Donald Trump un merito ce l’ha: ha risvegliato dal coma certa classe intellettuale e giornalistica italiana che considerava gli Stati Uniti a guida democratica (Biden, Obama) il faro delle democrazie sulla Terra. Naturalmente, dovesse il prossimo giro tornare alla Casa Bianca un liberal, il loro senso critico rientrerebbe tosto nei ranghi. Ma per il momento, perfino sull’equilibrista Corriere della Sera può fare capolino un corsivetto in cui lo scrittore Paolo Di Stefano si spinge ad assolvere un video che trabocca, udite udite, antiamericanismo da tutti i pixel (“E ora ritorna il Giorgio Gaber antiamericano”, 6 gennaio 2026).
Il Gaber del “teatro canzone” degli ultimi Settanta, scrive Di Stefano, sciorinava sì una serie di luoghi comuni, tipo che per gli americani “il mondo si divide in buoni e cattivi” e i buoni, va da sé, “sono loro”. Ma questa volta gli stereotipi sono tutto sommato comprensibili, poiché“incredibilmente” (ma perché?) “la notte è davvero buia e tempestosa”. Si potrebbe obiettare che è buia da qualche decennio abbondante, dato che gli Usa, dal secondo dopoguerra in poi, agiscono sempre e comunque da potenza imperiale quale sono, e la controprova sta proprio nel fatto che già cinquant’anni fa Gaber era lì a sfuriare, con il suo umorismo pungente e agrodolce, contro l’arroganza americana.
Semmai, là dove Gaber risulta meno attuale è nel modo in cui Washington, con il trumpismo, persegue la sua politica di potenza: con metodi più spicci, a geometria variabile, rigettando apertamente la pelosa retorica dell’esportazione della democrazia. “Rispondo solo a me stesso”, cioè alla sua “morale” costi-benefici, ha dichiarato l’inquietante, ma non pazzo, Trump. Ma questo neo-assolutismo, The Donald può rivendicarlo poiché nel mondo che lo appoggia e lo vota permane saldamente la convinzione che gli Usa rappresentino una civiltà superiore a tutte le altre, perché più libera. Ed è qui che la sintesi artistica di Gaber ritorna prepotentemente attualissima per capire lo spirito americano nella sua essenza più profonda. Nel brano intitolato L’America, sempre tratto da Libertà obbligatoria(1976), il signor G cantava così: “No, a me l’America non mi fa per niente bene. Troppa libertà, non c’è niente che appiattisca l’individuo come quella libertà lì. Nemmeno una malattia ti mangia così bene dal di dentro. Come sono geniali gli americani, te la mettono lì, la libertà è alla portata di tutti, come la chitarra. Ognuno suona come vuole, e tutti suonano come vuole, e tutti suonano come vuole la libertà”.
La libertà all’americana è, detta semplice, la libertà di fare quel che si vuole finché genera profitti (americani, s’intende). Da questo punto di vista, con il suo metro di misura in tornaconto economico, Trump simboleggia l’evoluzione ultima e fisiologica, non patologica, dell’americanismo. Questo, aveva capito alla perfezione Gaber: che la libertà senza responsabilità, la libertà concepita come diritto ad acquisire, arraffare e depredare, è il contrario della libertà. È sopraffazione, volontà di conquista, sete di godimento senza limiti. E tutta la requisitoria di eco pasolinianacontro il consumismo, il culto trasversale del “mercato” e la perdita di ideali, a leggerla in controluce, è un attacco alla psico-trappola del comfort, scolpita in quel “diritto alla ricerca della felicità” inscritta nella Costituzione di un altro Giorgio, di cognome Washington, che l’edonismo hollywoodiano ha semplificato in diritto alla felicità tout court (fatta salva la disponibilità di dollari, si capisce).
Viene in mente il più grande e acuto diagnosticatore della malattia americana il quale, ovviamente, fu un americano, il sociologo Christopher Lasch. Quando descrisse il “narcisismo di massa”, l’“io minimo” e la “ribellione delle élites”, non fece altro che fotografare il paradigma statunitense. Riassumibile così: l’individuo è, gaberianamente, un pollo d’allevamento da ingozzare alla nausea con spazzatura obsolescente, così da fargli credere di essere libero in quanto, titillato nel suo delirio di onnipotenza infantile, sceglie fra venticinque marche della stessa merda di pseudo-artista. Nel frattempo, lassù al vertice, un pugno di potenti, con nomi e cognominient’affatto oscuri, gestisce il potere con l’astuzia di farselo ratificare ogni tot anni in quel gioco delle parti noto come elezioni. Il tutto si definisce “democrazia liberale”, non plus ultra planetario, termine ultimo della convivenza umana e guai a dire il contrario.
Basterebbe recuperare un po’ di senso della Storia, della realtà e della logica, per sapere quel che ormai sanno e hanno capito tutti, a eccezione della fanbase del living in America: che trattasi sempre di vecchio, schifoso e banale imperialismo. Anche con Trump. La cui unica differenza con i predecessori democratici, tanto cari ai suoi critici della venticinquesima ora, è che il suo modus operandi non prevede di insediare a tutti i costi le istituzioni di tipo americano. Ma la supremazia, quella non si tocca. Anzi, deve allargarsi.
Non si trucca da buon samaritano, quando decapita il vertice di un Paese (Venezuela), inscena una tregua per trarre d’impaccio l’alleato Israele (Palestina) o minaccia l’annessione di un territorio alleato (Groenlandia). Ma sull’Iran degli ayatollah, per dire, la “lotta per la libertà” riciccia fuori. È un pragmatico, Trump, per il quale è sufficiente la sola presunzione di aver comunque diritto di imporre gli interessi yankee. Perché in ogni caso, l’idea-guida a ispirarlo resta la stessa che il fieramente antiamericano Gaber condensava in dieci ironiche parole: “Non c’è popolo che sia più giusto degli americani”. Giusto, oggi, nel senso di ganzo, di fico, di bullo, di troppo giusto. Si è passati dall’ipocrisia al cinismo. Ma il Made in America resta indigesto uguale.