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Haiti sta lottando con quella che è stata definita “la peggiore emergenza di fame nell’emisfero occidentale”. Secondo l’ultima analisi dell’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), il numero delle persone che soffrono la fame acuta ha raggiunto la metà della popolazione del Paese. Si parla quindi di 5,4 milioni di persone che hanno difficoltà a sfamare sé stesse e le proprie famiglie. Di queste, due milioni affrontano livelli emergenziali di fame, quindi carenze alimentari estreme, malnutrizione acuta e alti tassi di malattia.

Un rapporto del World Food Program (WFP) delle Nazioni Unite afferma che “un abitante su due dell’isola soffre di fame acuta”. Qui viene evidenziato che il WFP ha assistito fino ad ora circa 1,35 milioni di haitiani, ma che necessitano di ulteriori 188 milioni di dollari per poter implementare i programmi di assistenza fino alla fine dell’anno. Si denuncia, inoltre, che le organizzazioni umanitarie continuano ad affrontare difficoltà nell’accesso alle comunità che vivono in aree controllate da gruppi armati.

A ripercuotersi sulle condizioni economiche e quindi sulla crisi alimentare c’è la grave crisi di sicurezza che sta attraversando il Paese. La guerriglia tra bande continua a mettere in ginocchio Haiti, impedendo al popolo di vivere liberamente e dignitosamente. La causa di questa crisi è infatti da ricercare nella violenza delle gang e l’illegalità che dilaga nel Paese. Dall’inizio del 2024 sono aumentati attacchi e scontri legati a gruppi armati a Port-au-Prince, che hanno bloccato temporaneamente porti e aeroporti, rendendo impossibile il lavoro di fornitura di cibo e servizi.

Per questo motivo la popolazione è stata costretta ad abbandonare le proprie abitazioni in cerca di luoghi sicuri. Il numero degli sfollati interni che vivono in condizioni precarie in scuole o edifici pubblici della capitale è arrivato a 700.000. I siti per sfollati sono infatti sovraffollati e pericolosi per la salute, favorendo la diffusione di malattie come il colera.

La causa degli scontri

Haiti ha una lunga storia di instabilità politica, con frequenti cambi di governo, colpi di stato e corruzione diffusa. La situazione si è aggravata dopo l’assassinio del presidente Jovenel Moïse nel luglio 2021. Da allora il Paese, che non vede elezioni dal 2016, non ha più avuto un presidente eletto e il vuoto di potere ha indebolito ulteriormente le istituzioni governative. L’incapacità del governo di garantire sicurezza e ordine ha lasciato ampio spazio alle bande armate per consolidare il proprio controllo. Le gang armate, che oggi controllano circa l’80% del territorio, hanno portato alle dimissioni del primo ministro Ariel Henry a marzo 2024, in seguito alle minacce di Jimmy Chérizier, detto “Barbecue”, leader della più temuta e influente banda di gruppi armati.

Le bande armate, a cui si fa riferimento come “gang”, controllano grandi parti del territorio della capitale e altre regioni del paese. Queste bande si sono moltiplicate nel corso degli anni proprio a causa dell’instabilità politica e sono coinvolte in attività come rapimenti, estorsioni e traffico di droga, e spesso si scontrano tra loro per il controllo del territorio, creando un clima di violenza diffusa.

Haiti è uno dei paesi più poveri delle Americhe e povertà estrema, disoccupazione e mancanza di opportunità economiche hanno contribuito all’aumento della violenza e del reclutamento nelle bande armate, specialmente tra i giovani. Per non parlare dei disastri naturali, che aggravano l’instabilità economica poiché hanno distrutto gran parte delle infrastrutture e rallentato lo sviluppo economico del Paese.

La capacità dello Stato di rispondere a tali emergenze è molto limitata, il che ha aumentato la sfiducia verso le autorità e ha esacerbato le tensioni sociali. La comunità internazionale, inclusa l’ONU, ha evidenziato come l’assenza di un’azione internazionale concreta per migliorare la sicurezza e rafforzare le istituzioni haitiane abbia reso il paese vulnerabile alla violenza delle bande. Ad oggi, la capitale Port-au-Prince è quasi completamente isolata a causa dei blocchi imposti dai gruppi armati e gran parte della popolazione è privata di servizi di base come cibo, acqua potabile e assistenza medica​.

Le Nazioni Unite e diversi paesi, tra cui gli Stati Uniti e altre nazioni caraibiche, hanno cercato di stabilizzare il Paese con missioni di pace e finanziamenti per migliorare la sicurezza e le condizioni di vita. È anche vero che molti di questi interventi non sono riusciti a risolvere i problemi strutturali di Haiti, anzi in alcuni casi sono stati criticati per aver aggravato la situazione. Ad esempio, la Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione di Haiti (MINUSTAH), attiva dal 2004 al 2017, è stata inizialmente inviata per ripristinare l’ordine dopo un colpo di stato, ma è stata criticata per l’incapacità di fermare l’ascesa delle gang e per gli scandali relativi all’introduzione dell’epidemia di colera e ai numerosi episodi di violenza sessuale.

Anche l’attuale missione proposta, guidata dal Kenya, ha suscitato dibattiti sull’efficacia di una forza straniera nel risolvere i problemi interni di Haiti. Il Kenya si è infatti offerto di guidare una missione multinazionale su richiesta delle Nazioni Unite e del governo haitiano per rafforzare la sicurezza e a contrastare la minaccia delle bande armate con l’obiettivo di sostenere le forze di polizia haitiane, che attualmente non hanno la capacità per affrontarle.

La conseguente crisi migratoria

La crescente crisi economica e sociale ha spinto molti haitiani a emigrare fuori dal Paese. In migliaia hanno cercato di raggiungere gli Stati Uniti o altri paesi della regione, come la Repubblica Dominicana, causando tensioni con i paesi limitrofi. Questa migrazione di massa ha creato ulteriori problemi umanitari, con migranti che affrontano condizioni precarie nei campi profughi, abusi e rimpatri forzati.

La situazione è particolarmente critica al confine tra Haiti e la Repubblica Dominicana, dove migliaia di haitiani tentano di attraversare clandestinamente ogni anno. Le tensioni tra i due paesi sono aumentate nel 2023, quando la Repubblica Dominicana ha chiuso temporaneamente il confine a causa di controversie sull’uso delle risorse idriche e sulla gestione della sicurezza.

La combinazione di questi fattori ha condotto verso una spirale di violenza che sembra difficile da fermare senza un intervento coordinato, sia a livello nazionale che internazionale.

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