Ha dato i natali a molti campioni, ora il Suriname sogna il mondiale

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C’è una foto che può essere considerata emblematica: è quella in cui, schierati al centro del campo, si notano Clarence Seedorf ed Edgar Davids con una maglia della nazionale del Suriname. Tra molti appassionati di calcio degli anni ’90, è spesso circolata una suggestione: chissà che squadra avrebbe avuto il Suriname se tutti i suoi calciatori più famosi avessero giocato per il piccolo Paese sudamericano. Questo perché la nazionale dei Paesi Bassi, una delle più forti in Europa tra gli anni ’90 e 2000, basava la sua spina dorsale proprio sui calciatori nati in Suriname. Oggi però, quella suggestione potrebbe concretizzarsi: i “suriboys”, come vengono soprannominato i calciatori della nazionale, sono a un passo dalla prima storica qualificazione ai mondiali. Dando così finalmente una propria rilevanza internazionale a un movimento che ha dato i natali a molti campioni.

epa12446215 Panamanian players form a line before a CONCACAF 2026 World Cup qualifying match between El Salvador and Panama at Cuscatlan Stadium in San Salvador, El Salvador, 10 October 2025. EPA/RODRIGO SURA

La generazione d’oro che ha segnato la fortuna dei Paesi Bassi

Non solo Seedorf e Davids, ma anche Ruud Gullit, Frank Rijkaard, Aron Winter, Jimmy Floyd Hasselbaink, Patrick Kluivert: sono soltanto alcuni dei nomi di calciatori più importanti dei Paesi Bassi originari del Suriname. Gullit ha segnato un’intera generazione, alzando nel 1988 l’Europeo che, ancora oggi, rappresenta l’unico trofeo in bacheca degli Orange. Gli altri sono considerati tra i giocatori più forti del loro periodo e hanno vinto molto con i club, portando la nazionale olandese spesso a un passo di finali e semifinali.

Tutti hanno in comune di essere originari del Suriname, perché nati lì oppure perché discendenti da genitori del piccolo Paese sudamericano. Ma tutti, soprattutto, hanno in comune il fatto di essere cresciuti nei Paesi Bassi e di aver scelto, non appena possibile, di rappresentare gli Orange. Il perché di questo filo diretto tra i due Paesi si spiega ovviamente con il periodo coloniale: fino al 1975, il Suriname ha fatto parte dell’elenco delle colonie olandesi. Per cui, chi da qui ha iniziato a migrare ha avuto in Amsterdam e Rotterdam i propri riferimenti. Con molti ragazzi che hanno visto nel calcio e nelle giovanili di Ajax e Feyenoord la propria occasione di riscatto.

La spinta verso il primo mondiale

Pur essendo geograficamente inglobato nel sud America, il Suriname fa parte della confederazione nord e centro americana, la Concacaf. Il motivo non è dato soltanto dall’evitare alla nazionale i proibitivi scontri con i giganti del proprio continente. In realtà, il Suriname sotto il profilo culturale ha sempre guardato più all’area caraibica che a quella sudamericana.

Il prossimo mondiale sarà il primo a 48 squadre e il primo ospitato in tre Paesi diversi: Usa, Messico e Canada. La Concacaf ha quindi di diritto già tre nazionali nella kermesse, circostanza che ha aperto un ventaglio di possibilità a quelle squadre spesso considerate di seconda fascia. Il Suriname sembra aver sfruttato al meglio l’opportunità: la vittoria ottenuta lo scorso 13 novembre nella capitale Paramaribo contro El Salvador, ha piazzato i suriboys in testa al proprio girone. L’appuntamento con la storia è fissato per martedì 18 novembre: in trasferta in Guatemala, gli uomini allenati dall’ex Ajax Stanley Menzo con una vittoria andrebbero direttamente ai mondiali.

Il contributo della diaspora

Se il Suriname è diventato famoso calcisticamente grazie ai talenti emigrati nei Paesi Bassi, oggi sta accadendo l’esatto contrario: sono i cittadini olandesi di seconda o terza generazione, figli della diaspora, a rientrare nel proprio Paese di origine per indossare le divise dei suriboys. Della rosa selezionata per sfidare El Salvador, soltanto in 5 risultano nati in Suriname. Chery, Margaret e Klas, i tre andati in gol nell’ultima partita, sono tutti nati nei Paesi Bassi. Il capitano, Dion Malone, è tra i pochi nativi di Paramaribo ma è cresciuto calcisticamente in terra olandese.

Si conferma quindi una tendenza che non è soltanto del Suriname ma, in generale, di molte squadre extra europee in ascesa: attingere dalla diaspora per compiere il salto di qualità. Importante sottolineare inoltre come questa operazione, durante l’era della dittatura militare di Buterse (andata avanti dal 1980 al 1991), non sarebbe stata possibile effettuarla: l’ex presidente infatti, nell’ottica di una politica volta a distaccarsi dalla madre patria, ha sempre proibito a giocatori con doppia nazionalità di vestire la maglia del Suriname.