La contestazione giovanile in Italia non si fermerà. E ha un grado di consapevolezza politica decisamente maggiore rispetto al ritratto corrente di una rivolta per il carovita. Fra le sigle che hanno organizzato le manifestazioni del 7 ottobre scorso, “Italia in Piazza” è forse la principale, e si sta diffondendo nei capoluoghi della penisola con una regìa collettiva nazionale, sulla base di un manifesto pubblicato il 10 ottobre. A spiegare le idee di quella che ancora non è un’associazione organizzata ma, di fatto, un movimento spontaneo è il 29enne Francesco, referente stampa nazionale (che ha chiesto di non divulgare il cognome: «non vogliamo essere associati a facce di singole persone»). In questa intervista esclusiva («abbiamo detto al Tg1»), dice che l’attività sta prendendo forma, al momento, in modo fluido, in gruppi Telegram che per un paio di volte sono già stati buttati giù dalla piattaforma: «Sono aperti a tutti, quindi può essere avvenuto o per segnalazione di qualcuno che è entrato, e che non possiamo controllare, o per un attacco informatico».
Quando e da chi è stato aperto il primo canale “Italia in piazza” su Telegram?
“L’incontro da cui è nata la scintilla è avvenuto nella sezione commenti di un TikTok”.
Quale?
“Uno in cui si parlava di tutte le proteste in Europa, e fra i commenti c’è stato chi ha scritto “perché non facciamo qualcosa anche qui in Italia?”.
Siete tutti ragazzi sotto i 30 anni?
“Sì, diciamo che il 95% del gruppo di persone che lavora più intensamente al coordinamento delle attività è sotto i 30 anni, si tratta di studenti e studenti-lavoratori di tutte le 16 città in cui abbiamo organizzato manifestazioni il 17. Non ci conoscevamo prima di creare la prima community su WhatsApp”.
Fra di voi c’è chi ha passate o presenti esperienze di tipo politico?
“È una realtà molto eterogenea: si va da liceali senza nessuna esperienza politica a chi, dopo il 17, si è unito alla protesta e può far parte di qualche movimento o partito, ma non posso saperlo con certezza. Io, per dire, sono rappresentante di dipartimento all’università di Torino. Quel che posso dire è che nessuno ha fatto politica in modo professionale”.
Avete organizzato voi le piazze del 17 ottobre? Eravate consapevoli che tenendole aperte, e senza un servizio d’ordine, potevano offrire l’occasione per degenerare in scontri?
“Diciamo di sì. Non ci fa impazzire dire che “le abbiamo organizzate noi”, perché il nostro operato è stato solo quello di coordinare la data e fornire assistenza con le adempienze burocratiche del caso. Ogni piazza si è organizzata autonomamente e ha raccolto lo spirito della città in cui si è tenuta. Il fatto che siano “aperte” è condizione necessaria affinché le si possa chiamare “piazze”: una protesta che esclude qualcuno è un evento di partito. Però non erano piazze sguarnite: abbiamo messo in campo un primo prototipo di servizio di cura, una forma di assistenza alla protesta basata non sul cercare di controllare cosa succeda ma sull’aiutarsi a vicenda qualunque cosa accada. Un approccio più orientato alla riduzione del danno che alla prevenzione di disordini, lavoro che lasciamo volentieri alle Questure”.
Siete l’unico gruppo attivo su piano nazionale, o ce ne sono altri? Risulta esisterne almeno un altro, “Movimento 17 Ottobre”: è corretto? E in cosa vi differenziate?
“L’unica altra realtà è il Movimento 17 Ottobre. Non abbiamo attività di tracciamento dei gruppi che si stanno attivando per protestare in Italia, perché sarebbe un full time job impossibile da portare a termine (ride, ndr). Però fino al 17 ottobre tutte le persone che ora sono nel Movimento 17 Ottobre erano parte dei gruppi di Italia In Piazza. Ci univa la voglia di protestare per gli stessi problemi, probabilmente a differenziarci c’è solo una visione metodologica. Siamo diversi, ma il bello delle piazze è anche la diversità che le anima”.
Ma in cosa, esattamente, siete diversi?
“Abbiamo avuto divergenze su come condurre la protesta. Loro si ispirano di più allo “stile Francia”.
Cioè? Pensano a forme più estreme di lotta?
“Diciamo che in Francia sono arrivati anche a bruciare edifici pubblici…”.
