La campagna di vaccinazione globale contro il Covid-19 è la migliore arma a disposizione dell’umanità per porre fine alla pandemia. Ci sono, però, numerosi paesi che non sono in grado di procurarsi i vaccini necessari per immunizzare la propria popolazione, spesso a causa di problematiche di natura economica. Tra questi non ci sono solamente nazioni africane, asiatiche o latinoamericane ma anche stati del Vecchio Continente, proprio al confine con l’Unione Europea. I Balcani Occidentali, con la notevole eccezione della Serbia, non hanno ancora dato inizio ad una campagna degna di questo nome e la loro condizione suscita preoccupazione. Bosnia Erzegovina, Kosovo e Montenegro sono ancora in attesa dell’arrivo dei primi vaccini mentre Albania e Macedonia del Nord hanno immunizzato poche centinaia di persone.

Ostacoli ed imprevisti (anche sanitari)

L’Unione Europea, che ha già acquistato due miliardi e trecento milioni di dosi di vaccini, si è impegnata a condividere parte delle forniture con altri stati ed a facilitare l’acquisto dei prodotti da parte delle nazioni balcaniche. I ritardi accumulati dalla campagna vaccinale europea hanno, però, spinto Bruxelles a focalizzarsi innanzitutto sulla risoluzione dei problemi interni prima di risolvere quelli esterni e ciò ha avuto ricadute, come ricordato dalla CNN, proprio nei Balcani. Gli stati della regione si sono rivolti anche al programma COVAX delle Nazioni Unite, che dovrebbe aiutare i meno abbienti nell’approvvigionamento vaccinale, ma non sono abbastanza poveri da essere aiutati per primi e sono stati marginalizzati anche in questo contesto. L’attesa dei vaccini, unita allo slittamento delle tempistiche necessarie per entrare nell’Unione Europea, rischiano di allontanare i Balcani Occidentali dall’organizzazione internazionale di spingerli verso est.

L’esclusione dei Balcani Occidentali dalla vaccinazione contro il Covid-19 può avere gravi ripercussioni dal punto di vista sanitario e della sicurezza dell’intera Europa. In primis la regione rischia di affrontare l’emergenza per più tempo, con le immaginabili conseguenze in termini di perdite di vite umane e di rallentamento del prodotto interno lordo. In seconda battuta la mancata immunizzazione di massa, che consente al virus di continuare a circolare, potrebbe dar vita a nuove varianti locali o più semplicemente dare spazio a quelle già esistenti. La persistenza delle varianti in loco potrebbe costituire una minaccia di lunga durata alla sicurezza sanitaria dell’Unione Europea, anche a causa della prossimità geografica tra i territori presi in esame.

Una questione strategica

La via d’uscita dalla crisi potrebbe trovarsi proprio ad oriente e la Serbia è un ottimo esempio in tal senso. Belgrado ha già vaccinato, con almeno una dose, il 7 per cento della popolazione e la maggior parte delle dosi utilizzate sono del vaccino Sinopharm, prodotto in Cina. Ci sono inoltre trattative in corso tra la Serbia e la Russia per la fornitura e la possibile produzione domestica del vaccino Sputnik. La relazioni diplomatiche tra Belgrado e Mosca sono tradizionalmente buone e la Serbia, pur essendo interessata a diventare membro dell’Unione Europea, è un alleato della Federazione Russa e coltiva buoni rapporti con anche con Pechino. Alcune nazioni dei Balcani Occidentali hanno già seguito o seguiranno a breve l’esempio serbo. La Macedonia del Nord sta trattando con la Cina (ed anche con la Pfizer) per assicurarsi l’arrivo di vaccini nel più breve tempo possibile, il Montenegro ha siglato un contratto per la fornitura di 150mila preparati cinesi e 50mila russi mentre Kosovo e Bosnia Erzegovina dovrebbero iniziare a breve.

Ecco come si muovono Mosca e Pechino

L’ambivalenza mostrata dall’Europa nei confronti dei Balcani Occidentali ha consentito alla Cina ed alla Russia, come ricordato dal sito Ecfr.eu, di avere sempre più voce in capitolo in questa parte del mondo. L’allargamento dei confini comunitari potrebbe rivelarsi risolutivo per emarginare Pechino e Mosca, ma il processo è sospeso anche a causa dello scetticismo mostrato da nazioni come la Francia. I negoziati di accesso si trascinano da anni, hanno incontrato ostacoli e necessitano di un clima più disteso. Nell’attesa la Cina sta riuscendo a proporsi come il partner economico di riferimento per la regione mentre la Russia cerca di sfruttare le infrastrutture energetiche, come il TurkStream, per rafforzare la presa sull’area. A vantaggio di Mosca gioca anche la polarizzazione etnico-religiosa della regione: la Repubblica Srpska, una delle due entità federali della Bosnia Erzegovina, è popolata da serbi ortodossi che guardano con ammirazione al Cremlino. Lo stesso discorso è valido per la cospicua comunità serba di cittadinanza montenegrina oltre, ovviamente, all’establishment politico di Belgrado. Pechino ha invece scelto di puntare sulla cooperazione bilaterale e multilaterale con i partiti politici e gli esecutivi locali e per farlo può sfruttare l’iniziativa denominata CEEC, che vede la partecipazione di 17 nazioni dell’Europa Centrale ed Orientale e delle autorità cinesi. Il forum facilità il dialogo e promuove le relazioni economiche e commerciali tra le parti.