I conti non tornano e le proporzioni lasciano alquanto perplessi. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, organo incaricato di gestire la famigerata strategia di vaccinazione comune per l’Ue, è stata chiarissima. Nel corso dell’ultimo Consiglio europeo, dove erano presenti i 27 leader dei Paesi membri, collegati in videoconferenza, è stato comunicato il numero esatto di vaccini transitati per le mani di Bruxelles. E così scopriamo che l’Europa ha inviato 88 milioni di dosi complessive ai governi Ue ma, allo stesso tempo, quasi la stessa cifra, 77 milioni, è finita oltre i confini comunitari, in direzione di 33 Paesi poveri o in via di sviluppo.

Come ha sottolineato il quotidiano Il Tempo, l’annuncio di von der Leyen ha suscitato mugugni in alcuni governi europei, rimasti a secco di vaccini, senza più dosi da iniettare e con piani vaccinali letteralmente da stracciare e rifare da zero. Considerando la situazione attuale, ossia i ritardi nella distribuzione dei vaccini, gli improvvisi (e sospetti) tagli nella consegna delle dosi, l’ambiguo atteggiamento mostrato dalle Big Pharma e gli opachi accordi stretti tra Bruxelles e le stesse case farmaceutiche, la conclusione provvisoria non può che essere una. A meno di un cambio di passo, la strategia messa in campo dall’Unione europea per raccogliere e distribuire i vaccini anti Covid tra i Paesi membri si è rivelata a dir poco fallimentare.

Il paradosso delle Big Pharma

Si potrebbe pensare che l’Europa esporti vaccini al di fuori dei confini comunitari perché piena di dosi. Purtroppo non è affatto così. Anzi: è vero l’esatto contrario. Bruxelles ha firmato con le Big Pharma intese commerciali evidentemente deboli o, in ogni caso, molto sconvenienti. Appare difficile pensare altrimenti, visto che pressoché tutte le case farmaceutiche coinvolte nella corsa al vaccino anti Covid hanno ridimensionato le consegne delle dosi previste senza preoccuparsi troppo delle possibili conseguenze.

Prendiamo AstraZeneca. L’azienda anglo-svedese, finita nell’occhio del ciclone per motivazioni sanitarie, ha spedito all’Ue circa 20 milioni di dosi (sulla cifra esatta le fonti sono discordanti) a fronte degli impegni inizialmente presi. I quali, invece, avrebbero dovuto garantire all’Europa 120 milioni di dosi dell’AZD1222 soltanto nel primo trimestre del 2021. Numeri del genere, più o meno, valgono sostanzialmente anche per le altre aziende del farmaco. Tanto è vero che Mario Draghi, durante il Consiglio europeo, ha lanciato un chiaro affondo all’indirizzo delle Big Pharma: “I cittadini europei hanno la sensazione di essere stati ingannati da alcune case farmaceutiche, penso soprattutto ad AstraZeneca”.

Il paradosso delle esportazioni extra Ue

Come se non bastasse il paradosso delle Big Pharma – che, a quanto pare, sono più interessate a condurre i loro affari – c’è da mettere in conto la schizofrenia con la quale l’Unione europea sta gestendo le (poche) dosi ricevute. Abbiamo citato, poco fa, alcuni numeri: 88 milioni di vaccini arrivati agli Stati membri, 77 milioni esportati al di fuori dell’Ue. Detto altrimenti: pur trovandosi in una situazione di emergenza, l’Europa preferisce esportare dosi in giro per il mondo che non consegnarle ai governi europei.

Sia chiaro: è giusto e doveroso aiutare le nazioni più povere, quelle che, per motivi economici e non solo, faticano a reperire i prodotti capaci di sconfiggere il Sars-CoV-2. Solo che, forse, bisognerebbe rivedere le cifre delle esportazioni europee, almeno fino a quando la quantità dei vaccini a disposizione dell’Ue non sarà più elevata. Ricordiamo che l’export ai Paesi poveri e in via di sviluppo (tra cui molte nazioni africane e non solo) è un impegno che rientra nel piano Covax, del quale fanno parte l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Unicef, altre organizzazioni internazionali e, appunto, l’Unione europea. Da qualunque prospettiva si guardi a questa vicenda, il problema resta sempre a monte: è Bruxelles, fin dall’inizio, ad aver toppato su tutta la linea gestionale dei vaccini.