Nel vostro manifesto vi definite “manifestazione apartitica”, non apolitica, che si batte però contro una politica intesa come delega: “Vogliamo che ogni decisione presa per conto del popolo sia presa da e per il popolo”. Ma come tradurre in consenso popolare questa aspirazione? Può bastare manifestare in piazza?
“Sicuramente non può bastare manifestare in piazza, ma ciò non vuol dire che la protesta sia una componente accessoria del cambiamento. La nostra esistenza si basa sulla convinzione che le piazze e tutte le forme di protesta vadano considerate parte naturale della vita democratica, non una condizione di pericolosa eccezionalità da controllare o sedare convogliando il dissenso in forme più “pettinate”. Il primo passo per risolvere un problema è vederlo, il secondo è lamentarsene. Per quanto riguarda il consenso popolare, non è qualcosa di cui ci curiamo in questa fase. Agiamo secondo convinzione e al momento non abbiamo in programma di smettere”.
Andrete avanti a oltranza, quindi?
“Finché dura questo moto popolare. Una guerra d’attrito non può continuare all’infinito, ma smettere ci parrebbe insultante nei confronti di altre categorie, come camionisti e agricoltori. Finché vanno avanti, noi andremo avanti”.
Vi ponete un risultato concreto minimo, di breve-medio periodo?
“Ne stiamo discutendo. Al momento c’è tensione interna, fra chi vorrebbe perseguire obbiettivi tangibili e chi, invece, più ambiziosi”.
Al primo punto del vostro programma si chiede lavoro sicuro, contro l’emigrazione di giovani italiani all’estero. Poi stipendi adeguati, sanità a portata di tutti, scuole e università non più subordinate alla produttività economica, diritto alla casa. “Vivere e non sopravvivere”, scrivete. Queste idee sono condivise, in genere, più a sinistra. Ma perché secondo voi la sinistra in Italia (e non solo in Italia) non sa o non vuole realizzarle?
“Perché lo spettro politico non è una linea da destra a sinistra, è una croce che contiene anche la dimensione dell’alto e del basso. La sinistra italiana su quell’asse si posiziona saldamente al centro, ma per avere davvero a cuore quelle questioni bisogna conoscerle come solo chi le vive quotidianamente può conoscerle. Per lottare contro l’alto, si può fare affidamento solo su chi viene dal basso e ci rimane in costante, reale contatto”.
La linea di frattura fra alto e basso, élite e popolo, è un’idea diventata piuttosto comune, negli ultimi vent’anni, ed ha caratterizzato forze come, per esempio, il Movimento 5 Stelle. Attualmente non vi sentite rappresentati da nessuna forza politica esistente?
“Più che altro, tutte le forze politiche oggi agiscono in un contesto, quello della democrazia rappresentativa, molto limitante. Non importa chi c’è dentro, è proprio il meccanismo della rappresentanza a essere una forma che limita la democrazia”.
Ma un esponente politico di qualche partito si presentasse alle vostre manifestazioni, come lo accogliereste?
“Ci farebbe piacere, non foss’altro per l’attenzione che dimostrerebbe. Ci hanno già contattato giovani esponenti di alcuni partiti. Ma hanno un raggio d’azione, ripeto, limitato”.
Come giudicate in generale la violenza di piazza, e in particolare i disordini e i saccheggi a Milano e in altre città di sabato 17 ottobre?
“Gli episodi che si sono verificati a Milano, Torino e Bologna non vanno giudicati e soprattutto non vanno ricondotti a un fenomeno unico, qualunque esso sia. Sono i risultati dell’intreccio tra l’humus sociale di quelle città, le dinamiche di piazza che vi sono maturate negli anni e gli approcci delle Questure. Sono questioni da capire, non episodi su cui esercitare giudizio morale o da usare per fabbricare narrazioni securitarie”.
Ma cosa pensate dell’assalto ai negozi di grandi marche e al furto di merci da parte dei cosiddetti “maranza”? La violenza, per voi, è sempre sbagliata?
“Se per violenza intendiamo mettere a rischio la salute e la sicurezza delle persone, allora sì. Ma se si parla di vetrine di multinazionali che sono assicurate, è assurdo”.
Ma la scena di adolescenti che assaltano e si portano via degli oggetti come va considerata, da un punto di vista politico?
“Stiamo parlando di persone di un preciso contesto, quello dell’hinterland milanese, con un certo tipo di pratiche che non emergono solo nelle manifestazioni di piazza. Vogliamo parlare di violenza? D’accordo, ma parliamo di quella di tutti i giorni. La scena a cui lei fa riferimento in sé non danneggia la causa, ma viene usata da chi vuole criminalizzarla. Ci sono persone che non hanno il privilegio di possedere una consapevolezza politica, quella che permette di capire che spaccare una vetrina non serve. Ma non le giudico moralmente. Noi, però, non siamo loro”.
