I farmaci Made in Italy nel mirino dei dazi di Trump: a rischio il nostro export e la salute degli americani

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Mentre è presto per saggiare gli effetti dei dazi di Donald Trump, i cittadini americani temono le ripercussioni eventuali sul settore farmaceutico. Per Washington, le aree più importanti nella filiera di fornitura del settore sono Cina, India ed Europa. Ad esempio, gli stabilimenti in Cina e India producono quasi tutta la fornitura mondiale di principi attivi dell’ibuprofene e della ciprofloxacina. Ma questa faccenda riguarda molto da vicino anche l’Italia. Gli Stati Uniti, pur essendo una potenza nel settore farmaceutico, mantengono una forte dipendenza dai medicinali italiani grazie al ruolo dell’Italia come uno dei principali produttori farmaceutici in Europa. Le aziende italiane svolgono un ruolo cruciale nella produzione di principi attivi di alta qualità (API), nello sviluppo di trattamenti innovativi e nella produzione conto terzi per aziende americane.

I Paesi dell’Ue vulnerabili ai dazi statunitensi sui prodotti farmaceutici. Importazioni statunitensi di prodotti farmaceutici per quota di Paese, 2023 (Fonte: Global Trade Tracker, LSEG Datastream; WITS; UN Comtrade; calcoli ING)

Gli annunci di Trump sui farmaci

Mercoledì scorso l’industria farmaceutica ha ottenuto una tregua temporanea quando i medicinali di fabbricazione estera sono stati esentati dalle nuove tariffe. Ma la Casa Bianca ha dichiarato per settimane che ha intenzione di imporre dazi specifici sui prodotti farmaceutici, con l’obiettivo di spostare la produzione estera di farmaci di nuovo negli Stati Uniti e che le percentuali potrebbero variare dal 25% in su. Ora, dunque, le case farmaceutiche stanno ad attendere, convinte che le tariffe a loro destinate verranno annunciate presto. “Le aziende farmaceutiche torneranno a ruggire, torneranno a ruggire, torneranno tutte nel nostro Paese perché se non lo faranno, dovranno pagare una grossa tassa“, ha tuonato Trump dal Rose Garden.

Di conseguenza, le esportazioni farmaceutiche italiane verso gli Stati Uniti potrebbero diventare significativamente più costose, con impatti non solo sui produttori italiani, ma anche sui fornitori di assistenza sanitaria e sui pazienti americani che dipendono da questi farmaci o dai loro componenti. L’aumento dei costi e le difficoltà logistiche potrebbero causare ritardi nella produzione, obbligare le aziende a ottenere nuove autorizzazioni regolatorie o imporre costose modifiche alla catena di fornitura. Questa situazione mette in evidenza i rischi derivanti dall’interruzione dell’interdipendenza globale nel settore medico: in un ecosistema farmaceutico così integrato, politiche commerciali di questo tipo non hanno solo effetti economici, ma possono influire sulla disponibilità dei farmaci, sui costi sanitari e sulle relazioni internazionali.

Su quali farmaci Made in Italy contano gli Usa

Secondo IQVIA, i farmaci maggiormente prescritti negli Stati Uniti sono l’atorvastatina, per il colesterolo alto; l’amlodipina, per la pressione alta e i problemi cardiaci; la levotiroxina, per problemi alla tiroide; il lisinopril, per la pressione alta e i problemi cardiaci; il losartan, per la pressione alta; la rosuvastatina, per il colesterolo alto; il metoprololo, per la pressione alta e i problemi cardiaci; la metformina, per il diabete; il gabapentin, per convulsioni e dolore ai nervi; e il pantoprazolo, per i problemi gastrici.

