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Società

Gli incubi di Xi e l’ombra della “Rivoluzione del foglio bianco”

Un foglio bianco vuoto sollevato verso l’alto. Non c’era nessun messaggio sui cartoncini A4 esposti lo scorso weekend dai manifestanti cinesi. Il messaggio era infatti contenuto nel gesto stesso. Il bianco, in Cina, è il colore del lutto, mentre le...

Un foglio bianco vuoto sollevato verso l’alto. Non c’era nessun messaggio sui cartoncini A4 esposti lo scorso weekend dai manifestanti cinesi. Il messaggio era infatti contenuto nel gesto stesso. Il bianco, in Cina, è il colore del lutto, mentre le pagine immacolate stavano ad indicare l’impossibilità di protestare liberamente contro la sfiancante Zero Covid Policy.

Il 26 e 27 novembre decine di migliaia di persone, in varie città del Paese, sono scese in piazza per contestare le rigide misure sanitarie impiegate dal governo per contrastare la pandemia di Sars-CoV-2. A distanza di quasi tre anni dallo scoppio dell’emergenza sanitaria, Pechino continua ad utilizzare lo stesso – ormai insostenibile – approccio. La popolazione, vessata dai continui test di massa, dagli sfiancanti lockdown e da dispendiose quarantene, è arrivata al limite della sopportazione. La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso: un incendio scoppiato in un edificio di Urumqi, nello Xinjiang, nel quale dieci persone non sarebbero riuscite a scappare a causa delle citate restrizioni anti Covid. La voce che questa fosse l’effettiva causa dell’incidente, respinta dalle autorità, si è diffusa sul web, scatenando violente rivolte a Pechino, Shanghai, Wuhan, Guangzhou e altre megalopoli.

La maggior parte dei cinesi scesa in strada a protestare chiedeva, e chiede tutt’ora, di poter condurre una normale quotidianità. Alcuni cittadini – una piccola minoranza – hanno utilizzato il pretesto del Covid per attaccare anche il Partito Comunista Cinese e chiedere le dimissioni di Xi Jinping. Altri hanno, appunto, manifestato sollevando un foglio bianco. “Rappresenta tutto ciò che vogliamo dire ma che non possiamo dire”, ha spiegato a Reuters un manifestante di Pechino. Sui social network cinesi, intanto, molti utenti hanno pubblicato immagini completamente bianche per solidarizzare con i manifestanti, e questo nonostante la censura avesse nel frattempo già eliminato le parole chiave più sensibili legate ai fogli bianchi.

In tutta risposta, il Partito ha iniziato ad ammorbidire il tono sulla gravità del Covid e allentato alcune restrizioni. Non bisogna tuttavia dimenticare che le suddette proteste sono state il più grande spettacolo di disobbedienza civile mai verificatosi in Cina da quando il presidente Xi Jinping è salito al potere nel 2012. Sono arrivate, per di più, in un momento delicatissimo, e cioè mentre l’economia cinese è destinata ad entrare in una nuova era di crescita molto più lenta di quella ammirata da almeno un paio di decenni. Xi deve ancora ufficialmente commentare quanto accaduto. Ben consapevole che dalla Zero Covid Policy dipendono altri nodi da sciogliere.

Il futuro delle proteste

Da qui alle prossime settimane il sonno di Xi sarà infestato da molteplici incubi. Il più ricorrente riguarda ovviamente il futuro delle proteste anti Covid. Che fine farà la “Rivoluzione dei fogli bianchi“, come è già stata rinominata dai media internazionali? È possibile che possa scoppiare come una bolla in seguito a graduali allentamenti delle misure in vigore. Ma sul tavolo c’è sempre l’altra opzione, ovvero l’eventualità che sempre più cittadini possano protestare. E non solo per la Zero Covid Policy.

È pur vero che, storicamente in Cina le proteste di massa sono sorte non tanto quando le condizioni per la popolazione apparivano più intollerabili (come la carestia dal 1959 al 1962), quanto piuttosto quando la gente pensava di poterla far franca dal pugno duro delle autorità. Citiamo non a caso la Campagna dei cento fiori del 1956, l’incidente del 5 aprile del 1976, l’allentamento del Muro della Democrazia del 1978-79, le proteste studentesche del 1986 e Tiananmen nel 1989. Oggi nessuno pensa di poterla far franca.

