Rese celebri dalle rappresentazioni cinematografiche di Bollywood, le periferie indiane – o meglio, le baraccopoli – sono parse sin dallo scoppio dell’epidemia nel Paese come il punto debole del sistema sociale indiano, anche al tempo del coronavirus. Con un’altissima percentuale di popolazione per chilometro quadrato e con dei livelli igienici che spesso non comprendono neppure l’acqua corrente, la situazione invece che migliorare con le settimane è uscita fuori da ogni controllo. Dapprima cavie per la sperimentazione dei farmaci in mezzo alla strada – con neppure i bambini ad essere risparmiati – e poi abbandonati al proprio destino, i poveri dell’India sono forse coloro che peggio sono stati trattati durante la pandemia che ha atterrato tutto il mondo. E soprattutto, questa condizione di abbandono non potrà che essere causa di un prolungamento del periodo pandemico per il Paese – e non solo.

Anche nelle cure esistono le diseguaglianze

L’India può essere considerato l’esempio perfetto di che cosa significhi essere un Paese in via di sviluppo, con tutte le sue accezioni positive e negative. Un’economia forte, con tassi di crescita da far invidia alla vicina Cina e una capacità di espansione commerciale forse senza eguali – soprattutto in questi ultimi mesi del 2020. Tuttavia, un’economia fondata sostanzialmente sulla bassa retribuzione del lavoro e con il suo poggiare su una maggioranza della popolazione al limite della sopravvivenza. Insomma, un’immagine moderna della Londra dei primi dell’800, con giusto qualche accortezza tecnologica aggiuntiva. E soprattutto, con un esercito di poveri in grado giusto di raggiungere il finire della giornata, sperando in buone notizie per quella successiva; situazione assai ardua da affrontare in tempo di pandemia e con le restrizioni causate dal lockdown e dal distanziamento sociale.

A tutto questo, però, deve aggiungersi un sistema di welfare assolutamente non in linea con quello Occidentale e che si limita, e nemmeno in tutte le circostanze, alle semplici cure basilari e spesso in condizioni igieniche malsane. In questo scenario, infatti, dove soltanto pochi possono permettersi le cure ospedaliere, ecco che i poveri vengono medicati per strada, in campi di fortuna e spesso lungo le strade e le piazze delle degradate periferie di Mumbai. In un’ambientazione raccapricciante, che forse ci dovrebbe far rivalutare persino le nostre fatiscenti strutture ospedaliere – con tutti i limiti che hanno dimostrato di avere nelle tristi settimane della scorsa primavera.

La bomba sanitaria indiana

In una situazione nella quale la lotta al pandemia viene vanificata dall’impossibilità di mantenere il distanziamento sociale, di accedere alle cure ed ai più basilari strumenti di prevenzione, ecco che nasce un serio problema. Un problema fondato sulla quasi certezza che per liberarsi del patogeno sia necessario un tempo assai più lungo rispetto a quello delle altri parti del mondo ed in grado di generare un pericolo latente duraturo nel tempo.

Anche abbassando il tasso di infezione, infatti, allo stato attuale nelle baraccopoli indiane è impossibile portare l’indice di contagio prossimo allo zero e , di conseguenza, di sconfiggere la malattia. E in questo scenario, anche qualora le autorità indiane decidessero di “sacrificare” la popolazione delle periferie obbligandole ad un confinamento forzato, la fuga del patogeno dalle aree rosse rimarrebbe comunque tutt’altro che probabile, diffondendo nuovamente a macchia d’olio il contagio. In una situazione che, di conseguenza, potrebbe trasformare l’India in un focolaio duraturo di Covid-19.

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