollari; adesso viene scambiata a più di 450 dollari, complice un aumento di oltre il 1.450% dal marzo 2020.

Insomma, i finanziamenti pubblici e gli investimenti privati confluiscono in un calderone enorme, dove chi guadagna riesce a svoltare nel vero senso della parola. Ma attenzione ai rischi, perché non tutti sono destinati a “vincere” la partita e perché, se si dovesse creare una “bolla”, è bene sapere che le bolle possono sempre esplodere causando danni economici irreparabili.

Diseguaglianze da evitare

Da una parte i Paesi industrializzati, quelli che per comodità vengono indistintamente riuniti sotto l’etichetta di “Paesi ricchi”; dall’altra le nazioni meno prospere, che, per motivi storici o sociali, non hanno mai raggiunto gli stessi standard di vita del resto del mondo. Le diseguaglianze al tempo del Covid sono ancora più evidenti, tanto a livello individuale che di comunità.

La distribuzione a macchia di leopardo dei vaccini anti Covid ha rimarcato gli enormi gap che già esistevano, e che dividevano il binomio “America più Occidente” dal trio “America Latina, Africa e una parte del Sud Est Asiatico”. Nel caso della pandemia di Covid, mentre i primi hanno goduto prima e meglio dell’invenzione dei vaccini, riuscendo a immunizzare una buona parte delle rispettive popolazioni, i secondi navigano tutt’ora in acque tempestose, non potendo contare su sufficienti stock di fiale.

E pensare che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) aveva più volte ripetuto che la pandemia avrebbe dovuto essere sconfitta su scala globale, senza lasciare indietro nessuno. La realtà ha tradito le aspettative, visto che numerosi governi sono rimasti a secco di vaccini a quasi nove mesi dal loro lancio ufficiale. Eppure, ci sono altri Stati che già pensano a se, come e quando iniettare la terza dose ai propri cittadini. Un simile problema non dovrebbe essere affrontato soltanto dal punto di vista socio-economico ma, almeno in questa fase pandemica, anche e soprattutto in ottica sanitaria. Il motivo è semplice: là dove il virus circola indisturbato, senza difese di alcun tipo, è più alta la possibilità che possano emergere varianti.

Una distribuzione a macchia di leopardo

Prendiamo l’esempio di Pfizer, analizzato dall’organizzazione Emergency. Il vaccino realizzato da Pfizer (in collaborazione con BioNTech), che rappresenta più di un terzo della base di entrate complessive dell’azienda americana, nella prima metà di quest’anno ha venduto complessivamente 11 miliardi di dollari di vaccino. A chi? Sempre stando al comunicato Emergency, ripreso da un report di The People’sVaccine, pare che l’azienda abbia venduto solo lo 0,5% delle sue dosi di vaccino ai Paesi più poveri.

Dal momento che le Big Pharma, ossia coloro che “creano” e distribuiscono il vaccino, hanno un peso specifico enorme in fase di negoziazione del prezzo di vendita dei loro prodotti, appare evidente come le nazioni meno ricche debbano fare i conti con una spada di Damocle non da poco. Il punto è che, per sconfiggere la pandemia, o quanto meno tenerla sotto controllo, è necessario che tutti i Paesi vaccinino la stragrande maggioranza delle rispettive popolazioni (in ottica futura, come se non bastasse, potrebbero servire nuovi richiami, cioè nuove iniezioni).

Ai prezzi attuali, i vaccini sono un miraggio per moltissime nazioni, e questo potrebbe tradursi in tassi di vaccinazione più bassi e in una continua diffusione del virus. Già, perché l’Europa e gli Stati Uniti, tra qualche settimana o mese, potranno anche annunciare urbi et orbi di aver sconfitto il virus. Ma se non avranno fatto altrettanto anche Messico, Cile, Egitto e Indonesia, giusto per fare qualche esempio, tutti gli sforzi saranno inutili perché Sars-CoV-2 continuerà a rappresentare una minaccia. Tanto più in un mondo interconnesso come quello in cui viviamo.

Il problema delle varianti

Certo, c’è COVAX, il programma internazionale che ha come obiettivo quello di garantire l’accesso equo ai vaccini anti Covic-19 ai Paesi a basso e medio reddito e, più in generale, in via di sviluppo, ma permangono enormi “buchi neri”. L’Uganda, giusto per citare un caso, spende ogni anno appena 6,83 dollari a persona per la salute, cioè 8 centesimi in più rispetto al prezzo pagato dall’Unione Africana per ogni dose del vaccino Pfizer-BioNTech.

Prendiamo, poi, la Colombia: se questo Paese decidesse di vaccinare tutta la popolazione con i vaccini Moderna, andrebbe a spendere il 16% del proprio bilancio nazionale, sprofondando in una catastrofe economica. Stando ad alcune stime, sembrerebbe che Bogotà abbia già pagato per i vaccini Moderna e Pfizer un prezzo in eccesso, rispetto ai costi di produzione, pari a 375 milioni di dollari. La differenza è tutto guadagno che finisce nelle casse delle Big Pharma, troppo spesso libere di dettare le regole del gioco a discapito dei governi.

Un discorso simile può essere fatto per il Sud Africa, che potrebbe aver pagato 20 milioni di dosi del vaccino Pfizer ben 177 milioni di dollari in eccesso. Con questa cifra, sarebbe stato possibile vaccinare tutti i restanti sudafricani pagando lo stesso vaccino Pfizer-BioNTech a prezzo di costo. L’Unione Africana ha negoziato il prezzo più basso per 50 milioni di dosi Pfizer-BioNTech, ma tale somma è ancora sei volte tanto il costo di produzione stimato dal medesimo quantitativo; se così fosse, saremmo di fronte a un pagamento in eccesso pari a 279 milioni di dollari.

Non solo i Paesi in via di sviluppo non hanno i mezzi per pagare i vaccini a prezzi di monopolio; restando senza dosi, al loro interno è alto il rischio che la diffusione del virus possa diventare insostenibile, con il rischio di varianti e forme più contagiose dello stesso agente patogeno. Ecco perché la lotta contro il coronavirus dovrebbe essere una battaglia combattuta da tutto il mondo, e non, in primo luogo, un business per le Big Pharma.