Diverse migliaia di persone hanno preso parte, nel corso di questo fine settimana, alle manifestazioni del movimento Black Lives Matter svoltesi in numerose città australiane. Le marce si sono svolte ad Adelaide, Brisbane,  Darwin, Perth e Sydney  I dimostranti hanno urlato a gran voce slogan in difesa dell’uguaglianza razziale ed hanno protestato per le tante morti registrate tra gli Aborigeni durante la custodia cautelare delle forze dell’ordine. Almeno 432 di loro hanno infatti perso la vita in queste circostanze dal 1991 ad oggi e nessuno è mai stato condannato per questi tragici eventi. Secondo Paul Silva, organizzatore della marcia di Sydney, le dimostrazioni sono una nuova modalità per ottenere giustizia dato che altri tentativi, in passato, non hanno avuto successo.

Diritti negati

Gli Aborigeni rappresentano circa il 3 per cento della popolazione australiana, per un totale di 800mila persone e vivono in condizioni disagiate rispetto alla restante parte degli abitanti del Paese. La loro speranza di vita è inferiore di un decennio rispetto agli altri Australiani, la mortalità infantile è invece il doppio di quella sperimentata dal resto della popolazione. Il reddito medio di una famiglia Aborigena è decisamente inferiore (37 per cento in meno) se paragonato a quello della popolazione ed appena il 62 per cento di loro termina gli studi. Solamente il 48 per cento degli Aborigeni in età lavorativa ha effettivamente un’occupazione (contro il 75 per cento degli Australiani) ed è tredici volte più probabile che gli adulti vengano arrestati rispetto al resto della popolazione. Le discriminazioni contro questa minoranza etnica risalgono al periodo della colonizzazione britannica dell’Australia: nel corso dei decenni la cultura degli Aborigeni ha subito attacchi molto violenti e la popolazione è stata oggetto di maltrattamenti fisici e di sfruttamento economico con ovvie ricadute sul tessuto sociale e con la perdita, di fatto, dei vantaggi e privilegi garantiti dal diritto di cittadinanza. In ognuno dei Sei Stati che compongo l’Australia, ad esempio, è stata in vigore (sino agli anni Settanta) una legge che prevedeva la rimozione dei bambini aborigeni dalle famiglie natie ed i loro affidamento agli Australiani. Secondo alcune stime, in diverse regioni tra il 1910 ed il 1970, tra il 10 ed il 30 per cento dei bambini aborigeni è stato rimosso dalla famiglia ed affidato altrove.

Morti mai chiarite

Diverse morti sospette tra gli Aborigeni hanno provocato proteste. Tra queste c’è il caso di Tanya Day, 55 anni, deceduta a causa di una ferita mortale, nel 2017, infertagli mentre era sotto custodia e quello di Ms Dhu, 22 anni, morta nel 2014 di polmonite e setticemia mentre era sotto custodia della polizia. Un coroner ha successivamente definito “inumano” il comportamento di chi avrebbe dovuto prendersi cura di lei. Il caso di David Dungay, 26 anni, ricorda quello di George Floyd: il giovane è deceduto nel 2015 in una cella dopo essere stato immobilizzato da cinque poliziotti ed aver ripetuto, disperatamente, che non riusciva più a respirare. Secondo alcuni dati (non completi) gli Aborigeni sarebbero la popolazione con il più alto tasso di incarcerazione del mondo e costituiscono ben il 30 per cento della popolazione carceraria australiana.

La (non) risposta della politica

Il primo ministro conservatore Scott Morrison ha recentemente invitato gli australiani a non prendere parte alle dimostrazioni in favore dell’uguaglianza razziale a causa della diffusione del Covid-19 nel Paese. Secondo Morrison questa indicazione non sarebbe riferita ai contenuti delle stesse quanto alla mera necessità di preservare la salute pubblica. Morrison ha affermato che la polizia dovrebbe aver il diritto di effettuare cariche dispersive nei confronti di chi manifesta e che i dimostranti rischiano di danneggiare proprio gli Aborigeni, che sono più vulnerabili in caso di infezione. Il premier ha negato che la situazione australiana possa essere paragonabile a quella americana. Il dato interessante è che anche le opposizioni progressiste, costituite da Laburisti e Verdi, non hanno preso parte, con alcune eccezioni individuali, alle proteste. Sembra dunque probabile che la causa dell’uguaglianza razziale sarà oscurata, almeno per un certo periodo di tempo, dalla pandemia in corso e che solo quando l’emergenza sanitaria verrà superata verranno, forse, immaginate delle soluzioni efficaci contro il razzismo.

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