L’ultimo “ricalcolo” arriva dalla Spagna. Il governo spagnolo, fanno sapere fonti di agenzia, ha aggiunto oltre mille morti al bilancio delle vittime del coronavirus. Si tratta del primo aggiornamento apportato al conteggio ufficiale, tra l’altro avvenuto due settimane dopo che i funzionari avevano precedentemente rivisto dati incoerenti relativi al passato.
Le cifre sono piuttosto ballerine. Al momento, secondo le autorità sanitarie iberiche, sono 28.313 le persone morte dopo essere risultate positive al test del coronavirus. Ricordiamo che Madrid aveva smesso di aggiornare il conteggio il 7 giugno, alla soglia di 27.136 decessi. In ogni caso la Spagna ha confermato oltre 244mila infezioni dall’inizio dell’epidemia, ma la stima ufficiale ritiene che il 5% dei 47 milioni di abitanti sia stato infettato dal virus.
Nelle ultime sei settimane il Paese, proprio come tanti altri membri dell’Ue, ha allentato le misure di sicurezza. In questo lasso di tempo, cioè dall’ammorbidimento delle disposizioni a oggi, il ministero della Sanità spagnolo ha affermato che sono stati rilevati 34 focolai. Questi nuovi cluster hanno infettato mille persone in mattatoi, case di cura, ospedali, ma anche tra lavoratori migranti e persone che hanno partecipato a feste.
I conti non tornano
Appare quindi evidente come, in Spagna e nel resto del mondo, sia pressoché impossibile delineare l’esatto numero di morti per coronavirus. Il quotidiano spagnolo El Mundo ha scritto che “durante la crisi non si è mai saputo quanti casi e morti ci siano stati a causa di Covid-19” né è mai stato chiaro “il numero di test o la reale incidenza nelle residenze per anziani”.
A finire nel mirino del giornale la gestione politica dei dati; una gestione “caratterizzata da instabilità”. Gli esempi non mancano. Il 16 aprile il ministero della Salute ha iniziato a includere nel conteggio il numero di casi positivi per diversi tipi di test; il 14 aprile ha eliminato dalla lista 16.774 casi, mantenendo attivi soltanto quelli confermati dal test Pcr. Un mese più tardi, il 25 maggio, altri 327 casi sono stati sottratti, assieme a 1.918 vittime. E così via fino a oggi, tra calcoli e ricalcoli.
Quanto avvenuto in Spagna, più o meno, è avvenuto in tutta Europa. Prendiamo la Germania, Paese fin troppo elogiato per la gestione della pandemia. Berlino ha subito attuato parametri di conteggio sui generis. Le autorità sanitarie tedesche hanno escluso dalla lista delle “vittime da Covid” qui pazienti che soffrivano di patologie pregresse più gravi. Morale della favola: anche qui, come in Spagna, il numero dei decessi è di gran lunga inferiore a quello registrato in Italia.
“Guerra del turismo” in vista?
Il nostro Paese avrà sicuramente commesso degli errori, ma la divergenza di vittime con gli altri Paesi membri dell’Eurozona inizia a essere inspiegabile. Tanto più che adesso, con l’allarme parzialmente rientrato, numerosi governi hanno rivisto i loro dati.
Al di là del lato sanitario, tutto questo assumerà una certa importanza nell’ottica di una possibile “guerra turistica“. Quando i Paesi riapriranno i loro confini, almeno in un primo momento, i vari governi dovranno fare i conti con la reticenza dei viaggiatori.
È qui che entra in gioco l’importanza della percezione. Già, perché i (probabilmente pochi) turisti che decideranno di trascorrere le loro vacanze all’estero privilegeranno i Paesi con i dati sanitari migliori a discapito di tutti gli altri. La sensazione è che l’Italia sarà uno degli Stati che più pagherà dazio.