L’Italia ricopre un ruolo cruciale nella filiera farmaceutica globale, grazie a un gruppo di aziende d’eccellenza che producono e esportano medicinali anche verso gli Stati Uniti. Tra i protagonisti spicca Chiesi Farmaceutici, con sede a Parma, specializzata in trattamenti per malattie respiratorie e rare. Il Gruppo Menarini, con quartier generale a Firenze, è la più grande azienda farmaceutica italiana e un attore chiave nell’export di farmaci cardiovascolari e oncologici. Anche Angelini Pharma, parte del gruppo Angelini Industries, ha una solida presenza negli USA, in particolare nei settori della salute mentale e della gestione del dolore. Da Milano, Recordati e Dompé Farmaceutici si concentrano rispettivamente sulle malattie rare e sull’oftalmologia, mentre Alfasigma (Bologna) e Zambon (Milano) forniscono soluzioni per la gastroenterologia e la salute respiratoria. Infine, Kedrion Biopharma, con sede a Lucca, esporta terapie derivate dal plasma fondamentali per il mercato americano. Queste aziende rappresentano non solo l’eccellenza farmaceutica italiana, ma anche un legame commerciale profondo con il sistema sanitario statunitense.

Cosa potrebbe accadere

L’eventuale imposizione di dazi sui farmaci italiani da parte dell’amministrazione Trump rappresenta una mina sotto la linea di galleggiamento dell’industria farmaceutica italiana e una minaccia concreta per la salute dei pazienti americani. Con oltre 11 miliardi di euro di esportazioni verso gli Stati Uniti, le aziende italiane rischiano un colpo durissimo in termini di competitività, occupazione e stabilità produttiva. I dazi, infatti, aumenterebbero i costi di importazione, facendo lievitare i prezzi dei medicinali e potenzialmente causando gravi carenze di farmaci salvavita sul mercato americano, dove molti trattamenti dipendono proprio da principi attivi o prodotti finiti Made in Italy.

Solo nel 2023, l’Italia si è confermata come un attore strategico nella fornitura di prodotti farmaceutici agli Stati Uniti, esportando beni per un valore di circa 7,97 miliardi di dollari, cifra che rende il mercato americano il principale destinatario dell’export farmaceutico italiano. Le categorie più rilevanti comprendono i medicinali confezionati per la vendita al dettaglio, ovvero farmaci pronti all’uso destinati direttamente ai consumatori, che da soli rappresentano circa 5,27 miliardi di dollari. A seguire, si trovano prodotti biologici come sangue umano o animale, antisieri, vaccini, tossine e colture, fondamentali per trattamenti terapeutici e misure preventive, con un valore di export pari a circa 2,94 miliardi di dollari. Infine, l’Italia ha esportato verso gli USA anche prodotti farmaceutici specializzati per un valore di 162,48 milioni di dollari. Questi numeri confermano non solo la solidità della relazione commerciale tra i due Paesi, ma anche il ruolo centrale dell’Italia come fornitore affidabile di farmaci e soluzioni mediche indispensabili per il sistema sanitario statunitense.

La strategia dell’amministrazione Trump sui dazi farmaceutici si muove su un filo sottile e contraddittorio: da un lato promette di abbassare i prezzi dei medicinali, dall’altro impone tariffe per riportare la produzione sul suolo americano. Un doppio obiettivo che, nei fatti, si scontra con la realtà economica. Spostare la produzione di farmaci di marca è già una sfida, ma farlo per i generici—a basso margine e alta diffusione—è quasi utopico. E i numeri parlano chiaro: un dazio del 25% potrebbe far lievitare il prezzo di una pillola per il cuore da 0,82 a 0,94 dollari, un rincaro che pesa soprattutto su chi è senza copertura assicurativa. Nel Paese che sta esaltando Luigi Mangione a eroe nazionale. Per i farmaci oncologici generici più complessi, il costo di una terapia di 24 settimane potrebbe impennarsi fino a 10.000 dollari. Il sistema sanitario americano, già sotto pressione, di trasformarsi in un boomerang sanitario, con pazienti e ospedali affatto pronti a pagarne il conto.