Esiste e quanto è presente il rischio di infiltrazioni da parte di sotto-gruppi violenti?
“In una piazza in reale protesta può sempre succedere di tutto. A noi non interessa controllare ciò che succede fuori dal nostro controllo, ci concentriamo sul fare del nostro meglio affinché la piazza resti accessibile”.
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, sostiene che la rivolta sia influenzata da una strategia di guerra ibrida da parte della Russia. Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, è dell’idea che la violenza non derivi da rabbia sociale, ma da voglia di giocare a distruggere. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha annunciato la costruzioni di nuove carceri minorili. Quello dei Trasporti, Matteo Salvini, un nuovo equipaggiamento per la polizia anti-sommosa. Come commentate?
“Vabbè, dai ma di che stiamo a parlare…”.
Cioè? Non sanno di cosa parlano?
“No, no, sanno perfettamente di cosa parlano. Ma dimostrano così di avere un grande problema. Prese in sé, comunque, queste affermazioni farebbero ridere se non facessero piangere”.
La reazione concreta del governo è stata comunque introdurre un nuovo reato, e rimuovere di peso i blocchi stradali degli autotrasportatori al Sud. Il centrosinistra, ma anche Mattarella (e perfino Draghi) sottolineano invece che bisogna capire anche le ragioni di chi protesta. Vi aspettavate risposte diverse?
“No, fin qui procede tutto abbastanza secondo copione”.
Ma quando qualche politico o giornalista, previa condanna della violenza, dichiara che bisogna capire le vostre ragioni, in qualche caso accennando a qualche provvedimento, cosa vi viene da pensare?
“È proprio in questo passaggio che vogliamo entrare per creare un cortocircuito. Anziché dire così, dovrebbero dire che bisogna partecipare alle proteste. E magari venirci, e parlare con le persone. Altrimenti è, come dire?, una forma di cerchiobottismo, e intanto c’è la Digos che arresta”.
Avete rapporti con le altre proteste di lavoratori, come camionisti e agricoltori?
“Stiamo facendo raccolta di contatti per creare un coordinamento, esteso alle scuole, alle autostrade, ai porti. E finora troviamo molto entusiasmo, come risposta. Ma siamo ancora alle fasi preliminari”.
A vostro giudizio come stanno trattando i media l’ondata insurrezionale in Europa e nel nostro Paese?
“Siamo consapevoli che ogni media ha il suo posizionamento, anche sull’asse politico. Ma un altro, gravissimo problema è nei social, su due piani paralleli: da una parte, il controllo statale sulle piattaforme, con il chat control, e la policy making va in questa direzione; dall’altra, e più preoccupante, è l’inquinamento attraverso l’intelligenza artificiale, che crea costantemente il dubbio che quello che si vede sia falso. Se non posso essere sicuro che quel che vedo è reale, come posso considerare attendibili le informazioni che circolano sui social? Ad esempio, è girata un’immagine falsa di una ragazza con del sangue in faccia, e questo ha suscitato fra i commenti reazioni violente. È una pratica che è già stata messa all’opera, quindi”.
Perché, secondo voi, molti vostro coetanei non sentono la necessità di impegnarsi politicamente e anzi approvano misure repressive?
“Siamo tutti vittime delle storie che ci raccontiamo prima di dormire. Noi ci raccontiamo di poter essere un fattore decisivo su che direzione prenderà il mondo, al punto di mettere da parte le nostre vite personali, accademiche e lavorative per dedicarci a questa causa. Altri si racconteranno che per sfuggire alla povertà non ci sia altra strada che competere. Altri ancora non si trastullano con certi pensieri e vivono la vita che gli è stata data senza farsi troppe domande. L’impegno politico è personale e la pretesa che debba essere ubiquo non ci appartiene”.
Quale sarà la vostra prossima iniziativa? Cercherete l’unità con le altre categorie?
“Potrebbe essere una manifestazione unitaria, sì. Ma prima potrebbe esserci qualcos’altro, in mezzo. I nostri metodi non prevedono solo la piazza”.
Si spieghi.
“L’ipotesi a cui stiamo lavorando è non pagare le bollette per tutto il mese di novembre. Ma è ancora allo studio, dobbiamo verificare che abbia il minor impatto possibile sugli utenti. Sarà questa forma di boicottaggio, probabilmente, la nostra prossima iniziativa”.