La politica dell’identità e la tendenza a dividere la società in tribù in competizione tra loro, è alla base delle “guerre culturali” che stanno dilaniando l’America, a partire dai campus universitari e dai consigli scolastici dove infuria la battaglia tra conservatori e progressisti. Se da un lato troviamo minoritari gruppi legati al suprematismo bianco, dall’altra vi sono i sostenitori della Teoria critica della razza, secondo cui non solo è legittimo ma anche necessario praticare la discriminazione razziale verso i bianchi per “compensare” secoli di razzismo verso gli afroamericani. “L’unico rimedio alla discriminazione razzista è la discriminazione antirazzista” disse infatti Ibram X. Kendi, docente e fondatore del Center for Antiracist Research presso l’Università di Boston. Un clima polarizzante che si riflette anche nel dibattito politico, a maggior ragione in vista delle elezioni presidenziali di novembre e dell’atteso – e altamente probabile – rematch tra Joe Biden e Donald Trump.
Il manifesto dell’élite urbana contro la popolazione rurale
In questi giorni sta facendo discutere negli Usa il saggio White Rural Rage: The Threat To American Democracy (La rabbia rurale bianca: la minaccia per la democrazia americana) scritto da Tom Schaller e Paul Waldman ed edito dalla casa editrice liberal Penguin Random House, definito dalla stessa casa editrice “un ritratto duro e un’accusa schiacciante dei cittadini più orgogliosi dell’America, che sono anche i meno propensi a difenderne i principi fondamentali” e “un libro importante che dovrebbe essere letto da chiunque voglia comprendere la politica nella pericolosa era di Trump” secondo David Corn, autore del bestseller American Psychosis del New York Times.
Come si legge nella presentazione del saggio, trattasi di un vero e proprio manifesto nel quale la popolazione rurale degli Stati Uniti – rigorosamente “bianca” – viene bollata come “incline a sostenere convinzioni razziste e xenofobe”, a credere alle “teorie del complotto”, ad “accettare la violenza come legittimo strumento di azione politica” e a “esibire atteggiamenti antidemocratici”. Secondo i due attori, infatti, la “rabbia” della popolazione bianca rurale degli Stati Uniti, “alimentata quotidianamente dai politici repubblicani e dai media conservatori”, rappresenta ora una “minaccia esistenziale per gli Stati Uniti”. Da una parte vi sono dunque i “bifolchi” scarsamente istruiti delle campagne, dall’altra l’élite urbana cosmopolita che popola le città costiere.
L’establishment promuove il libro anti-bianchi
I due autori sono stati invitati a parlare del loro testo sulle maggiori reti televisive statunitensi e il saggio è stato recensito sul New York Times nientemeno che dall’economista Paul Krugman, che sposa la tesi di Schaller e Waldman secondo cui le città “producono molta più ricchezza” rispetto al resto del Paese mentre i cittadini rurali sono “sovvenzionati dalle tasse pagate dalle metropoli a più alto reddito”. Krugman ammette che la “tecnologia ha reso più ricca l’America nel suo complesso”, ma ha “ridotto le opportunità economiche nelle aree rurali”. Allora, si chiede l’economista, “perché i lavoratori rurali non vanno dove c’è lavoro? Alcuni lo hanno fatto. Ma alcune città sono diventate inaccessibili, in parte a causa di una zonizzazione restrittiva, e molti lavoratori sono riluttanti a lasciare le loro famiglie e le loro comunità”.
Il Premio Nobel, commentando il saggio, spiega che le zone rurale vengono aiutate da programmi federali come Social Security e Medicare finanziati” in modo sproporzionato dalle tasse pagate dalle aree urbane ricche”. Di conseguenze, “ci sono enormi trasferimenti di denaro da Stati ricchi e urbani come il New Jersey a Stati poveri e relativamente rurali come la Virginia Occidentale”. Ma tali misure non sono sufficienti a restituire “il senso di dignità che è andato perduto insieme ai posti di lavoro nelle campagne” e questo spiega “sia la rabbia dei bianchi rurali” sia il “motivo per cui questa rabbia è così mal indirizzata”. Perché è chiaro che a novembre la maggioranza di questi “bianchi americani rurali voterà ancora una volta contro Joe Biden, che come presidente ha cercato di portare posti di lavoro nelle loro comunità, e per Donald Trump, un imbroglione del Queens che offre poco se non la conferma del loro risentimento”. Tesi curiosa: per indirizzare in modo corretto la “rabbia” occorre votare il candidato che la stessa élite intellettuale propone come unico possibile.
La politica identitaria irrompe nel dibattito
Non solo con questo tipo di analisi si fomenta lo scontro etnico, attribuendo una serie di caratteristiche negative a un gruppo, in particolare – i “bianchi” – ma si fomentano le divisioni tra città e campagna, dando peraltro per scontato che le misure adottate da Joe Biden siano state efficaci (quando la maggioranza degli americani boccia l’operato del presidente anche in questo ambito). Anziché chiedersi come sia possibile che un personaggio controverso come Trump sia in testa ai sondaggi, l’opinione pubblica liberal qui incarnata da Krugman e dai due autori del saggio fa l’operazione inversa, affermando che quell’elettorato rappresenta una “sfida esistenziale per la democrazia” americana. Motivo? Non vota Joe Biden. Poi non c’è da stupirsi, però, se con questo tipo di strategia comunicativa è proprio il tycoon a trionfare a vincere in quelle zone che un tempo guardavano con simpatia alla sinistra e ai democratici.