Eppure, arrestare i cittadini per aver esposto un foglio bianco, cantato l’inno nazionale o per aver discusso sul web di “bucce di banana” (xiang jiao pi) e “muschio di gambero” (xia tai) – il primo ha le stesse iniziali di Xi Jinping, il secondo in cinese suona come “dimettersi” – potrebbe alimentare un ulteriore malcontento.

A detta di vari esperti, Xi si sarebbe insomma chiuso in un angolo con le sue stesse mani. Allentare la tolleranza zero sul Covid, infatti, potrebbe avere ripercussioni sanitarie degne di nota. Nei mesi precedenti, la Cina non ha importato i vaccini a mRNA, considerati più efficaci di quelli cinesi, mentre lo sforzo per vaccinare gli anziani è stato deludente (solo il 40% dei cinesi di età superiore agli 80 anni ha ricevuto un richiamo). Dall’altro lato, l’attuale modus operandi ha devastato l’economia ed esasperato la popolazione.

Uscirne senza perdere la faccia, per Xi e il Partito, è sempre più complicato. L’opzione più plausibile consiste nel far pressione sui funzionari locali, facendo in un certo senso ricadere su di loro ogni possibile colpa.

Il crocevia del 10 dicembre

Il prossimo fine settimana rappresenterà una sorta di spartiacque per il futuro delle proteste cinesi. Il 10 dicembre, infatti, si celebra la Giornata internazionale dei diritti umani, nella quale viene commemorata l’adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (10 dicembre 1948).

Questo è sempre stato appuntamento complicato per il Partito Comunista Cinese, come ricorda Nikkei Asian Review. Il 10 dicembre del 1986, ad esempio, tale Fang Lizhi, un fisico, vicepresidente dell’Università di Scienza e Tecnologia della Cina nella provincia di Anhui, chiese niente meno che la democratizzazione del Paese. La sua richiesta alimentò un movimento studentesco diffusosi rapidamente fino a Pechino e Shanghai.

Hu Yaobang, l’allora segretario generale del Partito Comunista Cinese, fu rimosso dal suo incarico un mese più tardi per la sua presunta reazione lassista contro il movimento pro-democrazia. In realtà, alla base del grande incidente c’era una complicata lotta di potere intestina che coinvolgeva il leader supremo Deng Xiaoping, il quale aveva nominato Hu in un ruolo chiave mentre gli anziani membri del Partito lo volevano in secondo piano.

Nel 2008, invece, gli attivisti per i diritti umani guidati da Liu Xiaobo pubblicarono la Carta 08 per commemorare il 60esimo anniversario della Dichiarazione. Altra paura, altre polemiche.

Studenti irrequieti

Le recenti proteste potrebbero seguire uno schema simile, hanno notato le autorità riferendosi alle proteste anti Covid scoppiate anche all’interno di alcuni campus universitari.

Il campanello d’allarme più rilevante è arrivato dal raduno studentesco avvenuto alla Tsinghua University, l’alma mater nonché baluardo del potere di Xi. Ricordiamo infatti che Chen Jining, l’ex presidente dell’università, a ottobre è stato promosso nel Politburo, salvo poi essere successivamente scelto per diventare il massimo funzionario di Shanghai, sostituendo Li Qiang (quasi sicuramente il prossimo premier).

Un eventuale ritorno all’irrequieta attività studentesca, come nel periodo compreso tra il 1986 e il 1989, rappresenterebbe una minaccia mortale per Xi. Le autorità confidano tuttavia di fermare la Rivoluzione del libro bianco – se di rivoluzione si può parlare – entro i prossimi 10 giorni. Pechino non si limiterà alla mera forza bruta. Il Partito potrebbe semmai ricorrere all’uso massiccio dei big data per identificare, controllare, tracciare e decapitare i “cervelli” delle proteste, chiudendo un occhio su tutti gli altri. Intanto, la leadership del partito ha posto il Paese in massimo stato di allerta. Appuntamento al prossimo 10 dicembre.

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