Guai a confondere gli xiaolongbao con i jiaozi. È vero, entrambi vengono chiamati comunemente “ravioli cinesi”, ma presentano tra loro una differenza sostanziale: mentre i jiaozi sono formati da un sottile pezzo di pasta arrotolata ripieno di carne macinata o verdure, che viene poi sigillato premendo i bordi, gli xialongbao sono sempre ravioli al vapore ripieni di farciture di vario tipo, ma arricchiti da un brodo gustoso.
Ebbene, sciolto ogni dubbio sui ravioli cinesi, sappiate che il cibo oggi viene sempre più spesso utilizzato come uno strumento di soft power. Il famoso “potere morbido” che indica la capacità di raggiungere obiettivi attraverso l’attrazione e la persuasione, usando risorse intangibili, come la cultura, i valori o anche la cucina, per migliorare la propria immagine e rafforzare il proprio potere sulla scena internazionale. I ravioli cinesi non fanno eccezione. Soprattutto gli xialongbao, originari dello Jiangnan, un’area geografica cinese immensa che comprende la megalopoli di Shanghai e una parte delle province dello Jiangsu, Anhui, Jiangxi e Zhejiang, ma sbandierati come prelibatezza nazionale da Taiwan.
Gli xialongbang all’offensiva da Taiwan
Il dossier diventa complesso se consideriamo la questione taiwanese. Sappiamo che la Cina – e con lei, di fatto, il mondo intero tranne una manciata di Stati e il Vaticano – considera Taiwan una propria provincia, ma che l’isola, a sua volta, si professa indipendente da Pechino. Si da il caso che ci sia una nota catena di ristoranti di lusso con sede a Taiwan, Ding Tai Fung, particolarmente famosa per i suoi xialongbao, ma anche jiaozi e wonton, che sta continuando ad aprire locali in giro per il mondo.
Lo scorso 18 luglio ha aperto una filiale gigante a New York che può ospitare 450 persone e sfornare oltre 10mila ravioli al giorno. Prima ancora che il negozio aprisse le porte ai clienti, le prenotazioni erano già al completo per un mese abbondante.
Lo xiaolongbao è il fiore all’occhiello di ogni menù Din Tai Fung. Viene servito in un set da cinque o sei pezzi, ognuno delle dimensioni di una pallina da ping-pong, pieno di zuppa calda e carne di maiale macinata. Bisogna stare attenti a non farlo scoppiare mentre si usano le bacchette per prenderlo dal cestello di bambù nel quale viene servito.
Il soft power di Taiwan? È in un raviolo
Il fondatore del Din Tai Fung, Yang Bing Yi, è morto nel 2023 all’età di 96 anni. Aprì il primo ristorante a Taipei nel 1972 per poi espandersi in Asia, e poi in tutto il mondo, grazie proprio agli xialongbao. Oggi la catena presenta ristoranti in Australia, Stati Uniti, Regno Unito, Emirati Arabi… per un totale di 170 locali.
Attenzione però, perché il signor Yang non ha inventato i ravioli al vapore ripieni di brodo: come detto, questi nascono in Cina, intesa come Repubblica Popolare Cinese. La sua abilità, semmai, è stata quella di aver standardizzato la loro ricetta e “inventato” una tecnica di preparazione che ha riscosso un enorme successo globale.
Come contributo di Taiwan alla cucina mondiale, ha scritto Bloomberg, lo xiaolongbao di Din Tai Fung ha un solo rivale: il bubble tea, che è più onnipresente dei ravioli ma non identificato con nessun marchio, brand o catena di fast food.
In ogni caso, sia gli xialongbao sia il bubble tea (ne abbiamo parlato qui) incarnano un enorme potenziale di soft power per il governo taiwanese, che sta iniziando soltanto in questi ultimi anni ad alzare la testa dall’anonimato.
Certo, i ravioli sono tipici della Cina continentale, ma la popolarità a cinque stelle del Din Tai Fung sta lentamente surclassando storia e tradizioni. E in un periodo del genere, con lo Stretto di Taiwan che ribolle di tensioni, questo è un particolare che non può essere ignorato.
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